Il cantico di Maria (1,46-56)

46Allora Maria disse:

"L'anima mia magnifica il Signore

47e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

48perché ha guardato l'umiltà della sua serva.

D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

49Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente e Santo è il suo nome;

50di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono.

51Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

52ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili;

53ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.

54Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia,

55come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre".

56Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Commento (1,46-56)

Come risposta all’elogio tessuto da Elisabetta, Maria lascia esplodere la sua gioia in un cantico, noto come “Magnificat” (dalla parola con cui inizia nella versione latina della Bibbia di san Girolamo detta la “Vulgata”). La silenziosa e pensosa figlia d'Israele non riesce a tenere per sé il flusso di gratitudine e di lode che la pervade. Domani conserverà «tutte queste cose in cuor suo» (cfr. 2,19 e 2,51); oggi canta la grandezza di Dio a piena voce, con tutto il suo essere e la sua anima, attraverso un inno che è un mosaico di citazioni di testi dell’Antico Testamento ed è considerato il vertice della preghiera biblica. Le forme verbali, i pronomi e la concatenazione complessiva, concordano nell’evidenziare che il cantico intreccia due motivi fondamentali: la lode per la situazione personale di Maria (1,46-49) e il passaggio ad una situazione più ampia, con esplicito riferimento ad Israele (1,50-55). Maria inizia la sua lode tutta protesa nel far grande Colui che ha fatto per lei meraviglie. La sua esultanza nasce dal profondo di sé, dalla sua anima, dal suo spirito (1, 46-47). Nel riferirsi alla sua esperienza specifica, la Vergine di Nazaret riprende frasi di donne del passato, madri di Israele; in particolare si rifà al canto di ringraziamento di Anna, la madre di Samuele, dopo il dono della maternità («Il mio cuore esulta nel Signore, la mia forza s'innalza grazie al mio Dio…..»; cfr. 1Sam 2,1). Ma nel suo canto riecheggia anche quello che un’altra Maria, la sorella di Aronne e di Mosè, la profetessa dell’Esodo, che cantò con cembali e a ritmo di danza dopo la grande liberazione dall’Egitto e il passaggio del mar Rosso: «Cantate al Signore perché ha mirabilmente trionfato…» (cfr. Es 15,21). Il Dio cantato da Maria è innanzi tutto il «Signore» - nome con cui si è rivelato a Mosè (cfr. Es 3,14-15) – e, soprattutto, è «salvatore», amore che non può non amare, che non può non sentire tenerezza verso la miseria delle sue creature. La giovane donna è consapevole che lo sguardo divino si è abbassato sull’«umiltà della sua serva» (1,48a). Non si compiace di sé o del dono ricevuto ma del Signore stesso che si dona, che si china verso la povertà dell'uomo per manifestargli il suo amore. Ha piena cognizione di essere l’Eletta, tuttavia persiste nell’atteggiamento della più completa umiltà. Tutte le generazioni la riconosceranno «beata» e gioiranno con lei della sua stessa gioia (1,48b), perché in lei l’abisso di tutta l’umanità è stato colmato di luce e si è rivelato come capacità di concepire Gesù, il Dono dei doni. Dio l’ha scelta per compiere «grandi cose» (1,49a), perché lei non ha motivi per vantarsi, perché è vergine, perché è povera, perché abita in un villaggio sconosciuto, perché non è orgogliosa né ricca. Il suo essere “nulla assoluto” è il solo in grado di ricevere il “Tutto” di Dio. La scena si allarga. Mentre le generazioni umane si alzano a proclamarla beata, Maria sembra quasi scomparire all'interno di un popolo di umili timorati di Dio (in ebraico gli «’anawim») sui quali si dispiega - come su di lei - la misericordia dell’«Onnipotente» (1,50), nome con il quale Dio stesso si rivelò ad Abramo, Isacco e Giacobbe quando strinse con loro un’alleanza carica di promesse (cfr. Gen 17,1; 28,3; 35,11). Le grandi opere, compiute dal Signore a favore della sua serva, si ripetono con forza impressionante a vantaggio di tutti i poveri della terra, vera discendenza di Abramo (1,51-55). Sul palcoscenico della storia, da un lato stanno i superbi, i potenti, i ricchi, sul lato opposto gli umili, gli affamati e indigenti. Con una serie di verbi, Maria descrive un rovesciamento e un radicale mutamento delle parti tra gli uomini: ha rovesciato/ha innalzato, ha ricolmato/ha rimandato a mani vuote. Sette verbi/azioni indicativi di un agire salvifico pieno, totale (il numero sette nella Bibbia è simbolo di pienezza e totalità). L’espressione iniziale: «Ha spiegato la potenza del suo braccio» (1,51) è chiaramente evocatrice dell’esodo, quando YHWH manifestò la sua potenza contro l'arrogante prepotenza del Faraone. Il braccio potente del Signore fa uscire dalla miseria i poveri della terra, i senza potere, coloro che non hanno alcun valore agli occhi degli uomini, come un tempo fece uscire Israele dall’Egitto. La sua opera di liberazione contrasta con i «potenti» di questo mondo che spesso siedono su un trono di violenza e di oppressione come l’antico Faraone (1,52). Dio dona amore e non attende che amore; per questo ha «colmato di beni» coloro che non hanno altro da offrire che se stessi (1,53a); chi chiude il suo cuore si trova «a mani vuote», anche se è ricco di beni materiali (1,53b). Anche queste sono opere grandiose della misericordia del Signore: il potente che cade nella polvere e il sazio che prova l’indigenza, sono posti nella condizione di poter essere rialzati e saziati. Nell’esperienza del vuoto, nel crollo degli idoli, l’uomo si trova nella condizione migliore per cercare Dio. L’ultimo verbo della serie menziona Israele, oggetto di affettuosa misericordia da parte di Dio e da lui «soccorso» per fedeltà ad Abramo e alla promessa (1,54-55). In Maria è presente il Messia, il Dio fatto uomo; ora si realizzano gli annunci profetici dell’Antico Testamento, il compimento della promessa fatta da Dio ad Abramo è definitivo (cfr. Gen 12,2-3). Cantare il “Magnificat” non significa elevare una lode a Maria, ma assieme con lei lodare Dio per quanto ha operato e continua ad operare per il suo popolo. Il racconto dell’incontro delle due madri si conclude con una piccola annotazione: Maria rimane nella casa di Elisabetta per tre mesi. Quando Davide ebbe paura di ricevere l’arca del Signore la fece portare a casa di Obed-Edom, dove rimase per tre mesi (cfr. 2Sam 6,11). Per l’arca e per Maria quel rimanere è solo una tappa. I tre mesi ci obbligano a guardare al dopo; letterariamente indicano un racconto aperto. Si tratta di un invito a seguire la Vergine di Nazaret nel suo cammino, una via obbligata per incontrarci con Gesù.