Introduzione

Genesi significa genealogie, ma le figliolanze di cui tratta questo libro hanno una duplice dimensione: una procede secondo la carne, l'altra secondo la parola, che è la benedizione del Padre. Secondo Gen 1,27-28, Dio, in qualità di Padre, benedice la prima coppia umana subito dopo averla creata. Di generazione in generazione questa prima paterna "benedizione" sarà tramandata di padre in figlio, tant'è che il libro della Genesi potrebbe essere chiamato anche "il libro delle benedizioni". Mentre il seme umano trasmette la vita corporea la parola che benedice è come un seme di vita divina che assicura benevolenza e promette fecondità e crescita.

La storia dei patriarchi, come quella intera della Genesi, si rivela alla fine come storia di fiducia e di fede in un Dio, che elegge gratuitamente per far partecipare alla realizzazione di un piano di salvezza, che si fonda sulla grazia e non sulle opere autonome dell’uomo. Questo è sostanzialmente l’insegnamento di fondo, costante e ripetuto, che si deve ricavare quando si legge questo primo Libro della Bibbia secondo una lettura globale, che è uno dei criteri fondamentali della corretta lettura della Bibbia. E, di fatto, è l’insegnamento di tutta la Sacra Scrittura.

Isacco

L’uomo del sorriso

Genesi 21,1-35,29

Isacco, il secondo patriarca di Israele, è presentato nelle pagine dell'Antico Testamento come un personaggio non chiaramente delineato. A differenza di Abramo e Giacobbe, ai quali viene cambiato il nome, è Dio stesso a imporgli il nome di "Isacco" («Yzchaq» cfr. 17,19), che significa “Egli sorride” o “Il Signore (Y=«YHWH») [sor]ride («zachaq»)". Segno concreto del "sorriso di Dio" per l’umanità, Isacco sarà per tutta la sua vita "uomo del sorriso", capace di suscitare pace, serenità, riconciliazione. La sua nascita e la sua crescita sono associate al riso. Il padre Abramo ride quando, nel suo centesimo anno d’età, gli è annunciata la nascita di questo figlio (cfr. 17,17). La madre Sara sorride d’incredulità dentro di sé ascoltando la notizia nascosta sotto la sua tenda (cfr. 18,12); poi, quando nasce il bambino, immagina il ridere del vicinato (cfr. 21,6). I vicini ridono e fanno festa allo svezzamento (cfr. 21,8). Ride e scherza il fratello Ismaele quando gioca con lui (la parola ebraica che indica il sorriso è la stessa che indica il gioco; cfr. 21,9-10). Gioca e ride lo stesso Isacco con la moglie Rebecca (cfr. 26,8).

Quando è ancora un ragazzo, un ordine del Signore comanda al padre di portarlo sul monte Moria e di sacrificarlo (c.22). La voce del fanciullo si fa sentire una sola volta, nel momento in cui arrivano sul luogo del sacrificio, dove chiede: «Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov'è l'agnello per l'olocausto?» (cfr. 22,7). All'enigmatica risposta di Abramo («Dio stesso si provvederà l'agnello per l'olocausto, figlio mio!»; cfr. 22,8) il giovane replica con un commovente e sottomesso silenzio. Egli non può credere che suo padre gli voglia del male ed è disposto a lasciarsi legare e porre sull'altare, sopra la legna, senza che la fiducia venga meno. Padre e figlio superano la paura di essere ingannati; il primo da Dio, il secondo dal padre. Il sacrificio offerto da Abramo è la sua obbedienza; nello stesso momento, il medesimo sacrificio è offerto da Isacco e la sua obbedienza lo innalza all'altezza del padre. Entrambi saranno ricompensati per la loro fede.

Il cuore del padre e quello del figlio, uniti nell’offerta del sacrificio, sono l’immagine viva, sigillata nella storia, di un altro Padre che è unito al Figlio nel sacrificio supremo della croce.

Dopo l’episodio del "sacrificio", la vicenda di Isacco, ci è raccontata a episodi che hanno sempre riferimenti più o meno espliciti alla vita del padre Abramo o a quella dei figli, Giacobbe ed Esaù. Persino nella scelta della moglie Isacco rimane in secondo piano. Delle sue nozze abbiamo solo una descrizione dei preparativi, affidati da Abramo al fidato servo Eliezer, in assenza del principale interessato (cfr. 24,1-62). Per cercare una sposa adatta, il servo è inviato nella terra dei padri, la Mesopotamia settentrionale. Il racconto della sua missione dimostra che Dio interviene nella scelta di Rebecca, figlia di uno dei nipoti di Abramo. I due giovani si sposano, ma nella loro unione vi è un neo: la sterilità, com’era stato per Abramo e Sara. L’insistenza sulla sterilità mette in risalto l’intervento divino nella nascita dei patriarchi. A differenza di suo padre, Isacco si dimostra assai paziente, non solleva proteste e non commette azioni affrettate. Confidando nel Signore, egli continua a pregare. Le sue preghiere saranno esaudite una ventina di anni dopo con la nascita di due gemelli: Esaù e Giacobbe (c.25).

Il capitolo 26 è l’unico che ci riporta parole di Dio rivolte direttamente ad Isacco (26,2-5.23). Il racconto si apre col tema della siccità e della carestia che, come già avvenne per Abramo, spingono Isacco ad abbandonare il luogo dove abitava per dirigersi in Egitto (terra che non dipendeva dalle piogge per la presenza delle acque del Nilo). Tuttavia Dio lo ammonisce di non partire e gli promette la propria benedizione (26,2-5). Isacco obbedisce e si ferma presso Abimèlech re dei Filistei. La benedizione del Signore è tanto generosa che la semina in quell'anno produce «il centuplo» (26,12-13).

I pozzi di Isacco

Genesi 26, 12-25

12Isacco fece una semina in quella terra e raccolse quell'anno il centuplo. Il Signore infatti lo aveva benedetto. 13E l'uomo divenne ricco e crebbe tanto in ricchezze fino a divenire ricchissimo: 14possedeva greggi e armenti e numerosi schiavi, e i Filistei cominciarono a invidiarlo.

15Tutti i pozzi che avevano scavato i servi di suo padre ai tempi di Abramo, suo padre, i Filistei li avevano chiusi riempiendoli di terra. 16Abimèlec disse a Isacco: "Vattene via da noi, perché tu sei molto più potente di noi". 17Isacco andò via di là, si accampò lungo il torrente di Gerar e vi si stabilì. 18Isacco riattivò i pozzi d'acqua, che avevano scavato i servi di suo padre, Abramo, e che i Filistei avevano chiuso dopo la morte di Abramo, e li chiamò come li aveva chiamati suo padre. 19I servi di Isacco scavarono poi nella valle e vi trovarono un pozzo di acqua viva. 20Ma i pastori di Gerar litigarono con i pastori di Isacco, dicendo: "L'acqua è nostra!". Allora egli chiamò il pozzo Esek, perché quelli avevano litigato con lui. 21Scavarono un altro pozzo, ma quelli litigarono anche per questo ed egli lo chiamò Sitna. 22Si mosse di là e scavò un altro pozzo, per il quale non litigarono; allora egli lo chiamò Recobòt e disse: "Ora il Signore ci ha dato spazio libero, perché noi prosperiamo nella terra". 23Di là salì a Bersabea. 24E in quella notte gli apparve il Signore e disse:

"Io sono il Dio di Abramo, tuo padre;

non temere, perché io sono con te:

ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza

25Allora egli costruì in quel luogo un altare e invocò il nome del Signore. Lì piantò la tenda, e i servi di Isacco scavarono un pozzo.

La prosperità di Isacco suscita l'invidia dei filistei, che ne hanno anche timore perché egli è più potente di loro (26,14). I residenti nella zona in cui abita lo cacciano via sia con il comando esplicito di Abimèlech loro re (26,16) sia con azioni di sabotaggio poiché, non rispettando il patto stabilito con Abramo (26,15; cfr. 21,22-34), hanno otturato con la terra i pozzi scavati dai servi dell'anziano patriarca (26,15.18). Isacco è costretto a vivere come fuggiasco e migrante. Per ben tre volte leverà le tende in cerca di luoghi tranquilli e lontani dal raggio d'azione di chi abita in città o villaggi (26,17.22.23).

In un contesto geografico in cui c'era scarsità d'acqua, il pozzo («beer»)era necessario (cfr. il canto di Nm 21,17-18) sia per i pastori (come i patriarchi) sia per chi coltivava i campi, come i Cananei, i Filistei, lo stesso Isacco e poi anche Giacobbe (cfr. 37,6-7). Secondo l'usanza del tempo, i pozzi ricevevano dei nomi propri (per es. «Lacai-Roi», cfr.16,13-14), che spesso evocavano un evento accaduto nei loro pressi. Poter bere acqua dal proprio pozzo sia in senso fisico (acqua) sia metaforico (amore) era segno di prosperità e di pace (cfr. Is 36,16). L'accorrere delle ragazze ai pozzi per prendere acqua poteva essere occasione per contrarre matrimonio (cfr. Es 2,16-22; 1Sam 9,11); sia l'amata sia la sposa erano considerate pozzi presso cui trovare «acqua che zampilla» (cfr. Ct 4,12-15; Prv 5,15-19).

Nella Bibbia il tema della ricerca dell’acqua del pozzo come luogo in cui s’incontra la propria sposa e con lei l’amore assoluto e fedele, è simbolo della ricerca spirituale dell’uomo e dell’incontro di Dio con il suo popolo. L'otturazione dei pozzi è interpretata come il tentativo di impedire di avere una relazione signi­ficativa con Dio, sorgente di vita e prosperità. Si capisce così perché Isacco si senta in dovere di continuare l'opera del padre ripristinando i pozzi scavati dai servi di Abramo, senza cambiarne il nome (25,18). Inoltre scava nuovi pozzi nello stesso luogo, suscitando l'opposizione dei filistei, che ne rivendicano il possesso («L'acqua è nostra!»; 26,20).

La ricerca dell’acqua è la ricerca della verità, quella verità di cui l’uomo ha sete e che è Dio stesso. I nomi dati ai nuovi pozzi testimoniano quanto sia faticoso questo cammino: «Eseq» e «Sitna», rispettivamente "lite" e "ostilità" (26,20-21). Isacco non risponde male per male e accetta anche il disagio di allontanarsi da un luogo e di andare verso uno «spazio libero» pur di poter vivere in pace (26,22). Riesce a trovare la tranquillità, la sicurezza, la pace e la libertà di muoversi solo quando ha il coraggio di andare in una zona non ancora abitata, al limite del deserto, dove scava un nuovo pozzo, chiamato «Recobot» (che significa "ampiezza") per suggerire l’idea di un orizzonte infinito. Trovare Dio e la sua verità non è soltanto dissetare il cuore e la mente, ma è anche vedersi aprire innanzi nuove prospettive di vita.

Isacco si dirige poi a Bersabea (="sette pozzi" o "Pozzo del giuramento" da «Beer»="pozzo" e «Shaba»="sette"; 26,23-25), dove si trova uno dei pozzi scavati dal padre (cfr. 21,31). Qui Dio appare a Isacco e gli riconferma l’alleanza per amore di Abramo, assicurandogli la sua presenza («io sono con te»), la sua protezione («non temere») e la sua benedizione («ti benedirò») che si manifesterà nella numerosa discen-denza («moltipli­cherò la tua discendenza»). Le azioni liturgiche con cui Isacco risponde al Signore sono le stesse compiute dal padre (26,25; cfr. 12,5-9). La fede di Abramo fonda quella del figlio, la irrobustisce e la fa crescere. Perciò Isacco è considerato "padre nella fede" ed è annoverato nella triade dei patriarchi: Yhwh è «il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe» (cfr. Es 3,6; 1Re 18,36; Mt 22,32), vale a dire colui che tiene unite le diverse generazioni tramite le promesse che porterà a compimento a favore di tutti i loro discendenti.

Isacco è "padre nella fede" (cfr. anche Eb 11,20) anche per il suo modo di relazionarsi con gli altri - ad­dirittura con chi gli si dimostra ostile e nemico - ma­nifestando il suo carattere di persona pacifica e disposta alla riconciliazione. Il suo atteggiamento di non rispondere con violenza a chi gli manifesta odio e lo scaccia via (26,15-17) gli ottiene non solo la consolazione della visita del Signore (26,23-25) ma anche la possibilità di far ricredere il nemico, di riconciliarsi con lui e di stabilire con lui un’alleanza («berit») di pacifica, fraterna e rispettosa convivenza (26,26-33).

Giacobbe

Tra oscurità e rivelazione

Genesi 25,19-37,1

Dopo la breve parentesi su Isacco, il testo biblico presenta il ciclo narrativo riguardante suo figlio Giacobbe, una delle figure caratterialmente e psicologicamente più moderne presenti nei primi capitoli della Bibbia.

Nella prima parte della sua vita, Giacobbe appare come un ragazzo e un giovane uomo intelligente, perspicace, astuto fino ai limiti della correttezza, non sempre sincero e a volte pavido. E' l'uomo convinto di poter bastare a se stesso e di poter risolvere con la propria abilità tutti i casi della vita. Non affronta mai nessuno a viso aperto, vuole ottenere il massimo con la minima fatica, abituato a vincere con tutti i mezzi sfruttando a proprio vantaggio ogni situazione. Segue un suo progetto e usa fino in fondo la propria intelligenza per realizzarlo.

Tuttavia neppure un personaggio così difficile e problematico come Giacobbe riesce ad impedire a Dio di realizzare le promesse fatte al suo popolo; perché egli fa sempre in modo che, attraverso le vicende della vita, ogni impegno con lui, anche se iniziato in modo superfi-ciale, per gioco o per egoismo, diventi vero. La storia di Giacobbe è il racconto di una conversione. Dio entra nella sua vita manifestando la sua «emet»= fedeltà - vale a dire il suo amore vero e fedele nel tempo - e promettendogli per due volte la sua alleanza: la prima a Betel (28,15), la seconda, vent'anni dopo, prima di tornare da Paddan-Aram (31,3). Nella narrazione il Signore in­terviene pochissimo, ma in momenti fondamentali per il cammino spirituale del patriarca. Sembra quasi che egli lasci fare all'uomo la sua strada con la massima libertà, ma in realtà agisce dietro le quinte, in fedeltà a se stesso, senza manipolare la libertà dell'uomo ma orientandolo dal di dentro perché diventi stru­mento con cui realizzare i suoi progetti-promesse. Così segue Giacobbe, lo anticipa, ma anche lo aiuta, facendo sì che i suoi piani trovino applicazione; e lentamente lo educa ad un rapporto vero e totale con lui, lo purifica, finché, sazio di giorni, il patriarca non avrà meritato nella sofferen­za la primogenitura e la benedizione di cui si era appropriato con l'inganno.

Giacobbe, colui che fa sgambetti

Genesi 25,19-34

19Questa è la discendenza di Isacco, figlio di Abramo. Abramo aveva generato Isacco. 20Isacco aveva quarant'anni quando si prese in moglie Rebecca, figlia di Betuèl l'Arameo, da Paddan-Aram, e sorella di Làbano, l'Arameo. 21Isacco supplicò il Signore per sua moglie, perché ella era sterile e il Signore lo esaudì, così che sua moglie Rebecca divenne incinta. 22Ora i figli si urtavano nel suo seno ed ella esclamò: "Se è così, che cosa mi sta accadendo?". Andò a consultare il Signore. 23Il Signore le rispose:

"Due nazioni sono nel tuo seno

e due popoli dal tuo grembo si divideranno;

un popolo sarà più forte dell'altro

e il maggiore servirà il più piccolo".

24Quando poi si compì per lei il tempo di partorire, ecco, due gemelli erano nel suo grembo. 25Uscì il primo, rossiccio e tutto come un mantello di pelo, e fu chiamato Esaù. 26Subito dopo, uscì il fratello e teneva in mano il calcagno di Esaù; fu chiamato Giacobbe. Isacco aveva sessant'anni quando essi nacquero.

27I fanciulli crebbero ed Esaù divenne abile nella caccia, un uomo della steppa, mentre Giacobbe era un uomo tranquillo, che dimorava sotto le tende. 28Isacco prediligeva Esaù, perché la cacciagione era di suo gusto, mentre Rebecca prediligeva Giacobbe.

29Una volta Giacobbe aveva cotto una minestra; Esaù arrivò dalla campagna ed era sfinito. 30 Disse a Giacobbe: "Lasciami mangiare un po' di questa minestra rossa, perché io sono sfinito". Per questo fu chiamato Edom. 31Giacobbe disse: "Vendimi subito la tua primogenitura". 32Rispose Esaù: "Ecco, sto morendo: a che mi serve allora la primogenitura?". 33Giacobbe allora disse: "Giuramelo                     subito". Quegli lo giurò e vendette laprimogenitura a Giacobbe.

34Giacobbe diede a Esaù il pane e la minestra di lenticchie; questi mangiò e bevve, poi si alzò e se ne andò. A tal punto Esaù aveva disprezzato la primogenitura.

Giacobbe e il fratello gemello Esaù nascono da una madre che è stata sterile per lungo tempo: sono un dono straordinario di Dio.

«Gemelli» dovrebbe alludere a una somiglianza radicale, invece i due bimbi lottano furiosamente tra loro mentre sono ancora nel grembo di Rebecca, la quale va per questo a «consultare il Signore» (25,22). La spiegazione consiste in una profezia: tra i popoli che deriveranno dai due fratelli - gli israeliti/ebrei da Giacobbe e gli edomiti/idumei da Esaù - esisterà una forte ostilità (25,23).

Il primo nato è Esaù, un piccolo dal folto pelo rossiccio (25,25); Giacobbe nasce per secondo, tenendo in mano il calcagno del fratello, pronto a fargli lo sgambetto per soppiantarlo (25,26). Il nome Giacobbe («Ya’ãqob») può significare appunto "calcagno” (dall'ebraico «’aqeb») o “soppiantatore” («’aqab») o “Dio che protegge” («Ya’acob-El»).

Quella dei due figli di Isacco è una storia di predilezioni e di inganni. Il padre predilige Esaù, abile cacciatore, nel quale l'istinto prende sempre il sopravvento sul discernimento. Rebecca predilige Giacobbe, descritto come «uomo tranquillo», perché preferisce rimanere a casa tra le tende del suo gruppo familiare e condurre la vita di un pastore (25,27-28).

Il primo evento che riguarda i due fratelli mette in luce i loro caratteri contrastanti (25,29-34). La legge naturale designa Esaù, il primogenito, come successore di Isacco. Una sera egli ritorna nella tenda, affamato e affaticato. Giacobbe, con scaltrezza, approfitta del bisogno e della fragilità del fratello e gli tende un’insidia, proponendogli un baratto: la primogenitura per un piatto di minestra di lenticchie (una pietanza di colore rosso). Nella trattativa è tirato in ballo anche Dio attraverso il giuramento (25,33).

Esaù è un uomo istintivo, preoccupato di soddisfare i bisogni primari come il mangiare e il bere, irresponsabile e vulnerabile, imperdonabile nelle sue leggerezze e nel non saper apprezzare i doni del Signore. Il suo peccato è il disinteresse per le cose di Dio, quasi una forma di "sciatteria spirituale". Con il suo disprezzo per la primogenitura, nega il valore dell’alleanza di Dio con Abramo e Isacco.Questo fatto, come anche l’aver sposato donne Ittite, ne farà l’emblema dell’uomo che si allontana dalla benevolenza di Dio e dal cammino dell’alleanza.

Giacobbe è calcolatore ed abile, il suo peccato è il voler essere "il primo" a tutti i costi; ma la via della salvezza, passa per lui perché saprà mettere a frutto l'intelligenza donatagli da Dio e cercherà con tutte le forze di piacere al Signore e di inserirsi nei piani divini.

Giacobbe, l'ingannatore

Capitolo 27

1 Isacco era vecchio e gli occhi gli si erano così indeboliti che non ci vedeva più. Chiamò il figlio maggiore, Esaù, e gli disse: "Figlio mio". Gli rispose: "Eccomi". 2Riprese: "Vedi, io sono vecchio e ignoro il giorno della mia morte. 3Ebbene, prendi le tue armi, la tua farètra e il tuo arco, va' in campagna e caccia per me della selvaggina. 4Poi preparami un piatto di mio gusto e portamelo; io lo mangerò affinché possa benedirti prima di morire". 5Ora Rebecca ascoltava, mentre Isacco parlava al figlio Esaù. Andò dunque Esaù in campagna a caccia di selvaggina da portare a casa. 6Rebecca disse al figlio Giacobbe: "Ecco, ho sentito tuo padre dire a tuo fratello Esaù: 7"Portami della selvaggina e preparami un piatto, lo mangerò e poi ti benedirò alla presenza del Signore prima di morire". 8Ora, figlio mio, da' retta a quel che ti ordino. 9Va' subito   al gregge e prendimi di là due bei capretti; io preparerò un piatto per tuo padre, secondo il suo gusto. 10Così tu lo porterai a tuo padre, che ne mangerà, perché ti benedica prima di morire". 11Rispose Giacobbe a Rebecca, sua madre: "Sai bene che mio fratello Esaù è peloso, mentre io ho la pelle liscia. 12Forse mio padre mi toccherà e si accorgerà che mi prendo gioco di lui e attirerò sopra di me una maledizione invece di una benedizione". 13Ma sua madre gli disse: "Ricada pure su di me la tua maledi-zione, figlio mio! Tu dammi retta e va' a prendermi i capretti". 14Allora  egli andò a prenderli e li portò alla madre, così la madre ne fece un piatto secondo il gusto di suo padre. 15Rebecca prese i vestiti più belli del figlio maggiore, Esaù, che erano in casa presso di lei, e li fece indossare al figlio minore, Giacobbe;16con le pelli dei capretti rivestì le sue braccia e la parte liscia del collo. 17Poi mise in mano a suo figlio Giacobbe il piatto e il pane che aveva preparato.

18Così egli venne dal padre e disse: "Padre mio". Rispose: "Eccomi; chi sei tu, figlio mio?".19Giacobbe rispose al padre: "Io sono Esaù, il tuo primogenito. Ho fatto come tu mi hai ordinato. alzati, dunque, siediti e mangia la mia selvaggina, perché tu mi benedica". 20Isacco disse al figlio: "Come hai fatto presto a trovarla, figlio mio!". Rispose: "Il Signore tuo Dio me l'ha fatta capitare davanti". 21Ma Isacco gli disse: "Avvicìnati e lascia che ti tocchi, figlio mio, per sapere se tu sei proprio il mio figlio Esaù o no". 22Giacobbe si  avvicinò a Isacco suo padre, il quale lo toccò e disse: "La voce è la voce di Giacobbe, ma le braccia sono le braccia di Esaù". 23Così non lo riconobbe, perché le sue braccia erano pelose come le braccia di suo fratello Esaù, e lo benedisse. 24Gli disse ancora: "Tu sei proprio il mio figlio Esaù?". Rispose: "Lo sono". 25Allora disse: "Servimi, perché possa mangiare della selvaggina di mio figlio, e ti benedica". Gliene servì ed egli mangiò, gli portò il vino ed egli bevve. 26Poi suo padre Isacco gli disse: "Avvicìnati e baciami, figlio mio!". 27Gli si avvicinò e lo baciò. Isacco aspirò l'odore degli abiti di lui e lo benedisse:

"Ecco, l'odore del mio figlio

come l'odore di un campo

che il Signore ha benedetto.

 28Dio ti conceda rugiada dal cielo,

terre grasse, frumento

e mosto in abbondanza.

29Popoli ti servano

e genti si prostrino davanti a te.

Sii il signore dei tuoi fratelli

e si prostrino davanti a te i figli di tua madre.

Chi ti maledice sia maledetto

e chi ti benedice sia benedetto!".

30Isacco aveva appena finito di benedire Giacobbe e Giacobbe si era allontanato dal padre Isacco, quando tornò dalla caccia Esaù, suo fratello. 31Anch'egli preparò un piatto, lo portò al padre e gli disse: "Si alzi mio padre e mangi la selvaggina di suo figlio, per potermi benedire". 32Gli disse suo padreIsacco: "Chi sei tu?". Rispose: "Io sono il tuo figlio primogenito, Esaù". 33Allora Isacco fu colto da un fortissimo tremito e disse: "Chi era dunque colui che ha preso la selvaggina e me l'ha portata? Io ho mangiato tutto prima che tu giungessi, poi l'ho benedetto e benedetto resterà". 34Quando Esaù sentì le parole di suo padre, scoppiò in alte, amarissime grida. Disse a suo padre: "Benedici anche me, padre mio!". 35Rispose: "È venuto tuo fratello con inganno e ha carpito la benedizione che spettava a te". 36Riprese: "Forse perché si chiama Giacobbe mi ha soppiantato già due volte? Già ha carpito la mia primogenitura ed ecco ora ha carpito la mia benedizione!". E soggiunse: "Non hai forse in serbo qualche benedizione per me?". 37Isacco rispose e disse a Esaù: "Ecco, io l'ho costituito tuo signore e gli ho dato come servi tutti i suoi fratelli; l'ho provveduto di frumento e di mosto; ora, per te, che cosa mai potrei fare, figlio mio?". 38Esaù disse al padre: "Hai una sola benedizione, padre mio? Benedici anche me, padre mio!". Esaù alzò la voce e pianse. 39Allora suo padre Isacco prese la parola e gli disse:

"Ecco, la tua abitazione

sarà lontano dalle terre grasse,

lontano dalla rugiada del cielo dall'alto.

40Vivrai della tua spada

e servirai tuo fratello;

ma verrà il giorno che ti riscuoterai,

spezzerai il suo giogo dal tuo collo".

41Esaù perseguitò Giacobbe per la benedizione che suo padre gli aveva dato. Pensò Esaù: "Si avvicinano i giorni del lutto per mio padre; allora ucciderò mio fratello Giacobbe". 42Ma furono riferite a Rebecca le parole di Esaù, suo figlio maggiore, ed ella mandò a chiamare il figlio minore Giacobbe e gli disse: "Esaù, tuo fratello, vuole vendicarsi di te e ucciderti. 43Ebbene, figlio mio, dammi retta: su, fuggi a Carran da mio fratello Làbano. 44Rimarrai con lui            qualche tempo, finché l'ira di tuo fratello si sarà placata. 45Quando la collera di tuo fratello contro di te si sarà placata e si sarà dimenticato di quello che gli hai fatto, allora io manderò a prenderti di là. Perché dovrei venir privata di voi due in un solo giorno?".

46E Rebecca disse a Isacco: "Ho disgusto della mia vita a causa delle donne ittite: se Giacobbe prende moglie tra le Ittite come queste, tra le ragazze della regione, a che mi giova la vita?"

A peggiorare i rapporti tra i due fratelli si aggiunge un altro episodio.  Giacobbe, dopo aver ottenuto con l'inganno la primogenitura ("bekorah"), ora vuole anche la benedizione dal padre ("bekarah") con tutti i benefici ad essa legati, perciò accetta il progetto architettato dalla madre e non si fa scrupolo di ingannare Isacco, ormai vec­chio e praticamente cieco, e fare un secondo "sgambetto" al fratello Esaù. La commedia organizzata da Rebecca si sdipana attraverso una serie d’inganni e di travestimenti. Dio usa anche i grovigli degli intrighi umani per condurre a pienezza il suo disegno. Isacco, che neppure per un momento ha creduto di poter essere ingannato dal padre Abramo, è ora ingannato dalla frode della moglie e del figlio!

Sia Rebecca sia Giacobbe pensano a rubare una benedizione che è simbolo di potere e ricchezza, senza tenere conto che tale eredità comporta anche un inserimento nella promessa; invece, con questo gesto il secondogenito di Isacco s’inserisce, che lui lo voglia o no, in una storia religiosa che è la storia delle promesse di Dio ai padri.

Isacco sa di essere solo uno strumento nelle mani del Signore e che la benedizione non è cosa sua, bensì di Dio, ed è parola realmente efficace, che trasmette una forza vitale. Anche se rimane stupito e addolorato per lo smarrimento del primogenito Esaù, egli ha un tale rispetto per la grandezza del Signore da rendersi conto di non poter revocare quanto è stato operato (27,35).

La storia della salvezza non si realizzerà attraverso il forte, il “primo” (Esaù), ma attraverso il “secondo” (Giacobbe), che incarna il popolo della scelta divina.

Esaù riconosce nel nome di Giacobbe («Yaaqob») la caratteristica di riuscire a prevalere con l'inganno («aqab»=“soppiantare”; 27,36). Di fronte al pianto disperato del figlio maggiore, il padre si decide a dargli una specie di benedizione “minore” nella quale lo raffigura come un nomade senza terreni agricoli che deve sopravvivere con la sua spada nel deserto (27,39-40). L'autore sacro ha in mente gli edomiti, discendenti di Esaù-Edom, che saranno vassalli di Israele ma che un giorno riusciranno a scuotersi di dosso il giogo del popolo ebraico, come ci fa capire alludendo a ciò che avverrà in seguito (cfr. 2Re 8,20-22).

È facile immaginare la tensione che ora si è creata nella famiglia di Isacco: Esaù cova propositi omicidi nei confronti del fratello, così Rebecca si premura di salvare il suo prediletto facendolo riparare nella terra della sua fami­glia a Carran - il paese che Abramo aveva abban-donato per obbedienza a Dio - ove risiede quel fratello Labano che l’aveva concessa in moglie a Isacco (c.24). A questa soluzione Rebec­ca aggiunge un particolare significativo: rifugiandosi presso lo zio, Giacobbe potrà contrarre un matrimonio all’interno della famiglia d'origine, evitan­do quei matrimoni “misti” che Esaù aveva consumato unendosi con donne ittite (cfr. 26,34-35).

Il sogno di Giacobbe

Capitolo 28

1Allora Isacco chiamò Giacobbe, lo benedisse e gli diede questo comando: "Tu non devi prender moglie tra le figlie di Canaan. 2Su, va' in Paddan-Aram, nella casa di Betuèl, padre di tua madre, e prenditi là una moglie tra le figlie di Làbano, fratello di tua madre. 3Ti benedica Dio l'Onnipotente, ti renda fecondo e ti moltiplichi, sì che tu divenga un insieme di popoli. 4Conceda la benedizione di Abramo a te e alla tua discendenza con te, perché tu possieda la terra che Dio ha dato ad Abramo, dove tu sei stato forestiero". 5Così Isacco fece partire Giacobbe, che andò in Paddan-Aram presso Làbano, figlio di Betuèl, l'Arameo, fratello di Rebecca, madre di Giacobbe e di Esaù.

6Esaù vide che Isacco aveva benedetto Giacobbe e l'aveva mandato in Paddan-Aram per prendersi una moglie originaria di là e che, mentre lo benediceva, gli aveva dato questo comando: "Non devi prender moglie tra le Cananee". 7Giacobbe, obbedendo al padre e alla madre, era partito per Paddan-Aram. 8Esaù comprese che le figlie di Canaan non erano gradite a suo padre Isacco. 9Allora si recò da Ismaele e, oltre le mogli che aveva, si prese in moglie Macalàt, figlia di Ismaele, figlio di Abramo, sorella di Nebaiòt.

10Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran. 11Capitò così in un luogo, dove passò la notte, perché il sole era tramontato; prese là una pietra, se la pose come guanciale e si coricò in quel luogo. 12Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco, gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. 13Ecco, il Signore gli stava davanti e disse: "Io sono il Signore, il Dio di Abramo, tuo padre, e il Dio di Isacco. A te e alla tua discendenza darò la terra sulla quale sei coricato. 14La tua discendenza sarà innumerevole come la polvere della terra; perciò ti espanderai a occidente e a oriente, a settentrione e a mezzogiorno. E si diranno benedette, in te e nella tua discendenza, tutte le famiglie della terra. 15Ecco, io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai; poi ti farò ritornare in questa terra, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto quello che ti ho detto".

16Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: "Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo". 17Ebbe timore e disse: "Quanto è  terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo". 18La mattina Giacobbe si alzò, prese la pietra che si era posta come guanciale, la eresse come una stele e versò olio sulla sua sommità. 19E chiamò quel luogo Betel, mentre prima di allora la città si chiamava Luz.

20Giacobbe fece questo voto: "Se Dio sarà con me e mi proteggerà in questo viaggio che sto facendo e mi darà pane da mangiare e vesti per coprirmi, 21se ritornerò sano e salvo alla casa di mio padre il Signore sarà il mio Dio. 22Questa pietra, che io ho eretto come stele, sarà una casa di Dio; di quanto mi darai, io ti offrirò la decima".

Isacco, ormai deve considerare Giacobbe come il primogenito a tutti gli effetti. Prima della partenza lo benedice secondo una formula che ricalca la promessa fatta da Dio ad Abramo. In essa ritornano i temi della discendenza numerosa e gloriosa e della terra (28,1-4).

Inizia l'educazione di Giacobbe alla vita soprannaturale. Durante la marcia da Bersabea a Carran (28,10) - un viaggio di oltre mille chilometri - egli si trova nel deserto e la notte sta calando: è necessario fermarsi per il pernotta­mento. Giacobbe posa il capo su una pietra e s’addormenta (28,11). Nel sogno vede una scala (forse una «zigurrat», una di quelle piramidi a scalini tipiche della civiltà assira, destinate al culto, alla cui sommità si ergeva un santuario, dimora del dio della città ove la torre era situata) su cui gli angeli di Dio salgono e scendono verticalmente dalla terra al cielo (28,12). L'immagine preannuncia un tempo in cui cielo e terra saranno uniti. Il patriarca non può comprendere appieno il senso del messaggio; è Gesù la scala che dà all'uomo la possibilità di salire e scendere dal cielo. Il versetto sarà ripreso da Giovanni nel suo vangelo (cfr. Gv 1,51: «Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell'uomo».

Alla sommità della scala sta Dio stesso che per la prima volta parla a Giacobbe e gli riconferma la promessa fatta a suo nonno Abramo e al padre Isacco, assicurandogli terra, discendenza e benedizione. Il Signore si fa protagonista della vita del patriarca e gli garantisce che sarà lui medesimo a custodire, ricondurre, a non abbandonare (28,13-15). Giacobbe, l'uomo che architettava di fare gli affari propri, non è più libero alla sua maniera; è alle dipendenze di Dio.

Il luogo del sogno si chiamava «Luz» ("mandorlo"); Giacobbe lo rinomina «Betel» che in ebraico significa “casa di Dio”, oppure, in senso più spirituale, "porta del cielo" (28,19). Betel fu un importante santuario ebraico, spesso evocato nella Bibbia, posto nella regione centrale della terra promessa. Il gesto di innalzare la pietra e di ungerla è denso di significato (28,18). Nella pietra piantata a terra e unta con olio molti commentatori vedono Cristo, l’Unto per eccellenza, "pietra d'angolo" del santuario fondato dalle mani di Dio.

Per la prima volta Giacobbe comprende che gli è stato anticipato qualcosa di grande e insieme misterioso, si sente scoperto ed ha timore. La paura poi si trasforma in un tentativo di patteggiamento a proprio vantaggio (28,20-22). Giacobbe tenta di strumentalizzare la sua esperienza d'incontro con il Signore, apparendo più negoziatore che fedele. La sua è una fede ragionata, sotto condizione, nella quale emergono cautela e circospezione, più che abbandono e fiducia. Egli concepisce ancora Dio come uno strumento da usare a proprio vantaggio. Ma intanto il seme è gettato; il Signore non si abbassa a compromessi e attende un'altra occasione.

Nascita dei figli di Giacobbe

Capitolo 29

1Giacobbe si mise in cammino e andò nel territorio degli orientali. 2Vide nella campagna un pozzo e tre greggi di piccolo bestiame distese vicino, perché a quel pozzo si abbeveravano le greggi. Sulla bocca del pozzo c'era una grande pietra: 3solo quando tutte le greggi si erano radunate là, i pastori facevano rotolare la pietra dalla bocca del pozzo e abbeveravano il bestiame; poi rimettevano la pietra al suo posto sulla bocca del pozzo. 4Giacobbe disse loro: "Fratelli miei, di dove siete?". Risposero: "Siamo di Carran". 5Disse loro: "Conoscete Làbano, figlio di Nacor?". Risposero: "Lo cono-sciamo". 6Poi domandò: "Sta bene?". Risposero: "Sì; ecco sua figlia Rachele che viene con il gregge". 7Riprese: "Eccoci ancora in pieno giorno: non è tempo di radunare il bestiame. Date da bere al bestiame e andate a pascolare!". 8Ed essi risposero: "Non possiamo, finché non si siano radunate tutte le greggi e si rotoli la pietra dalla bocca del pozzo; allora faremo bere il gregge".

9Egli stava ancora parlando con loro, quando arrivò Rachele con il bestiame del padre; era infatti una pastorella. 10Quando Giacobbe vide Rachele, figlia di Làbano, fratello di sua madre, insieme con il bestiame di Làbano, fratello di sua madre, Giacobbe, fattosi avanti, fece rotolare la pietra dalla bocca del pozzo e fece bere le pecore di Làbano, fratello di sua madre. 11Poi Giacobbe baciò Rachele e pianse ad alta voce. 12Giacobbe rivelò a Rachele che egli era parente del padre di lei, perché figlio di Rebecca. Allora ella corse a riferirlo al padre. 13Quando Làbano seppe che era Giacobbe, il figlio di sua sorella, gli corse incontro, lo abbracciò, lo baciò e lo condusse nella sua casa. Ed egli raccontò a Làbano tutte queste vicende. 14Allora Làbano gli disse: "Davvero tu sei mio osso e mia carne!". Così restò presso di lui per un mese.

15Poi Làbano disse a Giacobbe: "Poiché sei mio parente, dovrai         forse prestarmi servizio gratuitamente? Indicami quale deve essere il tuo salario". 16Ora Làbano aveva due figlie; la maggiore si chiamava Lia e la più piccola si chiamava Rachele. 17Lia aveva gli occhi smorti, mentre Rachele era bella di forme e avvenente di aspetto, 18perciò Giacobbe s'innamorò di Rachele. Disse dunque: "Io ti servirò sette anni per Rachele, tua figlia minore". 19Rispose Làbano: "Preferisco darla a te piuttosto che a un estraneo. Rimani con me". 20Così Giacobbe servì sette anni per Rachele: gli sembrarono pochi giorni, tanto era il suo amore per lei. 21Poi Giacobbe disse a Làbano: "Dammi la mia sposa, perché i giorni sono terminati e voglio unirmi a lei". 22Allora Làbano radunò tutti gli uomini del luogo e diede un banchetto. 23Ma quando fu sera, egli prese la figlia Lia e la condusse da lui ed egli si unì a lei.   

24Làbano diede come schiava, alla figlia Lia, la sua schiava Zilpa. 25Quando fu mattina... ecco, era Lia! Allora Giacobbe disse a Làbano: "Che cosa mi hai fatto? Non sono stato al tuo servizio per Rachele? Perché mi hai ingannato?". 26Rispose Làbano: "Non si usa far così dalle nostre parti, non si dà in sposa la figlia più piccola prima della primogenita. 27Finisci questa settimana nuziale, poi ti darò anche l'altra per il servizio che tu presterai presso di me per altri sette anni". 28E così fece Giacobbe: terminò la settimana nuziale e allora Làbano gli diede in moglie la figlia Rachele. 29Làbano diede come schiava, alla figlia Rachele, la sua schiava Bila. 30Giacobbe si unì anche a Rachele e amò Rachele più di Lia. Fu ancora al servizio di lui per altri sette anni.

31Ora il Signore, vedendo che Lia veniva trascurata, la rese feconda, mentre Rachele rimaneva sterile. 32Così Lia concepì e partorì un  figlio e lo chiamò  Ruben, perché disse: "Il Signore ha visto la mia umiliazione; certo, ora mio marito mi amerà". 33Concepì ancora e partorì un figlio, e disse: "Il Signore ha udito che io ero trascurata e mi ha dato anche questo". E lo chiamò Simeone. 34Concepì ancora e partorì un figlio, e disse: "Questa volta mio marito mi si affezionerà, perché gli ho partorito tre figli". Per questo lo chiamò Levi. 35Concepì ancora e partorì un figlio, e disse: "Questa volta loderò il Signore". Per questo lo chiamò Giuda. E cessò di avere figli.

Capitolo 30

1Rachele, vedendo che non le era concesso di dare figli a Giacobbe, divenne gelosa della sorella e disse a Giacobbe: "Dammi dei figli, se no io muoio!". 2Giacobbe s'irritò contro Rachele e disse: "Tengo forse io il posto di Dio, il quale ti ha negato il frutto del grembo?".  3Allora ella rispose: "Ecco la mia serva Bila: unisciti a lei, partorisca sulle mie ginocchia cosicché, per mezzo di lei, abbia anch'io una mia prole". 4Così ella gli diede in moglie la propria schiava Bila e Giacobbe si unì a lei. 5Bila concepì e partorì a Giacobbe un figlio. 6Rachele disse: "Dio mi ha fatto giustizia e ha anche ascoltato la mia voce, dandomi un figlio". Per questo ella lo chiamò Dan. 7Bila, la schiava di Rachele, concepì ancora e partorì a Giacobbe un secondo figlio. 8Rachele disse: "Ho sostenuto contro mia sorella lotte tremende e ho vinto!". E lo chiamò Nèftali.

9Allora Lia, vedendo che aveva cessato di aver figli, prese la propria schiava Zilpa e la diede in moglie a Giacobbe. 10Zilpa, la schiava di Lia, partorì a Giacobbe un figlio. 11Lia esclamò: "Per fortuna!" e lo chiamò Gad. 12Zilpa, la schiava di Lia, partorì un secondo figlio a Giacobbe. 13Lia disse: "Per mia felicità! Certamente le donne mi chiameranno beata". E lo chiamò Aser.

14Al tempo della mietitura del grano, Ruben uscì e trovò delle mandragore, che portò alla madre Lia. Rachele disse a Lia: "Dammi un po' delle mandragore di tuo figlio". 15Ma Lia rispose: "Ti sembra poco avermi portato via il marito, perché ora tu voglia portare via anche le mandragore di mio figlio?". Riprese Rachele: "Ebbene, Giacobbe si corichi pure con te questa notte, ma dammi in cambio le mandragore di tuo figlio". 16La sera, quando Giacobbe arrivò dalla  campagna, Lia gli uscì incontro e gli disse: "Da me devi venire, perché io ho pagato il diritto di averti con le mandragore di mio figlio". Così egli si coricò con lei quella notte. 17Il Signore esaudì Lia, la quale concepì e partorì a Giacobbe un quinto figlio. 18Lia disse: "Dio mi ha dato il mio salario, perché ho dato la mia schiava a mio marito". E lo chiamò Ìssacar. 19Lia concepì e partorì ancora un sesto figlio a Giacobbe. 20Lia disse: "Dio mi ha fatto un bel regalo: questa volta mio marito mi preferirà, perché gli ho partorito sei figli". E lo chiamò Zàbulon. 21In seguito partorì una figlia e la chiamò Dina.

22Dio si ricordò anche di Rachele; Dio la esaudì e la rese feconda. 23Ella concepì e partorì un figlio e disse: "Dio ha tolto il mio disonore". 24E lo chiamò Giuseppe, dicendo: "Il Signore mi aggiunga un altro figlio!".

25Dopo che Rachele ebbe partorito Giuseppe, Giacobbe disse a Làbano: "Lasciami andare e tornare a casa mia, nella mia terra. 26Dammi le mogli, per le quali ti ho servito, e i miei bambini,            perché possa partire: tu conosci il servizio che ti ho prestato". 27Gli disse Làbano: "Se ho trovato grazia ai tuoi occhi... Per divinazione ho saputo che il Signore mi ha benedetto per causa tua". 28E aggiunse: "Fissami il tuo salario e te lo darò". 29Gli rispose: "Tu stesso sai come ti ho servito e quanto sono cresciuti i tuoi averi per opera mia. 30Perché il poco che avevi prima della mia venuta è aumentato oltre misura, e il Signore ti ha benedetto sui miei passi. Ma ora, quando lavorerò anch'io per la mia casa?". 31Riprese Làbano: "Che cosa ti devo dare?". Giacobbe rispose: "Non mi devi   nulla; se tu farai per me quanto ti dico, ritornerò a pascolare il tuo gregge e a custodirlo. 32Oggi passerò fra tutto il tuo bestiame; tu metti da parte ogni capo di colore scuro tra le pecore e ogni capo chiazzato e punteggiato tra le capre: sarà il mio salario. 33In futuro la mia stessa onestà risponderà per me; quando verrai a verificare il mio salario, ogni capo che non sarà punteggiato o chiazzato tra le capre e di colore scuro tra le pecore, se si troverà presso di me sarà come rubato". 34Làbano disse: "Bene, sia come tu hai detto!". 35In quel giorno mise da parte i capri striati e chiazzati e tutte le capre punteggiate e chiazzate, ogni capo che aveva del bianco, e ogni capo di colore scuro tra le pecore. Li affidò ai suoi figli 36e stabilì una distanza di tre giorni di cammino tra sé e Giacobbe, mentre Giacobbe pascolava l'altro bestiame di Làbano.

37Ma Giacobbe prese rami freschi di pioppo, di mandorlo e di platano, ne intagliò la corteccia a strisce bianche, mettendo a nudo il bianco dei rami. 38Mise i rami così scortecciati nei canaletti agli abbeveratoi dell'acqua, dove veniva a bere il bestiame, bene in vista per le bestie che andavano in calore quando venivano a bere.

39Così le bestie andarono in calore di fronte ai rami e le capre figliarono capretti striati, punteggiati e chiazzati. 40Quanto alle pecore, Giacobbe le separò e fece sì che le bestie avessero davanti a loro gli animali striati e tutti quelli di colore scuro del gregge di Làbano. E i branchi che si era così formato per sé, non li mise insieme al gregge di Làbano.

41Ogni qualvolta andavano in calore bestie robuste, Giacobbe metteva i rami nei canaletti in vista delle bestie, per farle concepire davanti ai rami. 42Quando invece le bestie erano deboli, non li metteva. Così i capi di bestiame deboli erano per Làbano e quelli robusti per Giacobbe. 43Egli si arricchì oltre misura e possedette greggi in grande quantità, schiave e schiavi, cammelli e asini.

  

Sorto il sole, Giacobbe si rimette in viaggio, giunge a un pozzo dove vede Rachele, la bella figlia di Labano, e subito ne è con­quistato.

Nell’antico medio oriente, lo sposo, o la sua famiglia, dovevano versare alla fa­miglia della sposa una certa somma, che era possibile pagare con la pres­tazione di un servizio o di un lavoro. Labano stipula per Giacobbe un regolare contratto di matrimonio. Giunto il tempo del contratto definitivo, concluso con un banchetto, ecco il colpo di scena: Labano conduce a Giacobbe la figlia maggiore, la brutta Lia “dagli occhi smor­ti” (la sposa era condot­ta velata nella tenda nuziale 29,17). Giacobbe, l'ingannatore, è ingannato! Egli ottiene dallo zio di sposare anche l'amata Rachele, ma dovrà lavorare altri sette anni per lui.

Il contrasto tra le due mogli di Giacobbe domina la scena: mentre  Rachele rimane sterile, Lia partorisce quattro figli maschi (Ruben, Simeone, Levi e Giuda). Gelosa, Rebecca fa partorire per suo conto alla propria schiava due figli (Dan e Neftali). Lia reagisce adottando la stessa prassi e, attraverso la sua schiava Zilpa, genera altri due figli (Gad e Aser). La gara tra le due mogli non ha tregua e si colora di un elemento pittoresco, quello delle mandragore, piante velenose dette anche “le mele dell'amore” perché considerate all'epoca come un afrodisiaco e un rimedio alla sterilità. È Ruben, il primogenito di Lia, a trovarle e a portarle alla madre. Rachele le contratta con la sua rivale e le ottiene concedendole una notte d'amore con Giacobbe. Da Lia nascono ancora due figli maschi (Issacar e Zabulon) e una femmina (Dina).

Inaspettatamente, dopo lunghi anni di attesa, Dio “si ricorda” di Rebecca: il ricordo divino è effi­cace e riesce a renderla madre di un figlio, Giuseppe, il cui nome  è spiegato in due modi diversi: come derivante dal verbo ebraico «asaf»=“togliere” (“Dio ha tolto il mio disonore”) o, più correttamente, dal verbo «jasaf»=“aggiun­gere” (“il Signore mi aggiunga un altro figlio”). Rebecca morirà dando alla luce Beniamino, il dodicesimo figlio di Giacobbe.

La promessa di Dio inizia a prendere consistenza: nei dodici figli di Giacobbe viene a costituirsi quel popolo, discendenza di Abramo destinata a diventare numerosa come la sabbia del mare.

Giacobbe fugge via da Làbano

Capitolo 31

1Giacobbe venne a sapere che i figli di Làbano dicevano: "Giacobbe si è preso tutto quello che aveva nostro padre e con quanto era di nostro padre si è fatto questa grande fortuna". 2Giacobbe osservò anche la faccia di Làbano e si accorse che verso di lui non era più come prima. 3Il Signore disse a Giacobbe: "Torna alla terra dei tuoi padri, nella tua famiglia e io sarò con te". 4Allora Giacobbe mandò a chiamare Rachele e Lia, in campagna presso il suo gregge, 5e disse loro: "Io mi accorgo dal volto di vostro padre che egli verso di me non è più come prima; ma il Dio di mio padre è stato con me. 6Sapete voi stesse che ho servito vostro padre con tutte le mie forze, 7mentre vostro padre si è beffato di me e ha cambiato dieci volte il mio salario; ma Dio non gli ha permesso di farmi del male. 8Se egli diceva: "Le bestie punteggiate saranno il tuo salario", tutto il gregge figliava bestie punteggiate; se diceva: "Le bestie striate saranno il tuo salario", allora tutto il gregge figliava bestie striate. 9Così Dio ha sottratto il bestiame a vostro padre e l'ha dato a me. 10Una volta, nel tempo in cui il piccolo bestiame va in calore, io in sogno alzai gli occhi e vidi che i capri in procinto di montare le bestie erano striati, punteggiati e chiazzati. 11L'angelo di Dio mi disse in sogno: "Giacobbe!". Risposi: "Eccomi". 12Riprese: "Alza gli occhi e guarda: tutti i capri che montano le bestie sono striati, punteggiati e chiazzati, perché ho visto come ti tratta Làbano. 13Io sono il Dio di Betel, dove tu hai unto una stele e dove mi hai fatto un voto. Ora àlzati, parti da questa terra e torna nella terra della tua famiglia!"". 14Rachele e Lia gli risposero: "Abbiamo forse ancora una parte o una eredità nella casa di nostro padre? 15Non siamo forse tenute in conto di straniere da parte sua, dal momento che ci ha vendute e si è anche mangiato il nostro denaro? 16Tutta la ricchezza che Dio ha sottratto a nostro padre è nostra e dei nostri figli. Ora fa' pure quello che Dio ti ha detto".17Allora Giacobbe si alzò, caricò i figli e le mogli sui cammelli 18e condusse via tutto il bestiame e tutti gli averi che si era acquistato, il bestiame che si era acquistato in Paddan-Aram, per ritornare da Isacco, suo padre, nella terra di Canaan. 19Làbano era andato a tosare il gregge e Rachele rubò gli idoli che appartenevano al padre. 20Giacobbe eluse l'attenzione di Làbano, l'Arameo, non lasciando trapelare che stava per fuggire; 21così poté andarsene con tutti i suoi averi. Si mosse dunque, passò il Fiume e si diresse verso le montagne di Gàlaad.

22Il terzo giorno fu riferito a Làbano che Giacobbe era fuggito. 23Allora egli prese con sé i suoi parenti, lo inseguì per sette giorni di cammino e lo raggiunse sulle  montagne di Gàlaad. 24Ma Dio venne da Làbano, l'Arameo, in un sogno notturno e gli disse: "Bada di non dir niente a Giacobbe, né in bene né in male!". 25Làbano andò dunque a raggiungere Giacobbe. Ora Giacobbe aveva piantato la tenda sulle montagne e Làbano si era accampato con i parenti Sulle montagne di Gàlaad. 26Disse allora Làbano a Giacobbe: "Che cosa hai fatto? Hai eluso la mia attenzione e hai condotto via le mie figlie come prigioniere di guerra! 27Perché sei fuggito di nascosto, mi hai ingannato e non mi hai avvertito? Io ti avrei congedato con festa e con canti, a suon di tamburelli e di cetre! 28E non mi hai permesso di baciare i miei figli e le mie figlie! Certo, hai agito in modo insensato. 29Sarebbe in mio potere farti del male, ma il Dio di tuo padre mi ha parlato la notte scorsa: "Bada di non dir niente a Giacobbe, né in bene né in male!".30Certo, sei partito perché soffrivi di nostalgia per la casa di tuo padre; ma perché hai rubato i miei dèi?". 31Giacobbe rispose a Làbano e disse: "Perché avevo paura e pensavo che mi avresti tolto con la forza le tue figlie. 32Ma quanto a colui presso il quale tu troverai i tuoi dèi, non resterà in vita! Alla presenza dei nostri parenti verifica quanto vi può essere di tuo presso di me e riprendilo". Giacobbe non sapeva che li aveva rubati Rachele. 33Allora Làbano entrò nella tenda di Giacobbe e poi nella tenda di Lia e nella tenda delle due schiave, ma non trovò nulla. Poi uscì dalla tenda di Lia ed entrò nella tenda di Rachele. 34Rachele aveva preso gli idoli e li aveva messi nella sella del cammello, poi vi si era seduta sopra, così  Làbano frugò in tutta la tenda, ma non li trovò. 35Ella parlò al padre: "Non si offenda il mio signore se io non posso alzarmi davanti a te, perché ho quello che avviene di regola alle donne". Làbano cercò, ma non trovò gli idoli.

 36Giacobbe allora si adirò e apostrofò Làbano, al quale disse: "Qual è il mio delitto, qual è il mio peccato, perché ti accanisca contro di me? 37Ora che hai frugato tra tutti i miei oggetti, che cosa hai trovato di tutte le cose di casa tua? Mettilo qui davanti ai miei e tuoi parenti, e siano essi giudici tra noi due. 38Vent'anni ho passato con te: le tue pecore e le tue capre non hanno abortito e non ho mai mangiato i montoni del tuo gregge. 39Nessuna bestia sbranata ti ho portato a mio discarico: io stesso ne compensavo il danno e tu reclamavi da me il risarcimento sia di quanto veniva rubato di giorno sia di quanto veniva rubato di notte. 40Di giorno mi divorava il caldo e di notte il gelo, e il sonno fuggiva dai miei occhi. 41Vent'anni sono stato in casa tua: ho servito quattordici anni per le tue due figlie e sei anni per il tuo gregge e tu hai cambiato il mio salario dieci volte. 42Se il Dio di mio padre, il Dio di Abramo e il Terrore di Isacco non fosse stato con me, tu ora mi avresti licenziato a mani vuote; ma Dio ha visto la mia afflizione e la fatica delle mie mani e la scorsa notte egli ha fatto da arbitro".

43Làbano allora rispose e disse a Giacobbe: "Queste figlie sono le mie figlie e questi  figli sono i miei figli; questo bestiame è il mio bestiame e quanto tu vedi è mio. E che cosa potrei fare oggi a queste mie figlie o ai figli che hanno messo al mondo? 44Ebbene, vieni, concludiamo un'alleanza, io e te, e ci sia un testimone tra me e te". 45Giacobbe prese una pietra e la eresse come stele. 46Poi disse ai suoi parenti: "Raccogliete pietre", e quelli presero pietre e ne fecero un mucchio; e su quel mucchio mangiarono. 47Làbano lo chiamò Iegar-Saadutà, mentre Giacobbe lo chiamò Gal-Ed. 48Làbano disse: "Questo mucchio è oggi un testimone tra me e te"; per questo lo chiamò Gal-Ed 49e anche Mispa, perché disse: "Il Signore starà di vedetta tra me e te, quando noi non ci vedremo più l'un l'altro. 50Se tu maltratterai le mie figlie e se prenderai altre mogli oltre le mie figlie, sappi che non un uomo è con noi, ma Dio è testimone tra me e te". 51Soggiunse Làbano a Giacobbe: "Ecco questo mucchio ed ecco questa stele, che io ho eretto tra me e te. 52Questo mucchio è testimone e questa stele è testimone che io giuro di non oltrepassare questo mucchio dalla tua parte e che tu giuri di non oltrepassare questo mucchio e questa stele dalla mia parte, per fare il male. 53Il Dio di Abramo e il Dio di Nacor siano giudici tra di noi". Giacobbe giurò per il Terrore di Isacco suo padre. 54Poi offrì un sacrificio sulle montagne e invitò i suoi parenti a prender cibo. Essi mangiarono e passarono la notte sulle montagne.

Giacobbe e Labano gareggiano in furfanterie, finché il patriarca, su suggerimento divino, prende una decisione coraggiosa e fugge con le due mogli.

Rachele ruba al padre le statue degli idoli di famiglia e le nasconde sotto la sella del cammello, facendo leva sulla "diversità" femminile e sul pudore che incute agli uomini. Un oggetto di culto meriterebbe un posto più onorabile, ma gli idoli sono insensibili in quanto non sono niente di vivo.  

Oramai Giacobbe ha consapevolezza che il suo successo viene dalla benevolenza di Dio, non solo dalla sua intelligenza (31,42).

Preghiera e astuzia

Capitolo 32

1Làbano si alzò di buon mattino, baciò i figli e le figlie e li benedisse. Poi partì e ritornò a casa.

2Mentre Giacobbe andava per la sua strada, gli si fecero incontro gli angeli di Dio. 3Giacobbe al vederli disse: "Questo è l'accampamento di Dio", e chiamò quel luogo Macanàim.

4Poi Giacobbe mandò avanti a sé alcuni messaggeri al fratello Esaù, nella regione di Seir, la campagna di Edom. 5Diede loro questo comando: "Direte al mio signore Esaù: "Dice il tuo servo Giacobbe: Sono restato come forestiero presso Làbano e vi sono rimasto fino ad ora. 6Sono venuto in possesso di buoi, asini e greggi, di schiavi e schiave. Ho mandato a informarne il mio signore, per trovare grazia ai suoi occhi"". 7I messaggeri tornarono da Giacobbe, dicendo: "Siamo stati da tuo fratello Esaù; ora egli stesso sta venendoti incontro e ha con sé quattrocento uomini". 8Giacobbe si spaventò molto e si sentì angustiato; allora divise in due accampamenti la gente che era con lui, il gregge, gli armenti e i cammelli. 9Pensava infatti: "Se Esaù raggiunge un accampamento e lo sconfigge, l'altro si salverà". 10Giacobbe disse: "Dio del mio padre Abramo e Dio del mio padre Isacco, Signore, che mi hai detto: "Ritorna nella tua terra e tra la tua parentela, e io ti farò del bene", 11io sono indegno di tutta la bontà e di tutta la fedeltà che hai usato verso il tuo servo. Con il mio solo bastone avevo passato questo Giordano e ora sono arrivato al punto di formare due accampamenti. 12Salvami dalla mano di mio fratello, dalla mano di Esaù, perché io ho paura di lui: che egli non arrivi e colpisca me e, senza riguardi, madri e bambini! 13Eppure tu hai detto: "Ti farò del bene e renderò la tua discendenza tanto numerosa come la sabbia del mare, che non si può contare"". 14Giacobbe rimase in quel luogo a passare la notte. Poi prese, da ciò che gli capitava tra mano, un dono per il fratello Esaù: 15duecento capre e venti capri, duecento pecore e venti montoni, 16trenta cammelle, che allattavano, con i loro piccoli, quaranta giovenche e dieci torelli, venti asine e dieci asinelli. 17Egli affidò ai suoi servi i singoli branchi separatamente e disse loro: "Passate davanti a me e lasciate una certa distanza tra un branco e l'altro". 18Diede quest'ordine al primo: "Quando ti incontrerà Esaù, mio fratello, e ti domanderà: "A chi appartieni? Dove vai? Di chi sono questi animali che ti camminano davanti?", 19tu risponderai: "Di tuo fratello Giacobbe; è un dono inviato al mio signore Esaù; ecco, egli stesso ci segue"". 20Lo stesso ordine diede anche al secondo e anche al terzo e a quanti seguivano i branchi: "Queste parole voi rivolgerete ad Esaù quando lo incontrerete; 21gli direte: "Anche il tuo servo Giacobbe ci segue"". Pensava infatti: "Lo placherò con il dono che mi precede e in seguito mi presenterò a lui; forse mi accoglierà con benevolenza".22Così il dono passò prima di lui, mentre egli trascorse quella notte nell'accampamento.

Giacobbe si rende conto che continuare sulla strada di Dio comporta anche un risanamento dei rapporti con il fratello; ciò vorrà dire innanzitutto confrontarsi con il proprio passato, con una storia di sotterfugi e di inganni, ammettere la propria violenza di un tempo e la propria vulnerabilità del presente.

Alla guida di un'imponente carovana di donne, bambini, serve, servi e greggi, il patriarca si dirige verso la sua terra natale. Non è più un uomo sicuro di sé: ha paura di affrontare Esaù, che si trova poco più in là alla guida di un esercito di quattrocento uomini. Il patriarca non ha ancora la fede dell'abbandono totale a Dio, bensì quella del ricorso alle risorse umane per realizzarne la promessa. Stretto nella morsa dell'angoscia egli studia una strategia: distribuisce la gente e i beni che porta con sé in due accampamenti (32,8-9). Quindi rivolge a Dio una richiesta di protezione (32,10-13), che non è più una contrattazione ("se tu... allora io") come era accaduto a Betel (cfr. 28,20-22), bensì una vera preghiera.

Giacobbe lotta con Dio

23Durante quella notte egli si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici bambini e passò il guado dello Iabbok. 24Li prese, fece loro passare il torrente e portò di là anche tutti i suoi averi. 25Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell'aurora. 26Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all'articolazione del femore e l'articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. 27Quello disse: "Lasciami andare, perché è spuntata l'aurora". Giacobbe rispose: "Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!".

28Gli domandò: "Come ti chiami?". Rispose: "Giacobbe". 29Riprese: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!". 30Giacobbe allora gli chiese: "Svelami il tuo nome". Gli rispose: "Perché mi chiedi il nome?". E qui lo benedisse. 31Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuèl:          "Davvero - disse - ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è    rimasta salva". 32Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuèl e zoppicava all'anca. 33Per questo gli Israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico, che è sopra l'articolazione del femore, perché quell'uomo aveva colpito l'articolazione del femore di Giacobbe nel nervo sciatico.

Siamo al momento culminante scelto da Dio per completare l'educazione di Giacobbe alla vita religiosa.

Il "soppiantatore" si preoccupa di come incontrare il fratello ma deve per prima cosa affrontare e sostenere l'incontro con Dio. Durante la notte un misterioso straniero - il Signore - si presenta al patriarca sulla riva dello Iabbok, da solo a solo (32,25). I due lottano fino all'alba. La lotta inizia al buio e si compie nel silenzio e nel buio più assoluto, non solo nel buio della notte, ma in quello della conoscenza. E' il momento dell'incontro con il mistero di Dio, quello in cui lui entra nell'anima dell'uomo e sembra che la distrugga. Giacobbe non bara più: è un uomo che ha cercato di farsi una vita e ora scopre che sta per perdere tutto. Lotta contro i propri progetti e il modo di realizzarli, lotta contro le proprie astuzie e il modo in cui lo hanno condotto fin lì, lotta contro tutto ciò che ha voluto cambiare con la sua intelligenza. Oscurità e luce, incontro e silenzio, lotta e vittoria, trionfo e ferita: tutto il racconto è ritmato su questi registri che rispecchiano anche quelli dell'autentica esperienza spirituale. La scena del fiume diventa una parabola dell'incontro con Dio che è spesso caratterizzata dal combattimento, dalla lotta, la cui potenza è superiore a quella fisica e può sfiancare e lasciare il segno.

Giacobbe colpito all'articolazione del femore, esce dallo scontro zoppicante e trasformato dentro di sé (32,26). L'incontro vero con il Signore non è mai dubitabile perché lascia il segno. Un segno esterno ed uno interno, come se Dio lasciasse l'impronta della sua presenza nell'anima. Giacobbe da ora in poi dovrà camminare lentamente e misurare i suoi passi; non potrà più fuggire, non potrà più andare a suo piacimento. D'ora in poi avvertirà il senso del limite umano, ma non come strumento di debolezza o vendetta divina, bensì come mezzo di fede e di abbandono a Dio. E' stato impoverito perché non dimentichi mai più che la sua forza è nel Signore e nessuna astuzia umana è superiore all'amore divino. Giacobbe andrà dal fratello zoppicando, nella condizione di chi è ferito, debole, incapace di sopraffare l’altro.

Il patriarca capisce che in quell'uomo che ha di fronte si cela qualcosa di divino, e qui mostra la sua intelligenza (di Dio) e la sua fede (in Dio), dicendo: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!» (32,27). Il "soppiantatore", colui che alla nascita ha trattenuto il fratello impugnandone il tallone e ha carpito con l’inganno la benedizione del padre, ora vuole carpire la benedizione a Dio stesso e lo trattiene impedendogli di allontanarsi. Riceve, invece, una domanda: «Come ti chiami?» (32,28). Secondo la mentalità orientale dell'epoca, rivelare il proprio nome equivaleva ad affidare nelle mani dell'antagonista l'intera personalità. Dio chiede a Giacobbe una consegna di sé totale senza riserve. Con il suo nome, il patriarca rivela anche la sua storia, sintetizzata dalla radice «‘aqab»: un passato di astuzie che ora è posto davanti a Dio. Ed è solo a questo punto che la storia viene trasformata, e diventa una storia benedetta.

Il vecchio nome - segno del passato - viene cambiato in quello nuovo, tutto positivo, di "Israele" («Ysrã’el»="è stato forte con Dio" o "Dio si mostri forte"; 32,29). Nasce un nuovo uomo, mutato radicalmente nel suo intimo; i pensieri, i desideri, i progetti, il carattere, sono come trasformati. Le acque dello Iabbok diventano una sorta di fonte battesimale dal quale emerge una "nuova creatura". Ed è qui che il Dio “altro” diventa il Dio vicino, il Dio di Israele. Finisce l’epoca delle astuzie, inizia l’epoca di Israele, il popolo che Dio ama.

Quando Giacobbe chiede a sua volta il nome al suo contendente, questi rifiuta di dirlo, ma si rivela in un gesto inequivocabile, donando la benedizione (32,30). E non è più una benedizione ghermita con inganno, bensì quella gratuitamente donata da Dio, che Giacobbe può ricevere perché ormai solo, senza protezione, senza astuzie e raggiri, si è consegnato inerme, ha accettato di arrendersi e ha confessato la verità su se stesso.

Gli elementi che collegano la scena di Giacobbe nella tenda del vecchio Isacco e questa situazione allo Yabbok sono numerosi. La cecità del padre era come una oscurità della quale Giacobbe aveva approfittato con scaltrezza; ora, nell’oscurità, in difesa c’è lui è lui che viene assalito. Giacobbe, protetto da Rebecca, aveva lottato con Esaù, prediletto dal padre; adesso si trova solo, avendo mandato avanti tutta la sua famiglia, e deve affrontare la sua lotta con le proprie forze. Quando il padre Isacco gli aveva chiesto chi era, Giacobbe aveva usato il nome di suo fratello; ora gli viene chiesto il suo nome, lo dice e lo riceve cambiato. Giacobbe in quell’occasione ottenne con frode la benedizione paterna senza fare nulla, adesso con fatica e sforzo riesce ad ottenere la benedizione di questo personaggio misterioso. Alla fine di quel racconto era esplosa l’ira di Esaù che aveva giurato di vendicarsi, ora, quando si fa giorno, Giacobbe è pronto a incontrare il fratello e a riconciliarsi con lui.

Al sorgere del giorno Giacobbe si rende conto di essere stato faccia a faccia con il Signore e di essere sopravvissuto. Per questo chiama quel luogo Penuèl, ossia "il volto di Dio" (32,31).

Riconciliazione tra Giacobbe e Esaù

Capitolo 33,1-11

1Giacobbe alzò gli occhi e vide arrivare Esaù, che aveva con sé quattrocento uomini. Allora distribuì i bambini tra Lia, Rachele e le due schiave; 2alla testa mise le schiave con i loro bambini, più indietro Lia con i suoi bambini e più indietro Rachele e Giuseppe. 3Egli passò davanti a loro e si prostrò sette volte fino a terra, mentre andava avvicinandosi al fratello. 4Ma Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero. 5Alzàti gli occhi, vide le donne e i bambini e domandò: "Chi sono questi con te?". Giacobbe rispose: "Sono i bambini che Dio si è compiaciuto di dare al tuo servo". 6Allora si fecero avanti le schiave con i loro bambini e si prostrarono. 7Si fecero avanti anche Lia e i suoi bambini e si prostrarono e infine si fecero avanti Giuseppe e Rachele e si prostrarono. 8Domandò ancora: "Che cosa vuoi fare di tutta questa carovana che ho incontrato?". Rispose: "È per trovar grazia agli occhi del mio signore". 9Esaù disse: "Ho beni in abbondanza, fratello mio, resti per te quello che è tuo!". 10Ma Giacobbe disse: "No, ti prego, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, accetta dalla mia mano il mio dono, perché io sto alla tua presenza, come davanti a Dio, e tu mi hai gradito. Accetta il dono augurale che ti è stato presentato, perché Dio mi ha favorito e sono provvisto di tutto!". Così egli insistette e quegli accettò.

Giacobbe ed Esaù si riconciliano. L’iniziativa di accoglienza è di Esaù e si manifesta con gli stessi gesti che Gesù riprenderà raccontando la parabola del padre misericordioso: Esaù abbraccia Giacobbe e tutti e due piangono e in questo pianto sta la riconciliazione. È finita l’epoca dell’odio e degli imbrogli. In questo pianto, abbracciati, i due si riconoscono fratelli, sono maturati, hanno superato tante difficoltà, hanno lottato entrambi.

Israele, il nuovo popolo

Capitolo 35, 1-15

1Dio disse a Giacobbe: "Àlzati, sali a Betel e abita là; costruisci in quel luogo un altare al Dio che ti è apparso quando fuggivi lontano da Esaù, tuo fratello". 2Allora Giacobbe disse alla sua famiglia e a quanti erano con lui: "Eliminate gli dèi degli stranieri che avete con voi, purificatevi e cambiate gli abiti. 3Poi alziamoci e saliamo a Betel, dove io costruirò un altare al Dio che mi ha esaudito al tempo della mia angoscia ed è stato con me nel cammino che ho percorso". 4Essi consegnarono a Giacobbe tutti gli dèi degli stranieri che possedevano e i pendenti che avevano agli orecchi, e Giacobbe li sotterrò sotto la quercia presso Sichem.

5Poi partirono e un grande terrore assalì le città all'intorno, così che non inseguirono i figli di Giacobbe. 6Giacobbe e tutta la gente che era con lui arrivarono a Luz, cioè Betel, che è nella terra di Canaan. 7Qui egli costruì un altare e chiamò quel luogo El-Betel, perché là Dio gli si era rivelato, quando fuggiva lontano da suo fratello. 8Allora morì Dèbora, la nutrice di Rebecca, e fu sepolta al di sotto di Betel, ai piedi della quercia. Così essa prese il nome di Quercia del Pianto.

9Dio apparve un'altra volta a Giacobbe durante il ritorno da Paddan-Aram e lo benedisse. 10Dio gli disse:

"Il tuo nome è Giacobbe.

Ma non ti chiamerai più Giacobbe:

Israele sarà il tuo nome".

Così lo si chiamò Israele. 11Dio gli disse:

"Io sono Dio l'Onnipotente.

Sii fecondo e diventa numeroso;

deriveranno da te una nazione

e un insieme di nazioni,

e re usciranno dai tuoi fianchi.

12Darò a te

la terra che ho concesso

ad Abramo e a Isacco

e, dopo di te,

la darò alla tua stirpe".

13Dio disparve da lui, dal luogo dove gli aveva parlato. 14Allora Giacobbe eresse una stele dove gli aveva parlato, una stele di pietra, e su di essa fece una libagione e versò olio. 15Giacobbe chiamò Betel il luogo dove Dio gli aveva parlato.

Dopo la rappacificazione con Esaù, il Signore ingiunge a Giacobbe di abitare a Betel (35,1).

Il comando di Dio al singolare «Alzati!» (35,1) diventa sulle labbra del patriarca: «alziamoci!» (35,3). La sua esperienza si allarga e diviene esperienza di tutto il clan familiare. Inizia un nuovo viaggio, non più il viaggio di Giacobbe, ma quello ormai di Israele, di un popolo che nella sua debolezza nasconderà la potenza di Dio stesso.

Per accedere a Betel, che è un luogo santo, è necessario purificarsi. Ecco, allora, l'invito rivolto dal patriarca ai membri del suo clan perché compiano un bagno rituale e si vestano con abiti da cerimonia. La scelta di appoggiarsi al Signore che è stato con lui lungo tutto il cammino coinvolge gli altri componenti del clan e si trasforma nella scelta esclusiva di Dio: «eliminate gli dei stranieri che avete con voi» (35,2), cioè: "mettetevi nella condizione di fare esperienza dell’amore di Dio nella vostra vita, appoggiandovi a lui solo e non agli idoli". Solo Dio infatti è colui che esaudisce nel tempo dell’angoscia.

Adesso Dio sparisce (35,13). Si nasconde per educare Giacobbe a un amore totale, che non chiede più niente, affinché l'uomo riveda la sua storia e la corregga. Il silenzio di Dio è il cammino verso la fede pura e l'amore totale.

Ancor più che in Abramo, il popolo eletto si riconosce in Giacobbe-Israele e nella sua storia travagliata, con il suo destino ambiguo di santità e di peccato, di elezione e di sofferenza, di benedizione e di lotta incessante.

Giuseppe

L'uomo della provvidenza

Genesi 37,2 - 50,26

Alle vicende di Giacobbe segue il ciclo narrativo riguardante Giuseppe, il figlio prediletto che il patriarca ha avuto da Rachele (30, 22-24). Bello come la madre (39,6), Giuseppe è uno dei personaggi più amati nel mondo ebraico in quanto uomo di successo che possiede i tratti caratteristici del sapien­te secondo l’antico Oriente: sa interpretare i sogni, è dotato di timore di Dio (42,18), perdona il male ricevuto, rifugge dal­la tentazione della donna straniera, è un ottimo politico. Nonostante tutte le vicissitudini, rimane fedele a Dio e al suo popolo; rimane fedele nella schiavitù, nella tentazione, nel carcere, nel momento della gloria. La perseveranza nella fede è il titolo di merito che gli vale l'appellativo di "giusto", cioè di uomo che serve Dio comunque e dovunque, a qualunque costo, senza tentennamenti.

La storia di Giuseppe non è quella di un individuo singolo, ma di un'intera famiglia distrutta dall'invidia e dall'odio, che deve percorrere un lungo cammino di trasformazione e purificazione interiore, prima di giungere alla riconciliazione. Questa situazione è significativa, perché i dodici figli di Giacobbe simboleggiano l'intera famiglia umana.

Abbracciando con uno sguardo d'insieme tutta la vicenda si ha l'impressione di trovarci davanti a una storia in cui Dio non è  quasi mai presente. Infatti, non ci sono interventi diretti né rivelazioni, né visioni, né profezie. Ma, quando sembra che Dio sia assente e la sua voce si sia spenta, basta guardare con occhio attento il succedersi degli avvenimenti per accorgersi che egli tesse la trama della storia. E' Dio, infatti, il regista nascosto di tutta la vicenda; non toglie alle persone la loro libertà ma, agendo dentro la storia, fa in mo­do che anche le scelte negative entrino nel suo progetto salvifico, come ben intuisce Giuseppe (45,5-8; 50,19-21). Anche dove umanamente non c'è speranza Dio sa trarre una conclusione positiva. Solo grazie a lui non ci sono vinci­tori (Giuseppe) e vinti (i suoi fratelli) ma esclusivamente perso­ne riconciliate che ritrovano il senso profondo della fraternità.

Alla luce del Nuovo Testamento l'intera storia di Giuseppe  prende un aspetto ben diverso. Giuseppe è il figlio prediletto di Giacobbe, come Gesù è il figlio prediletto di Dio. Giuseppe tradito dai fratelli, perdona ai fratelli. Dato per morto dai fratelli, ridona loro la vita. Condannato, diventa salvatore; rigettato, diventa "testata d'angolo", cioè pietra di fondamento. Venduto, dona gratuitamente; derubato anche della vesti, arricchisce  i fratelli che vengono a lui. Egli non è che uno dei precursori che annuncia Qualcuno che completerà il suo messaggio, comprensibile solamente nella luce di Colui che sta per venire. Giuseppe non è che un pegno del Cristo, un raggio di luce in attesa della luce piena, un dono che prepara al dono per eccellenza.

Giuseppe e i suoi fratelli: storia di una famiglia

Capitolo 37

1 Giacobbe si stabilì nella terra dove suo padre era stato forestiero, nella terra di Canaan.

2Questa è la discendenza di Giacobbe.

Giuseppe all'età di diciassette anni pascolava il gregge con i suoi fratelli. Essendo ancora giovane, stava con i figli di Bila e i figli di Zilpa, mogli di suo padre. Ora Giuseppe riferì al padre di chiacchiere maligne su di loro. 3Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché era il figlio avuto in vecchiaia, e gli aveva fatto una tunica con maniche lunghe. 4I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non riuscivano a parlargli amichevolmente.

5Ora Giuseppe fece un sogno e lo raccontò ai fratelli, che lo odiarono ancora di più. 6Disse dunque loro: "Ascoltate il sogno che ho fatto. 7Noi stavamo legando covoni in mezzo alla campagna, quand'ecco il mio covone si alzò e restò diritto e i vostri covoni si posero attorno e si prostrarono davanti al mio". 8Gli dissero i suoi fratelli: "Vuoi forse regnare su di noi o ci vuoi dominare?". Lo odiarono ancora di più a causa dei suoi sogni e delle sue parole.

9Egli fece ancora un altro sogno e lo narrò ai fratelli e disse: "Ho fatto ancora un sogno, sentite: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me". 10Lo narrò dunque al padre e ai fratelli. Ma il padre lo rimproverò e gli disse: "Che sogno è questo che hai fatto! Dovremo forse venire io, tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci fino a terra davanti a te?". 11I suoi fratelli perciò divennero invidiosi di lui, mentre il padre tenne per sé la cosa.

All'inizio Giuseppe è presentato come un giovanotto di diciassette anni che sta con i figli delle schiave (come dice il suo nome è "aggiunto" a loro; 37,2b). La famiglia di Giacobbe è solo apparentemente unita: tutti i suoi componenti svolgono lo stesso mestiere, il pastore (rivestire lo stesso ruolo e lavorare insieme è segno di comunione). Ma la situazione familiare è complessa: i figli di Giacobbe sono stati generati da quattro madri diverse (due mogli legittime e due schiave; cc.29 e 30) ed è facile intuire le rivalità che vi covano all'interno (cfr. 30,1). Come ogni buon padre, Giacobbe ama ciascuno dei figli senza eccezione, pensa a loro continuamente e soffre quando incorrono in qualche disgrazia (37,35; 42,24); tuttavia predilige Giuseppe e riversa su di lui l'amore che aveva per la sua amata moglie Rachele (l'unica che avrebbe voluto sposare), morta alla nascita di Beniamino. Gli altri figli soffrono di questa predilezione, sentono di essere destinatari di un sentimento meno esclusivo o meno forte e interpretano la predilezione verso Giuseppe come minor amore nei loro confronti e non come un amore diverso. Così, mentre per i piccoli figli di Rachele Giacobbe è il dolce e tenero "babbo", i primi dieci figli non lo considerano "padre" ma "signore" e considerano se stessi "servi", piuttosto che "figli".

A far scoccare la scintilla dell'odio contribuisce in primo luogo il fatto che Giuseppe riferisce al padre le malefatte dei fratelli (37, 2c). Il  ragazzo è sicuramente immaturo; forse è così ingenuo da non rendersi conto dell'ostilità dei fratelli, forse pensa di sfuggire alla gelosia dei fratelli legandosi al padre. In ogni caso non usa la preferenza che Giacobbe gli dimostra per favorire i suoi fratelli, bensì per gettare sospetti e discredito su di loro. D’altro canto la predilezione del padre nei suoi riguardi è resa visibile dal dono di una «tunica dalle lunghe maniche» (o "multicolore", come traducono il testo greco e latino; 37,3), una  "veste regale" (cfr. 2Sam 13,18-19), non adatta al lavoro, che colloca il ragazzo in una po­sizione privilegiata, facendone il "cocco di papà" esente da quei lavori che vanno fatti a braccia nude (le vesti dei fratelli sono corte e senza maniche per permettere loro di lavorare più agevolmente nel campo). I fratelli, che non vedono questo fatto dalla prospettiva dell'amore, si oppongono. Odiano talmente il "coccolo di casa" da non riuscire più a rivolgergli la parola «amichevolmente (37,4c)»; il testo ebraico potrebbe essere tradotto anche come: "Non lo salutavano nemmeno".  Il saluto giudaico è «shalom», termine che significa "pace". Se i fratelli tolgono il saluto a Giuseppe significa che gli negano la pace: è l'inizio delle ostilità.

Le relazioni familiari diventano ancora più difficili quando Giuseppe, ancora una volta ingenuamente, racconta aver fatto un sogno nel quale undici covoni di grano (rappresentanti i suoi undici fratellastri) si inchinano davanti al covone di grano confezionato da lui stesso (37,7). E' fondamentale mettere in risalto che i sogni nella storia di Giuseppe sono la profezia di ciò che Dio si è proposto di realizzare, immagini del suo progetto di salvezza. Per il momento quello di Giuseppe è interpretato dai fratelli come una minaccia nei loro confronti (37,8) e fa crescere ulteriormente l'odio, alimentato dall'invidia (37,11) che li rode dentro, facendo dimenticare loro di essere figli dello stesso padre e di adorare lo stesso Dio.

Il secondo sogno coinvolge l'intera famiglia, anche Giacobbe, rappresentato dal sole (37,9). Il patriarca inizialmente ha una decisa reazione nei confronti del giovane, sentendosi ferito nella sua autorità proprio dal figlio prediletto. Poi mostra saggezza e, pur non compren-dendo fino in fondo, conserva il ricordo di questo fatto attendendo che la storia successiva ne sveli il senso (37,11; cfr. Lc 2,19.51).

Giuseppe venduto dai fratelli  

12I suoi fratelli erano andati a pascolare il gregge del loro padre a Sichem. 13Israele disse a Giuseppe: "Sai che i tuoi fratelli sono al pascolo a Sichem? Vieni, ti voglio mandare da loro". Gli rispose: "Eccomi!". 14Gli disse: "Va' a vedere come stanno i tuoi fratelli e come sta il bestiame, poi torna a darmi notizie". Lo fece dunque partire dalla valle di Ebron ed egli arrivò a Sichem. 15Mentre egli si aggirava per la campagna, lo trovò un uomo, che gli domandò: "Che cosa cerchi?". 16Rispose: "Sono in cerca dei miei fratelli. Indicami dove si trovano a pascolare". 17Quell'uomo disse: "Hanno tolto le tende di qui; li ho sentiti dire: "Andiamo a Dotan!"". Allora Giuseppe ripartì in cerca dei suoi fratelli e li trovò a Dotan.

18Essi lo videro da lontano e, prima che giungesse vicino a loro, complottarono contro di lui per farlo morire. 19Si dissero l'un l'altro: "Eccolo! È arrivato il signore dei sogni! 20Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in una cisterna! Poi diremo: "Una bestia feroce l'ha divorato!". Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!". 21Ma Ruben sentì e, volendo salvarlo dalle loro mani, disse: "Non togliamogli la vita". 22Poi disse loro: "Non spargete il sangue, gettatelo in questa cisterna che è nel deserto, ma non colpitelo con la vostra mano": egli intendeva salvarlo dalle loro mani e ricondurlo a suo padre. 23Quando Giuseppe fu arrivato presso i suoi fratelli, essi lo spogliarono della sua tunica, quella tunica con le maniche lunghe che egli indossava, 24lo afferrarono e lo gettarono nella cisterna: era una cisterna vuota, senz'acqua.

25Poi sedettero per prendere cibo. Quand'ecco, alzando gli occhi, videro arrivare una carovana di Ismaeliti provenienti da Gàlaad, con i cammelli carichi di resina, balsamo e làudano, che andavano a portare in Egitto. 26Allora Giuda disse ai fratelli: "Che guadagno c'è a uccidere il nostro fratello e a coprire il suo sangue? 27Su, vendiamolo agli Ismaeliti e la nostra mano non sia contro di lui, perché è nostro fratello e nostra carne". I suoi fratelli gli diedero ascolto. 28Passarono alcuni mercanti madianiti; essi tirarono su ed estrassero Giuseppe dalla cisterna e per venti sicli d'argento vendettero Giuseppe agli Ismaeliti. Così Giuseppe fu condotto in Egitto.

29Quando Ruben tornò alla cisterna, ecco, Giuseppe non c'era più. Allora si stracciò le vesti, 30tornò dai suoi fratelli e disse: "Il ragazzo non c'è più; e io, dove andrò?". 31Allora presero la tunica di Giuseppe, sgozzarono un capro e intinsero la tunica nel sangue. 32Poi mandarono al padre la tunica con le maniche lunghe e gliela fecero pervenire con queste parole: "Abbiamo trovato questa; per favore, verifica se è la tunica di tuo figlio o no". 33Egli la riconobbe e disse: "È la tunica di mio figlio! Una bestia feroce l'ha divorato. Giuseppe è stato sbranato". 34Giacobbe si stracciò le vesti, si pose una tela di sacco attorno ai fianchi e fece lutto sul suo figlio per       molti giorni. 35Tutti i figli e le figlie vennero a consolarlo, ma egli non volle essere consolato dicendo: "No, io scenderò in lutto da mio figlio negli inferi". E il padre suo lo pianse.

36Intanto i Madianiti lo vendettero in Egitto a Potifàr, eunuco del faraone e comandante delle guardie.

L’esito dei sogni di Giuseppe è di allontanare i fratelli dalla casa paterna. Essi compiono un viaggio di oltre ottanta chilometri per portare le pecore nella terra di Sichem (37,17); la lontananza fisica riflette l'allontanamento interiore dal cuore del padre che avviene sotto la spinta dell'odio e dell'invidia. Questo è precisamente ciò che produce il peccato: l'allontanamento dell'uomo dal cuore misericordioso di Dio.

Giuseppe riceve dal padre l'incarico di andare a cercare i fratelli (37,13-14). Anche se non è il ragazzo a decidere, Giacobbe non impone niente: davanti a lui c'è un figlio che accetta il rischio della missione con disponibilità. La ricerca, condotta dapprima in obbedienza al padre, viene poi assunta personalmente (37,15-16). Il passaggio avviene attraverso l’incontro con un uomo misterioso che domanda al ragazzo «Che cosa cerchi?» (37,15). Giuseppe risponde: «Cerco i miei fratelli»; non «che cosa», ma «chi» e in più afferma «io cerco». Se Giuseppe segue le indicazioni dell’uomo misterioso è perché desidera davvero trovare i suoi fratelli. Questo figlio, che ha fatto un'esperienza personale dell'amore del padre, è disposto a compiere qualunque sacrificio pur di riunire i suoi fratelli in una sola famiglia.

Nel frattempo essi si sono spostati a Dotan (37,17), allontanan-dosi ulteriormente dall'amore del padre e del fratello che li cerca. Per trovarli il ragazzo deve andare oltre il luogo indicatogli da Giacobbe, deve andare oltre il desiderio del padre per seguire il suo. Essi lo vedono da lontano e non si muovono (37,18a); rimangono nella stessa posizione perché non hanno intenzione di riconciliarsi con lui. Mentre Giuseppe si avvicina come "fratello", essi lo considerano un "nemico". Hanno timore che prima o poi i sogni del ragazzo si avverino e non vogliono che ciò avvenga. Spesso l'odio stimola la creatività; l'uomo diventa ingegnoso nel commettere ingiustizie. Ed è l'ingegno che conduce i fratelli a progettare come uccidere il «signore dei sogni» e salvare la faccia di fronte al padre («una bestia feroce l'ha divorato!»; 37,18b-20). Nel loro animo alberga il risentimento verso il padre; colpire il figlio privilegiato significa colpire Giacobbe.

Ma anche tra i fratelli non c'è unanimità. La violenza non crea vera comunione, rende soltanto complici del delitto e uniti a motivo di un terribile segreto da custodire. Ruben ottiene che Giuseppe non venga ucciso ma gettato vivo in una cisterna vuota; da lì vuole farlo poi uscire (37,21-22). Forse nutre un po' di affetto per il fratello minore o forse, in quanto primogeni­to, dovrebbe poi vedersela con il padre verso il quale ha già commesso un grave sgarbo unendosi a Bila, la schiava di Rebecca concubina di Giacobbe (cfr. 35,22).

La prima azione che i fratelli organizzano contro il ragazzo è spogliarlo di tutte le sue prerogative di figlio prediletto, strappandogli la tunica dalle lunghe maniche, quella che ha generato l'odio (37,23). L'essere privato del segno della predilezione è per Giuseppe il primo passo necessario verso la fraternità. Quindi gettano il ragazzo in una cisterna vuota (37,24). L'acqua rappresenta la vita; la cisterna vuota è l'immagine di una tomba. Proprio da questa "tomba" Giuseppe parte, mandato da Dio per salvare i suoi fratelli e tutto il popolo.

Dopo aver realizzato il loro progetto i dieci fratelli si siedono «per prende­re cibo» (37,25a), come se non fosse successo niente di grave. Non c'è in loro pentimento né rimpianto. Il gesto di condividere il pane, segno di comunione, indica qui la corresponsabilità nel peccato. Il sedersi è un comportamento esteriore che indica l'atteggiamento interiore di chi ha ormai perso la capacità di camminare verso Dio. Il peccato paralizza il cuore dell'uomo.

Ora è Giuda a indicare come eliminare definitivamente il fratello che distur­ba: venderlo ai mercanti di schiavi. Oltretutto, può anche essere un buon affare (37,25b-27)! Così i fratelli si affrettano a far risalire Giuseppe dalla cisterna, stabiliscono il prezzo e lo vendono per venti monete d'argento (37,28). Essi non immaginano nemmeno che dietro la carovana di ismaeliti che passa improvvisamente da quel luogo, in realtà c'è la provvidenza di Dio. Come Isacco fu salvato improv-visamente dall'angelo e sostituito dall'ariete (cfr. Gen 22,13), così Giuseppe è salvato dagli ismaeliti, e un capretto muore al suo posto per sostituire col suo sangue quello del ragazzo innocente.

I dieci figli non hanno il coraggio di presentarsi al padre; gli inviano la tunica insanguinata di Giuseppe, accompagnandola con un messaggio nel quale del ragazzo dicono «tuo figlio», non "nostro fratello". Al padre è lasciata la responsabilità di trarre le conclusioni (37,31-32). Giacobbe, l'astuto che ha rubato la primogenitura al fratello (cfr. 25,29-34), che ha ingannato il padre (cfr. c.27), ora è ingannato dai propri figli. Quella tunica segno della predilezione che li ha fatti soffrire ora fa soffrire lui. Alla notizia della morte del suo prediletto divorato da una bestia feroce (che in realtà si chiama "odio" e "invidia") in qualche modo muore anche Giacobbe: egli preferisce chiudersi nel lutto, rifiutando anche la consolazione che i figli (con quale coraggio lo fanno?) e le figlie desiderano dargli (37,35). I dieci fratelli di Giuseppe volevano la libertà, ma sa­ranno schiavi del rimorso di aver venduto il fratello. Desideravano l'amore del padre ma questi non accetta da loro neppure parole di consolazione. Miravano (forse) a unire la famiglia attorno a ruoli chiari e precedenze sicure e ottengono solo il suo dissolvimento.

Giuda e Tamar

Capitolo 38

1In quel tempo Giuda si separò dai suoi fratelli e si stabilì presso un uomo di Adullàm, di nome Chira. 2Qui Giuda notò la figlia di un Cananeo chiamato Sua, la prese in moglie e si unì a lei. 3Ella concepì e partorì un figlio e lo chiamò Er. 4Concepì ancora e partorì un figlio e lo chiamò Onan. 5Ancora un'altra volta partorì un figlio e lo chiamò Sela. Egli si trovava a Chezìb, quando lei lo partorì.

6Giuda scelse per il suo primogenito Er una moglie, che si chiamava Tamar. 7Ma Er, primogenito di Giuda, si rese odioso agli occhi del Signore, e il Signore lo fece morire. 8Allora Giuda disse a Onan: "Va' con la moglie di tuo fratello, compi verso di lei il dovere di cognato e assicura così una posterità a tuo fratello". 9Ma Onan sapeva che la prole non sarebbe stata considerata come sua; ogni volta che si univa alla moglie del fratello, disperdeva il seme per terra, per non dare un discendente al fratello. 10Ciò che egli facevaera male agli occhi del Signore, il quale fece morire anche lui. 11Allora Giuda disse alla nuora Tamar: "Ritorna a casa da tuo padre, come vedova, fin quando il mio figlio Sela sarà cresciuto". Perché pensava: "Che non muoia anche questo come i suoi fratelli!". Così Tamar se ne andò e ritornò alla casa di suo padre.

12Trascorsero molti giorni, e morì la figlia di Sua, moglie di Giuda. Quando Giuda ebbe finito il lutto, si recò a Timna da quelli che tosavano il suo gregge e con lui c'era Chira, il suo amico di Adullàm. 13La notizia fu data a Tamar: "Ecco, tuo suocero va a Timna per la tosatura del suo gregge". 14Allora Tamar si tolse gli abiti vedovili, si coprì con il velo e se lo avvolse intorno, poi si pose a sedere all'ingresso di Enàim, che è sulla strada per Timna. Aveva visto infatti che Sela era ormai cresciuto, ma lei non gli era stata data in moglie. 15Quando Giuda la vide, la prese per una prostituta, perché essa si era coperta la faccia. 16Egli si diresse su quella strada verso di lei e disse: "Lascia che io venga con te!". Non sapeva infatti che era sua nuora. Ella disse: "Che cosa mi darai per venire con me?". 17Rispose: "Io ti manderò un capretto del gregge". Ella riprese: "Mi lasci qualcosa in pegno fin quando non me lo avrai mandato?". 18Egli domandò: "Qual è il pegno che devo dare?". Rispose: "Il tuo sigillo, il tuo cordone e il bastone che hai in  mano". Allora Giuda glieli diede e si unì a lei. Ella rimase incinta. 19Poi si alzò e se ne andò; si tolse il velo e riprese gli abiti vedovili. 20Giuda mandò il capretto per mezzo del suo amico di Adullàm, per riprendere il pegno dalle mani di quella donna, ma quello non la trovò. 21Domandò agli uomini di quel luogo: "Dov'è quella prostituta che stava a Enàim, sulla strada?". Ma risposero: "Qui non c'è stata alcuna prostituta". 22Così tornò da Giuda e disse: "Non l'ho trovata; anche gli uomini di quel luogo dicevano: "Qui non c'è stata alcuna prostituta"". 23Allora Giuda disse: "Si tenga quello che ha! Altrimenti ci esponiamo agli scherni. Ecco: le ho mandato questo capretto, ma tu non l'hai trovata".

24Circa tre mesi dopo, fu portata a Giuda questa notizia: "Tamar, tua nuora, si è prostituita e anzi è incinta a causa delle sue prostituzioni". Giuda disse: "Conducetela fuori e sia bruciata!". 25Mentre veniva condotta fuori, ella mandò a dire al suocero: "Io  sono incinta dell'uomo a cui appartengono questi oggetti". E aggiunse: "Per favore, verifica di chi siano questo sigillo, questi cordoni e questo bastone". 26Giuda li riconobbe e disse: "Lei è più giusta di me: infatti, io non l'ho data a mio figlio Sela". E non ebbe più rapporti con lei.

27Quando giunse per lei il momento di partorire, ecco, aveva nel grembo due gemelli. 28Durante il parto, uno di loro mise fuori una mano e la levatrice prese un filo scarlatto e lo legò attorno a quella mano, dicendo: "Questi è uscito per primo". 29Ma poi questi ritirò la mano, ed ecco venne alla luce suo fratello. Allora ella esclamò: "Come ti sei aperto una breccia?" e fu chiamato Peres. 30Poi uscì suo fratello, che aveva il filo scarlatto alla mano, e fu chiamato Zerach.

Il racconto spezza la storia di Giuseppe ed è sicuramente fuori posto. A meno che l'autore sacro non abbia voluto imparentare la storia di Giuseppe con quella di Giuda per sottolineare che ambedue escono dagli schemi delle vicende degli altri figli di Giacobbe e sono ambedue benedetti da Dio. Da questa vicenda nasceranno i progenitori di David la cui discendenza porterà al Messia.

Anche questa è una storia di inganno e di redenzione.  In Israele, la mancanza di posterità era considerata una sventura; per questo, secondo la legge del levirato (cfr. Dt 25,5-10) se un uomo fosse morto senza figli il fratello aveva l’obbligo di garantirne la discendenza unendosi alla vedova: il figlio che nasceva da questa unione era considerato del defunto. Onan viola il suo obbligo di cognato disperdendo il seme, cosa che Dio condanna (cfr. Gen 9-10).

Nella genealogia di Gesù c'è Tamar (cfr. Mt 1,3), presentata qui come prostituta ma premiata dal Signore. Perché niente presso Dio rimane senza speranza, soprattutto se è operato con retta intenzione. Dio non bolla chi sbaglia con i giudizi severi o assoluti degli uomini. Egli è il Signore della storia ed è capace di riadattare le trame degli avvenimenti in modo che la sua provvidenza trionfi sempre e il fine che si era prefisso venga sempre raggiunto.

Il cammino di Giuseppe

L’itinerario che conduce alla riconciliazione è un cammino lungo, anche dal punto di vista della durata (circa venti anni). Molte prove attendono Giuseppe, che perde in un sol colpo alcuni diritti-beni fondamentali per vivere: la libertà (è schiavo), la famiglia (è solo) e il contesto sociale in cui vive (è condotto in Egitto). Ma è superando queste prove che il figlio prediletto di Giacobbe maturerà fino ad acquistare quella sapienza che lo porterà a leggere la storia con gli occhi di Dio, presente in modo discreto in tutti gli avvenimenti. Solo dopo questo cammino, lo stesso Giuseppe otterrà considerazione e onore in società diventando «padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d'Egitto» (45,8) e saprà poi condurre i suoi fratelli al pentimento e alla riconciliazione.

Dio era con lui

Capitolo 39

1Giuseppe era stato portato in Egitto, e Potifàr, eunuco del faraone e comandante delle guardie, un Egiziano, lo acquistò da quegli Ismaeliti che l'avevano condotto laggiù. 2Il Signore fu con Giuseppe: a lui tutto riusciva bene e rimase nella casa dell'Egiziano, suo padrone. 3Il suo padrone si accorse che il Signore era con lui e che il Signore faceva riuscire per mano sua quanto egli intraprendeva. 4Così Giuseppe trovò grazia agli occhi di lui e divenne suo servitore personale; anzi, quello lo nominò suo maggiordomo e gli diede in mano tutti i suoi averi. 5Da quando egli lo aveva fatto suo maggiordomo e incaricato di tutti i suoi averi, il Signore benedisse la casa dell'Egiziano grazie a Giuseppe e la benedizione del Signore fu su quanto aveva, sia in casa sia nella campagna. 6aCosì egli lasciò tutti i suoi averi nelle mani di Giuseppe e non si occupava più di nulla, se non del cibo che mangiava.

Venduto come schiavo, il giovane va a finire nel mercato della capitale egiziana, tra spezie e aromi. Acquistato da Potifar - un ufficiale del faraone - accetta la sua nuova situazione e s’impegna in ogni compito che gli è affidato dal padrone (39,1).

Sottratto al legame filiale e fraterno, Giuseppe sembra destinato a vivere "in balia d'altri", tuttavia il testo ci avverte che gli resta ancora un legame: «Il Signore fu con Giuseppe» (39,2a). Il ragazzo sa che il Signore non lo ha abbandonato e che, invisibile e nascosto, lo guida e lo protegge. Dio sta con Giuseppe perché Giuseppe sta con Dio, affidandosi completamente a lui che è suo scudo e sua fortezza.

Nei momenti di riposo Giuseppe non si siede a progettare un piano per vendicarsi dei suoi fratelli; non si lamenta, perché non rimane ancorato al passato e ai privilegi di cui godeva. Il padrone si rende conto che in questo schiavo c'è la presenza del Signore e lo nomina «maggiordomo» (39,2b-4). Da quel momento tutto si moltiplica. Il trionfo di Giuseppe non è dovuto ad un suo talento, bensì a Dio stesso che ne benedice ogni attività (39,5).

La tentazione

6bOra Giuseppe era bello di forma e attraente di aspetto. 7Dopo questi fatti, la moglie del padrone mise gli occhi su Giuseppe e gli disse: "Còricati con me!". 8Ma egli rifiutò e disse alla moglie del suo padrone: "Vedi, il mio signore non mi domanda conto di quanto è nella sua casa e mi ha dato in mano tutti i suoi averi. 9Lui stesso non conta più di me in questa casa; non mi ha proibito nient'altro, se non te, perché sei sua moglie. Come dunque potrei fare questo grande male e peccare contro Dio?". 10E benché giorno dopo giorno ella parlasse a Giuseppe in tal senso, egli non accettò di coricarsi insieme per unirsi a lei.

11Un giorno egli entrò in casa per fare il suo lavoro, mentre non c'era alcuno dei domestici. 12Ella lo afferrò per la veste, dicendo: "Còricati con me!". Ma egli le lasciò tra le mani la veste, fuggì e se ne andò fuori. 13Allora lei, vedendo che egli le aveva lasciato tra le mani la veste ed era fuggito fuori, 14chiamò i suoi domestici e disse loro: "Guardate, ci ha condotto in casa un Ebreo per divertirsi con noi! Mi si è accostato per coricarsi con me, ma io ho gridato a gran voce. 15Egli, appena ha sentito che alzavo la voce e chiamavo, ha lasciato la veste accanto a me, è fuggito e se ne è andato fuori".

16Ed ella pose accanto a sé la veste di lui finché il padrone venne a casa. 17Allora gli disse le stesse cose: "Quel servo ebreo, che tu ci hai condotto in casa, mi si è accostato per divertirsi con me. 18Ma appena io ho gridato e ho chiamato, ha abbandonato la veste presso di me ed è fuggito fuori". 19Il padrone, all'udire le parole che sua moglie gli ripeteva: "Proprio così mi ha fatto il tuo servo!", si accese d'ira.

Il giovane ebreo è «bello di forma e attraente di aspetto» (39,6b). Questo dono di Dio che Giuseppe ha ricevuto diventa occasione per la prima grande tentazione. La moglie del padrone gli propone con evidente sfrontatezza: «Coricati con me!» (39,7.12). Giuseppe è amministratore di tutti i beni del padrone; l'unica cosa che non gli è concessa è proprio ciò che la moglie di Potifar gli sta proponendo (39,9). Il figlio di Giacobbe è unito a Dio, lo ama e si sente amato da lui, pertanto ne rispetta il comandamento: «Non commetterai adulterio» (cfr. Dt 5,18). Per l'amore che nutre verso il Signore egli non può commettere nessuna ingiustizia contro il prossimo. E, se l'uomo e la donna uniti nel matrimonio diventano un solo corpo, unirsi alla donna egiziana significherebbe diventare un tutt'uno con il peccato. Alla fine Giuseppe preferisce fuggire nudo piuttosto che essere dominato dal peccato (39,12). Fugge nudo, ma non perde il vestito interiore della grazia. Fugge nudo, ma in realtà è coperto di gloria perché non si lascia vincere dalla tentazione.

Nella donna il desiderio iniziale di seduzione si trasforma in odio vendicativo. Giuseppe è accusato ingiustamente (39,17-19), ma non reagisce alle accuse, non grida, non si difende, non insulta. Rifiuta il male, rifiuta di aggiungere male al male.

Il carcere

20Il padrone prese Giuseppe e lo mise nella prigione, dove erano detenuti i carcerati del re.

Così egli rimase là in prigione. 21Ma il Signore fu con Giuseppe, gli accordò benevolenza e gli fece trovare grazia agli occhi del comandante della prigione. 22Così il comandante della prigione affidò a Giuseppe tutti i carcerati che erano nella prigione, e quanto c'era da fare là dentro lo faceva lui. 23Il comandante della prigione non si prendeva più cura di nulla di quanto era affidato a Giuseppe, perché il Signore era con lui e il Signore dava successo a tutto quanto egli faceva.

L'innocente finisce in carcere: Giuseppe va in prigione umiliato (39,20). Il carcere è una parte del suo cammino, un momento forte, doloroso, del suo pellegrinaggio, in cui egli impara ad interpretare la vita alla luce di Dio. Dopo la cisterna, questo luogo è un'ulteriore immagine di morte, perché Giuseppe deve morire continuamente prima di diventare il redentore e il salvatore dei suoi fratelli.

Anche se il giovane ebreo non vede Dio, sa che il Signore è con lui, che lo assiste lo conforta e lo copre con la sua misericordia (39,21). E' lui che fa sì che il capo della prigione, osservando Giuseppe, si renda conto che non si tratta di un delinquente e alleggerisca le misure de-tentive, fino ad affidargli la direzione generale del carcere (39,22-23).

Spirito di servizio

Capitolo 40

1 Dopo questi fatti il coppiere del re d'Egitto e il panettiere offesero il loro padrone, il re d'Egitto. 2Il faraone si adirò contro i suoi due eunuchi, il capo dei coppieri e il capo dei panettieri, 3e li fece mettere in custodia nella casa del comandante delle guardie, nella prigione dove Giuseppe era detenuto. 4Il comandante delle guardie assegnò loro Giuseppe, perché li accudisse. Così essi restarono nel carcere per un certo tempo.

5Ora, in una medesima notte, il coppiere e il panettiere del re d'Egitto, detenuti nella prigione, ebbero tutti e due un sogno, ciascuno il suo sogno, con un proprio significato. 6Alla mattina Giuseppe venne da loro e li vide abbattuti. 7Allora interrogò gli eunuchi del faraone che erano con lui in carcere nella casa del suo padrone, e disse: "Perché oggi avete la faccia così triste?". 8Gli risposero: "Abbiamo fatto un sogno e non c'è chi lo interpreti". Giuseppe replicò loro: "Non è forse Dio che ha in suo potere le interpretazioni? Raccontatemi dunque".

9Allora il capo dei coppieri raccontò il suo sogno a Giuseppe e gli disse: "Nel mio sogno, ecco mi stava davanti una vite, 10sulla quale vi erano tre tralci; non appena cominciò a germogliare, apparvero i fiori e i suoi grappoli maturarono gli acini. 11Io tenevo in mano il calice del faraone; presi gli acini, li spremetti nella coppa del faraone, poi diedi la coppa in mano al faraone".

12Giuseppe gli disse: "Eccone l'interpretazione: i tre tralci rappre-sentano tre giorni. 13Fra tre giorni il faraone solleverà la tua testa e ti reintegrerà nella tua carica e tu porgerai il calice al faraone, secondo la consuetudine di prima, quando eri il suo coppiere. 14Se poi, nella tua fortuna, volessi ricordarti che sono stato con te, trattami, ti prego, con bontà: ricordami al faraone per farmi uscire da questa casa. 15Perché io sono stato portato via ingiustamente dalla terra degli Ebrei e anche qui non ho fatto nulla perché mi mettessero in questo sotterraneo".

16Allora il capo dei panettieri, vedendo che l'interpretazione era favorevole, disse a Giuseppe: "Quanto a me, nel mio sogno tenevo sul capo tre canestri di pane bianco 17e nel canestro che stava di sopra c'era ogni sorta di cibi per il faraone, quali si preparano dai panettieri. Ma gli uccelli li mangiavano dal canestro che avevo sulla testa".

18Giuseppe rispose e disse: "Questa è l'interpretazione: i tre canestri rappresentano tre giorni. 19Fra tre giorni il faraone solleverà la tua testa e ti impiccherà a un palo e gli uccelli ti mangeranno la carne addosso".

20Appunto al terzo giorno, che era il giorno natalizio del faraone, questi fece un banchetto per tutti i suoi ministri e allora sollevò la testa del capo dei coppieri e la testa del capo dei panettieri in mezzo ai suoi ministri. 21Reintegrò il capo dei coppieri nel suo ufficio di coppiere, perché porgesse la coppa al faraone; 22invece impiccò il capo dei panettieri, secondo l'interpretazione che Giuseppe aveva loro data. 23Ma il capo dei coppieri non si ricordò di Giuseppe e lo dimenticò.

Nel carcere Giuseppe vive in pace; lavora, aiuta, si mostra attento agli altri carcerati perché ha spirito di servizio. Lo comprendiamo dall'atteggiamento nei confronti del coppiere e del panettiere. I due funzionari reali, imprigionati nel carcere, hanno fatto un sogno e non ne capiscono il significato. Infatti, nel carcere «non c'è chi lo interpreti» (40,8). Come dire: "Non c'è neanche un mago o stregone o indovino". Ma nessuna di queste soluzioni proviene da Dio. Giuseppe offre il suo aiuto; è l'uomo di Dio e ne scopre la presenza anche nelle cose più ordinarie e insignificanti della vita. Vede ciò che altri non sono capaci di vedere e cerca di mostrare che il Signore è l'unica soluzione.

Giuseppe interpreta correttamente i sogni dei due funzionari; il capo dei coppieri sarà liberato, il capo dei panettieri sarà condannato a morte (40,20-22). Come ricompensa per l'aiuto offerto chiede al capo dei coppieri di ricordarsi di lui e, una volta libero, interce­dere a suo favore presso il faraone (40,14-15). Il giovane non ha mai ricevuto aiuto né appoggio dagli altri; i fratelli lo hanno venduto, gli ismaeliti ne hanno fatto l'oggetto di un affare, la moglie di Potifar lo ha calunniato, lo stesso Potifar lo ha fatto chiudere in prigione, dimenticandosi dei suoi servigi. Ora Giuseppe sperimenta l'ingratitudi-ne umana anche da parte di chi condivideva la sua stessa sofferenza: il capo dei coppieri si dimentica di lui (40,23) ed egli resta ancora in prigione.

Un dono da parte di Dio

Capitolo 41

1Due anni dopo, il faraone sognò di trovarsi presso il Nilo. 2Ed ecco, salirono dal Nilo sette vacche, belle di aspetto e grasse, e si misero a pascolare tra i giunchi. 3Ed ecco, dopo quelle, salirono dal Nilo altre sette vacche, brutte di aspetto e magre, e si fermarono accanto alle prime vacche sulla riva del Nilo. 4Le vacche brutte di aspetto e magre divorarono le sette vacche belle di aspetto e grasse. E il faraone si svegliò. 5Poi si addormentò e sognò una seconda volta: ecco, sette spighe spuntavano da un unico stelo, grosse e belle. 6Ma, dopo quelle, ecco spuntare altre sette spighe vuote e arse dal vento d'oriente. 7Le spighe vuote inghiottirono le sette spighe grosse e piene. Il faraone si svegliò: era stato un sogno.

8Alla mattina il suo spirito ne era turbato, perciò convocò tutti gli indovini e tutti i saggi dell'Egitto. Il faraone raccontò loro il sogno, ma nessuno sapeva interpretarlo al faraone.

9Allora il capo dei coppieri parlò al faraone: "Io devo ricordare oggi le mie colpe. 10Il faraone si era adirato contro i suoi servi e li aveva messi in carcere nella casa del capo delle guardie, sia me sia il capo dei panettieri. 11Noi facemmo un sogno nella stessa notte, io e lui; ma avemmo ciascuno un sogno con un proprio significato. 12C'era là con noi un giovane ebreo, schiavo del capo delle guardie; noi gli raccontammo i nostri sogni ed egli ce li interpretò, dando a ciascuno l'interpretazione del suo sogno. 13E come egli ci aveva interpretato, così avvenne: io fui reintegrato nella mia carica e l'altro fu impiccato".

14Allora il faraone convocò Giuseppe. Lo fecero uscire in fretta dal sotterraneo; egli si rase, si cambiò gli abiti e si presentò al faraone. 15Il faraone disse a Giuseppe: "Ho fatto un sogno e nessuno sa interpretarlo; ora io ho sentito dire di te che ti basta ascoltare un sogno per interpretarlo subito". 16Giuseppe rispose al faraone: "Non io, ma Dio darà la risposta per la salute del faraone!".

17Allora il faraone raccontò a Giuseppe: "Nel mio sogno io mi trovavo sulla riva del Nilo. 18Ed ecco, salirono dal Nilo sette vacche grasse e belle di forma e si misero a pascolare tra i giunchi. 19E, dopo quelle, ecco salire altre sette vacche deboli, molto brutte di forma e magre; non ne vidi mai di così brutte in tutta la terra d'Egitto. 20Le vacche magre e brutte divorarono le prime sette vacche, quelle grasse. 21Queste entrarono nel loro ventre, ma non ci si accorgeva che vi fossero entrate, perché il loro aspetto era brutto come prima. E mi svegliai. 22Poi vidi nel sogno spuntare da un unico stelo sette spighe, piene e belle. 23Ma ecco, dopo quelle, spuntavano sette spighe secche, vuote e arse dal vento d'oriente. 24Le spighe vuote inghiottirono le sette spighe belle. Ho riferito il sogno agli indovini, ma nessuno sa darmene la spiegazione".

25Allora Giuseppe disse al faraone: "Il sogno del faraone è uno solo: Dio ha indicato al faraone quello che sta per fare. 26Le sette vacche belle rappresentano sette anni e le sette spighe belle rappresentano sette anni: si tratta di un unico sogno. 27Le sette vacche magre e brutte, che salgono dopo quelle, rappresentano sette anni e le sette spighe vuote, arse dal vento d'oriente, rappresentano sette anni: verranno sette anni di carestia. 28È appunto quel che ho detto al faraone: Dio ha manifestato al faraone quanto sta per fare. 29Ecco, stanno per venire sette anni in cui ci sarà grande abbondanza in tutta la terra d'Egitto. 30A questi succederanno sette anni di carestia; si dimenticherà tutta quell'abbondanza nella terra d'Egitto e la carestia consumerà la terra. 31Non vi sarà più alcuna traccia dell'abbondanza che vi era stata nella terra, a causa della carestia successiva, perché sarà molto dura. 32Quanto al fatto che il sogno del faraone si è ripetuto due volte, significa che la cosa è decisa da Dio e che Dio si affretta a eseguirla.

33Il faraone pensi a trovare un uomo intelligente e saggio e lo metta a capo della terra d'Egitto. 34Il faraone inoltre proceda a istituire commissari sul territorio, per prelevare un quinto sui prodotti della terra d'Egitto durante i sette anni di abbondanza. 35Essi raccoglie-ranno tutti i viveri di queste annate buone che stanno per venire, ammasseranno il grano sotto l'autorità del faraone e lo terranno in deposito nelle città. 36Questi viveri serviranno di riserva al paese per i sette anni di carestia che verranno nella terra d'Egitto; così il paese non sarà distrutto dalla carestia".

37La proposta piacque al faraone e a tutti i suoi ministri. 38Il faraone disse ai ministri: "Potremo trovare un uomo come questo, in cui sia lo spirito di Dio?". 39E il faraone disse a Giuseppe: "Dal momento che Dio ti ha manifestato tutto questo, non c'è nessuno intelligente e saggio come te. 40Tu stesso sarai il mio governatore e ai tuoi ordini si schiererà tutto il mio popolo: solo per il trono io sarò più grande di te".

41Il faraone disse a Giuseppe: "Ecco, io ti metto a capo di tutta la terra d'Egitto". 42Il faraone si tolse di mano l'anello e lo pose sulla mano di Giuseppe; lo rivestì di abiti di lino finissimo e gli pose al collo un monile d'oro. 43Lo fece salire sul suo secondo carro e davanti a lui si gridava: "Abrech". E così lo si stabilì su tutta la terra d'Egitto. 44Poi il faraone disse a Giuseppe: "Io sono il faraone, ma senza il tuo permesso nessuno potrà alzare la mano o il piede in tutta la terra d'Egitto". 45E il faraone chiamò Giuseppe Safnat-Panèach e gli diede in moglie Asenat, figlia di Potifera, sacerdote di Eliòpoli. Giuseppe partì per visitare l'Egitto. 46Giuseppe aveva trent'anni quando entrò al servizio del faraone, re d'Egitto.

Quindi Giuseppe si allontanò dal faraone e percorse tutta la terra d'Egitto. 47Durante i sette anni di abbondanza la terra produsse a profusione. 48Egli raccolse tutti i viveri dei sette anni di abbondan-za che vennero nella terra d'Egitto, e ripose i viveri nelle città: in ogni città i viveri della campagna circostante. 49Giuseppe ammassò il grano come la sabbia del mare, in grandissima quantità, così che non se ne fece più il computo, perché era incalcolabile.

50Intanto, prima che venisse l'anno della carestia, nacquero a Giuseppe due figli, partoriti a lui da Asenat, figlia di Potifera, sacerdote di Eliòpoli. 51Giuseppe chiamò il primogenito Manasse, "perché - disse - Dio mi ha fatto dimenticare ogni affanno e tutta la casa di mio padre". 52E il secondo lo chiamò Èfraim, "perché - disse - Dio mi ha reso fecondo nella terra della mia afflizione".

53Finirono i sette anni di abbondanza nella terra d'Egitto 54e comin-ciarono i sette anni di carestia, come aveva detto Giuseppe. Ci fu carestia in ogni paese, ma in tutta la terra d'Egitto c'era il pane. 55Poi anche tutta la terra d'Egitto cominciò a sentire la fame e il popolo gridò al faraone per avere il pane. Il faraone disse a tutti gli Egiziani: "Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà". 56La carestia imperversava su tutta la terra. Allora Giuseppe aprì tutti i depositi in cui vi era grano e lo vendette agli Egiziani. La carestia si aggravava in Egitto, 57ma da ogni paese venivano in Egitto per acquistare grano da Giuseppe, perché la carestia infieriva su tutta la terra.

Il faraone fa due sogni che lo inquietano terribilmente e lo riempiono di preoccupazione e che saggi e indovini non riescono ad interpretare (41,1-8). In questa situazione il capo dei coppieri si ricorda finalmente di Giuseppe e riconosce la propria mancanza di gratitudine (41,9-13). Il suo periodo di "amnesia" è durato due anni, durante i quali il giovane è vissuto nella miseria della prigione, mentre lui è stato nella sua casa tra i lussi e le comodità. Ora egli diviene strumento del progetto di Dio: grazie al suo racconto Giuseppe è fatto uscire «in fretta» dal carcere per essere condotto alla presenza del sovrano (41,14). Secondo il costume egiziano solo i prigionieri e coloro che erano in lutto portavano la barba; Giuseppe si rade come segno di riacquistata libertà. Poi si toglie i vestiti da prigioniero e ne indossa di nuovi a indicare la piena riabilitazione e l'inizio di una nuova vita.

Solo Dio, Signore della storia, possiede la chiave dell'avvenire. Giuseppe è uomo di Dio e ne vede con chiarezza i piani, perciò interpreta correttamente i sogni del faraone (41,25-32), ma rifiuta il riconoscimento di qualunque merito perché sa che ogni cosa è nelle mani del Signore (41,16). Poi, pieno di sapienza (dono divino maturato attra­verso le amare esperienze di vita), disegna la strategia per risolvere il problema che minaccia di distruggere tutto il popolo (41,33-36). Prima dovranno passare sette anni di abbondanza (sette vacche grasse e sette spighe piene) e in questo tempo bisognerà immagazzinare il grano che servirà durante i successivi sette anni di carestia (sette vacche magre e sette spighe vuote). Il faraone comprende di essere di fronte a un uomo in cui dimora lo «spirito di Dio» e ne accetta il progetto (41,37-38). Dovranno passare quattordici anni per provare l’esattezza delle interpretazioni di Giuseppe, perciò la sua proposta di salvezza e i suoi consigli esigono la completa fiducia del faraone d'Egitto.

Questo è il momento della gloria. Il faraone nomina Giuseppe «governatore» (41,40), dandogli l'anello reale - simbolo di autorità e potere - e facendogli indossare vesti di lino finissimo e collare d'oro (41,42). Si svolge poi la parata: Giuseppe è sul cocchio che segue immediatamente quello del faraone, mentre gli araldi gridano: «Abrech» (“Inchinatevi”; 41,43). Co­lui che a diciassette anni si era sognato "piccolo prin­cipe" si ritrova, a trenta (cfr.41,46), "secondo" solo al faraone, con potere su «tutto il paese d'Egitto» (41,43-44).

Giuseppe entra nella nobiltà egiziana con un nuovo nome egiziano («Safnat-Panèach» che può significare “Dio dice: egli è vivente”) e gli è data in moglie Asenat (41,50) dalla quale ha due figli cui però non impone nomi egiziani, bensì ebrei. Il nome del primogenito è Manasse (nome  collegato a un verbo ebraico che vuol dire “far dimenticare”; 41,51). Con la gioia della sua nascita, Dio ha fatto dimenticare a Giuseppe tutto il passato di dolore e sofferenza: l'invidia, l'odio, la cisterna, la schiavitù, il carcere. Il nome del secondo figlio è Efraim (che vuol dire “rendere fecondo”; 41,52), che è una preghiera di ringraziamento costante a Dio per ogni beneficio ricevuto.

Costruire la fraternità

La Sacra Scrittura ci presenta in quattro capitoli la riconciliazione familiare (cc.42-45). I tre viaggi che i fratelli compiono da Canaan in Egitto sono il simbolo del lungo e faticoso cammino interiore di trasformazione e purificazione che deve essere percorso per giungere al riconoscimento reciproco che l'altro - prima considerato nemico da eliminare - è fratello. Il motivo che avvia tale itinerario non è una volontà esplicita di perdono.

Sono trascorsi molti anni dal giorno in cui Giuseppe uscì dalla casa del padre per andare in cerca dei suoi fratelli; allora era un ragazzo ingenuo e inesperto della vita, ma senza malizia, «puro di cuore» (37,2). Ora è un uomo di trentadue anni, forgiato dall'esperienza della vita, che non gli ha risparmiato la schiavitù e il carcere. Il Signore, il Dio invisibile, ha però camminato con lui permanentemente ed ha agito sempre in suo favore. Rafforzato dalla saggezza della fede, Giuseppe è divenuto secondo solo al faraone. Il percorso inizia da un fatto imprevedibile e sorprendente: Giuseppe e i suoi fratelli, sono "obbligati" a incontrarsi per la carestia che domina su tutta la terra» (41,56-57).

Primo viaggio in Egitto

Capitolo 42

1Giacobbe venne a sapere che in Egitto c'era grano; perciò disse ai figli: "Perché state a guardarvi l'un l'altro?". 2E continuò: "Ecco, ho sentito dire che vi è grano in Egitto. Andate laggiù a comprarne per noi, perché viviamo e non moriamo". 3Allora i dieci fratelli di Giuseppe scesero per acquistare il frumento dall'Egitto. 4Quanto a Beniamino, fratello di Giuseppe, Giacobbe non lo lasciò partire con i fratelli, perché diceva: "Che non gli debba succedere qualche disgrazia!". 5Arrivarono dunque i figli d'Israele per acquistare il grano, in mezzo ad altri che pure erano venuti, perché nella terra di Canaan c'era la carestia.

I dieci fratelli maggiori di Giuseppe sono fermi a guardarsi l'un l'altro (42,1b; cfr.37,25), vale a dire: non parlano, non prendono iniziative. La loro immobilità è frutto di un comportamento interiore. La colpa del passato li tiene paralizzati, impedendo loro il movimento per incontrare la luce della salvezza. Come tanti anni prima Giacobbe mandò Giuseppe a cercare i suoi fratelli, adesso invia i suoi dieci figli maggiori in Egitto, a cercare pane per vivere (42,2). Non fa però partire Beniamino, fratello minore di Giuseppe (42,4). Il patriarca non è guarito dal suo attaccamento per i figli di Rachele, anzi, il dolore lo ha come ripiegato. Non si fida dei figli maggiori perché pensa che non difenderebbero il piccolo dai pericoli.

"Siamo dodici fratelli, figli di un solo uomo"

6Giuseppe aveva autorità su quella terra e vendeva il grano a tutta la sua popolazione. Perciò i fratelli di Giuseppe vennero da lui e gli si prostrarono davanti con la faccia a terra. 7Giuseppe vide i suoi fratelli e li riconobbe, ma fece l'estraneo verso di loro, parlò duramente e disse: "Da dove venite?". Risposero: "Dalla terra di Canaan, per comprare viveri". 8Giuseppe riconobbe dunque i fratelli, mentre essi non lo riconobbero. 9Allora Giuseppe si ricordò dei sogni che aveva avuto a loro riguardo e disse loro: "Voi siete spie! Voi siete venuti per vedere i punti indifesi del territorio!". 10Gli risposero: "No, mio signore; i tuoi servi sono venuti per acquistare viveri. 11Noi siamo tutti figli di un solo uomo. Noi siamo sinceri. I tuoi servi non sono spie!". 12Ma egli insistette: "No, voi siete venuti per vedere i punti indifesi del territorio!". 13Allora essi dissero: "Dodici sono i tuoi servi; siamo fratelli, figli di un solo uomo, che abita nella terra di Canaan; ora il più giovane è presso nostro padre e uno non c'è più". 14Giuseppe disse loro: "Le cose stanno come vi ho detto: voi siete spie! 15In questo modo sarete messi alla prova: per la vita del faraone, voi non uscirete di qui se non quando vi avrà raggiunto il vostro fratello più giovane. 16Mandate uno di voi a prendere il vostro fratello; voi rimarrete prigionieri. Saranno così messe alla prova le vostre parole, per sapere se la verità è dalla vostra parte. Se no, per la vita del faraone, voi siete spie!". 17E li tenne in carcere per tre giorni.

 

Nel primo incontro con i fratelli, Giuseppe vede realizzarsi i suoi sogni di tanti anni prima; essi si prostrano davanti a lui, facendo inconsapevolmente quel gesto che avevano temuto tanto di dover fare (42,6; cfr.37,7-8.9-10)! Giuseppe li riconosce ma fa l'estraneo nei loro confronti (42,7-8). Ciò può stupire, ma è egli troppo generoso per desiderare di umiliarli facendosi riconoscere subito e rimprove-randoli per il male che gli hanno fatto. E' troppo prudente per tendere la mano in un gesto di riconciliazione immediata che non sarebbe autentica, dato che non sono cambiati: in loro sono ancora presenti l'egoismo, la gelosia, l'odio, l'invidia e la menzogna. Non è sufficiente che Giuseppe riconosca i fratelli, bisogna che anch'essi "riconoscano lui", cioè lo accolgano come fratello, amandolo come uno di loro e non so­lo "fisicamente" quanto spiritualmente.

Per favorire una crescita interiore che aiuterà i fratelli a diventare uomini di Dio, Giuseppe sceglie di costruire un percorso all’apparenza ambiguo e, con un'abile strategia, li induce a ripercorrere il loro delitto. Egli domanda loro: «Da dove venite?». Una domanda che va molto più lontano di quello che vuole dimostrare e che deve essere interpretata in modo spirituale. Essi vengono dal peccato, un peccato rimasto sepolto nella polvere del passato, nascosto con la menzogna. La loro risposta però è limitata all'ambito geografico; ancora non rispondono col cuore. Accusandoli per tre volte (42,8.14.16) di essere spie, Giuseppe li obbliga a svelare la loro identità a più riprese. Dapprima essi affermano di essere «figli di un solo uomo» (anche se di madri diverse), tuttavia non si riconoscono ancora "fratelli" (42,11). Nella seconda risposta appare un dato nuovo, pieno di significato: «siamo fratelli» (42,13). E non dicono undici, ma «dodici», perché è spuntato nella loro coscienza il numero completo dei componenti della famiglia. Una famiglia che è spezzata perché Giuseppe è considerato morto, Beniamino è lontano e i fratelli maggiori si trovano fisicamente uniti, ma spiritualmente divisi. 

Il carcere segna l'inizio del cammino spirituale che i dieci devono intraprendere (42,17). Con questo espediente sperimentano ciò che hanno fatto patire a Giuseppe; come accadde a lui, vengono privati della libertà in modo arbitrario e ingiusto e costretti a vivere in una crudele incertezza riguardo al futuro. Nell'oscurità e nel silenzio imparano ad ascoltare la voce di Dio che chiama alla conversione e ripensano al passato familiare che hanno evocato durante l'interrogatorio. Ravvivando il ricordo del fratello venduto, sono indotti a ripercorrere il loro delitto per essere guariti.

La presa di coscienza del male fatto

18Il terzo giorno Giuseppe disse loro: "Fate questo e avrete salva la vita; io temo Dio! 19Se voi siete sinceri, uno di voi fratelli resti prigioniero nel vostro carcere e voi andate a portare il grano per la fame delle vostre case. 20Poi mi condurrete qui il vostro fratello più giovane. Così le vostre parole si dimostreranno vere e non morirete". Essi annuirono. 21Si dissero allora l'un l'altro: "Certo su di noi grava la colpa nei riguardi di nostro fratello, perché abbiamo visto con quale angoscia ci supplicava e non lo abbiamo ascoltato. Per questo ci ha colpiti quest'angoscia". 22Ruben prese a dir loro: "Non vi avevo detto io: "Non peccate contro il ragazzo"? Ma non mi avete dato ascolto. Ecco, ora ci viene domandato conto del suo sangue". 23Non si accorgevano che Giuseppe li capiva, dato che tra lui e loro vi era l'interprete.

24Allora egli andò in disparte e pianse. Poi tornò e parlò con loro. Scelse tra loro Simeone e lo fece incatenare sotto i loro occhi. 25Quindi Giuseppe diede ordine di riempire di frumento i loro sacchi e di rimettere il denaro di ciascuno nel suo sacco e di dare loro provviste per il viaggio. E così venne loro fatto.

26Essi caricarono il grano sugli asini e partirono di là. 27Ora, in un luogo dove passavano la notte, uno di loro aprì il sacco per dare il foraggio all'asino e vide il proprio denaro alla bocca del sacco. 28Disse ai fratelli: "Mi è stato restituito il denaro: eccolo qui nel mio sacco!". Allora si sentirono mancare il cuore e, tremanti, si dissero l'un l'altro: "Che è mai questo che Dio ci ha fatto?".

29Arrivati da Giacobbe loro padre, nella terra di Canaan, gli riferirono tutte le cose che erano loro capitate: 30"Quell'uomo, che è il signore di quella terra, ci ha parlato duramente e ci ha trattato come spie del territorio. 31Gli abbiamo detto: "Noi siamo sinceri; non siamo spie! 32Noi siamo dodici fratelli, figli dello stesso padre: uno non c'è più e il più giovane è ora presso nostro padre nella terra di Canaan". 33Ma l'uomo, signore di quella terra, ci ha risposto: "Mi accerterò se voi siete sinceri in questo modo: lasciate qui con me uno dei vostri fratelli, prendete il grano necessario alle vostre case e andate. 34Poi conducetemi il vostro fratello più giova-ne; così mi renderò conto che non siete spie, ma che siete sinceri; io vi renderò vostro fratello e voi potrete circolare nel territorio"".

35Mentre svuotavano i sacchi, ciascuno si accorse di avere la sua borsa di denaro nel proprio sacco. Quando essi e il loro padre videro le borse di denaro, furono presi da timore. 36E il loro padre Giacobbe disse: "Voi mi avete privato dei figli! Giuseppe non c'è più, Simeone non c'è più e Beniamino me lo volete prendere. Tutto ricade su di me!".

37Allora Ruben disse al padre: "Farai morire i miei due figli, se non te lo ricondurrò. Affidalo alle mie mani e io te lo restituirò". 38Ma egli rispose: "Il mio figlio non andrà laggiù con voi, perché suo fratello è morto ed egli è rimasto solo. Se gli capitasse una disgrazia durante il viaggio che voi volete fare, fareste scendere con dolore la mia canizie negli inferi".

Al successivo interrogatorio i dieci fratelli non negano le imputazioni, non si difendono dalle accuse. Lentamente si sta insinuando in loro il dubbio che tutte le sofferenze che stanno provando siano meritate per purificare i loro delitti passati (42,21). Per la prima volta parlano di Giuseppe dicendo «nostro fratello» e ciò avviene proprio nel momento in cui confessano la colpa commessa che consiste nel non averne ascoltato lo sgomento, nell’essere rimasti insensibili e senza pietà quando lui li supplicava (al c.37 era stato taciuto il grido del ragazzo). Quel «ci viene domandato conto del suo sangue» (42,22) non ha come soggetto Giuseppe (non sanno che è lì, accanto a loro) bensì Dio, capace di far venire alla luce quel che l'uomo tiene nascosto.

I fratelli sembrano sinceri, tanto che Giuseppe si allontana e piange (42,24), rivelando i suoi veri sentimenti. Non vuole vendicarsi del male subito perché è un uomo che «teme Dio» (42,18), per questo mitiga la prova: basta che uno di loro resti lì, come ostaggio, finché gli altri non gli avranno condotto Beniamino, il fratello minore. Coloro che avevano strappato a Giacobbe il figlio prediletto sono indotti a reclamargli anche quello che nel suo cuore è il nuovo Giuseppe. Per scoprire se adesso essi sono capaci di intercedere in favore di un fratello, il governatore d'Egitto sceglie Simeone e lo fa incatenare sotto gli occhi degli altri (42,24). La realtà però è che nessuno dei fratelli è ancora disposto a sacrificarsi per l'altro.

Giuseppe ha mostrato una pedagogia severa, ma agisce con amore; risponde al male riempiendo di grano i sacchi dei fratelli e restituendo loro il denaro che hanno pagato (42,25). Essi partono senza molti rimorsi di lasciare Simeone prigioniero. Al momento della prima sosta scoprono il denaro e ne sono impauriti (42,27): dopo l'accusa di essere spie potrebbero venire accusati anche di essere ladri! Si sentono persi nella paura di qualcosa più grande della loro comprensione e iniziano a intravedere la mano del Signore nella loro vicenda. In tutta la storia è la prima volta che pronunciano il nome di Dio (42,28).

Il rientro dei nove a Canaan è drammatico. Per la seconda volta essi tornano dal padre con un fratello in meno (42,29-36; cfr. 37,32-35). Il patriarca soffre per la perdita di Simeone, ma la sua angoscia si fa ancora più acuta al pensiero di perdere anche il prediletto Beniamino. La sua accusa ai nove figli è molto pesante, quasi una liberazione della rabbia tenuta dentro per tanti lunghi anni (42,36).

Per convincere il padre Ruben offre i propri figli come garanzia; non è ancora capace di offrire se stesso. Anche se il suo intervento non riesce a mitigare il dolore di Giacobbe, dimostra che nella coscienza del primogenito cominciano a spuntare fraternità e figliolanza (42,37).

Secondo viaggio in Egitto

Capitolo 43

1La carestia continuava a gravare sulla terra. 2Quand'ebbero finito di consumare il grano che avevano portato dall'Egitto, il padre disse loro: "Tornate là e acquistate per noi un po' di viveri". 3Ma Giuda gli disse: "Quell'uomo ci ha avvertito severamente: "Non verrete alla mia presenza, se non avrete con voi il vostro fratello!". 4Se tu sei disposto a lasciar partire con noi nostro fratello, andremo laggiù e ti compreremo dei viveri. 5Ma se tu non lo lasci partire, non ci andremo, perché quell'uomo ci ha detto: "Non verrete alla mia presenza, se non avrete con voi il vostro fratello!"". 6Israele disse: "Perché mi avete fatto questo male: far sapere a quell'uomo che avevate ancora un fratello?". 7Risposero: "Quell'uomo ci ha interrogati con insistenza intorno a noi e alla nostra parentela: "È ancora vivo vostro padre? Avete qualche altro fratello?". E noi abbiamo risposto secondo queste domande. Come avremmo potu-to sapere che egli avrebbe detto: "Conducete qui vostro fratello"?".

8Giuda disse a Israele suo padre: "Lascia venire il giovane con me; prepariamoci a partire per sopravvivere e non morire, noi, tu e i nostri bambini. 9Io mi rendo garante di lui: dalle mie mani lo reclamerai. Se non te lo ricondurrò, se non te lo riporterò, io sarò colpevole contro di te per tutta la vita. 10Se non avessimo indugiato, ora saremmo già di ritorno per la seconda volta". 11Israele, loro padre, rispose: "Se è così, fate pure: mettete nei vostri bagagli i prodotti più scelti della terra e portateli in dono a quell'uomo: un po' di balsamo, un po' di miele, resina e làudano, pistacchi e mandorle. 12Prendete con voi il doppio del denaro, così porterete indietro il denaro che è stato rimesso nella bocca dei vostri sacchi: forse si tratta di un errore. 13Prendete anche vostro fratello, partite e tornate da quell'uomo. 14Dio l'Onnipotente vi faccia trovare misericordia presso quell'uomo, così che vi rilasci sia l'altro fratello sia Beniamino. Quanto a me, una volta che non avrò più i miei figli, non li avrò più!".

La Bibbia non indica il tempo trascorso tra il ritorno dal primo viaggio e la partenza per il secondo. In questo spazio di tempo Simeone è dimenticato nella prigione egiziana. L'unico aiuto in suo favore viene da una terra che non produce; la necessità materiale gioca un ruolo fondamentale nel processo di ricostruzione della famiglia. Il prolun-garsi della carestia riconduce i fratelli in Egitto.

Quando Giacobbe vede che non c'è altra via d'uscita ordina ai figli: «Tornate là» (43,2). La prova data da Giuseppe ai fratelli consiste anche nel riuscire a staccare Beniamino dal padre. Davanti al rifiuto di Giacobbe, al meccanismo di reciproca colpevolizzazione che nuova-mente si innesca tra il padre e i figli, Giuda interviene chiedendo a suo padre «il giovane» (non dice "tuo figlio", né "nostro fratello"»; 43,8). Un padre deve fidarsi della parola dei figli e della loro capacità di fraternità, senza rinchiuderli nei loro errori passati, deve preoccuparsi della vita di ognuno, anche quando, per questo, deve lasciarli andare per la loro strada. L'offerta di Giuda è più generosa di quella di Ruben; a garanzia egli offre se stesso (43,9).

Prima della partenza Giacobbe rivolge una breve preghiera a Dio onnipotente, invocando il suo nome e la sua misericordia. Il patriarca crede appassionatamente nel Signore e su questa fede rischia il figlio prediletto (43,14).

Un grande banchetto

15Gli uomini presero dunque questo dono e il doppio del denaro e anche Beniamino, si avviarono, scesero in Egitto e si presentarono a Giuseppe. 16Quando Giuseppe vide Beniamino con loro, disse al suo maggiordomo: "Conduci questi uomini in casa, macella quello che occorre e apparecchia, perché questi uomini mangeranno con me a mezzogiorno". 17 Quell'uomo fece come Giuseppe aveva ordinato e introdusse quegli uomini nella casa di Giuseppe. 18Ma essi si spaventarono, perché venivano condotti in casa di Giuseppe, e si dissero: "A causa del denaro, rimesso l'altra volta nei nostri sacchi, ci conducono là: per assalirci, piombarci addosso e prenderci come schiavi con i nostri asini".

19Allora si avvicinarono al maggiordomo della casa di Giuseppe e parlarono con lui all'ingresso della casa; 20dissero: "Perdona, mio signore, noi siamo venuti già un'altra volta per comprare viveri. 21Quando fummo arrivati a un luogo per passarvi la notte, aprimmo i sacchi ed ecco, il denaro di ciascuno si trovava alla bocca del suo sacco: proprio il nostro denaro con il suo peso esatto. Noi ora l'abbiamo portato indietro 22e, per acquistare i viveri, abbiamo portato con noi altro denaro. Non sappiamo chi abbia messo nei sacchi il nostro denaro!". 23Ma quegli disse: "State in pace, non temete! Il vostro Dio e il Dio dei vostri padri vi ha messo un tesoro nei sacchi; il vostro denaro lo avevo ricevuto io". E condusse loro Simeone.

24Quell'uomo fece entrare gli uomini nella casa di Giuseppe, diede loro dell'acqua, perché si lavassero i piedi e diede il foraggio ai loro asini. 25Essi prepararono il dono nell'attesa che Giuseppe arrivasse a mezzogiorno, perché avevano saputo che avrebbero preso cibo in quel luogo. 26Quando Giuseppe arrivò a casa, gli presentarono il dono che avevano con sé, e si prostrarono davanti a lui con la faccia a terra. 27Egli domandò loro come stavano e disse: "Sta bene il vostro vecchio padre di cui mi avete parlato? Vive ancora?". 28Risposero: "Il tuo servo, nostro padre, sta bene, è ancora vivo" e si inginocchiarono prostrandosi. 29Egli alzò gli occhi e guardò Beniamino, il suo fratello, figlio della stessa madre, e disse: "È questo il vostro fratello più giovane, di cui mi avete parlato?" e aggiunse: "Dio ti conceda grazia, figlio mio!". 30Giuseppe si affrettò a uscire, perché si era commosso nell'intimo alla presenza di suo fratello e sentiva il bisogno di piangere; entrò nella sua camera e pianse. 31Poi si lavò la faccia, uscì e, facendosi forza, ordinò: "Servite il pasto". 32Fu servito per lui a parte, per loro a parte e per i commensali egiziani a parte, perché gli Egiziani non possono prender cibo con gli Ebrei: ciò sarebbe per loro un abominio. 33Presero posto davanti a lui dal primogenito al più giovane, ciascuno in ordine di età, e si guardavano con meraviglia l'un l'altro. 34Egli fece portare loro porzioni prese dalla propria mensa, ma la porzione di Beniamino era cinque volte più abbondante di quella di tutti gli altri. E con lui bevvero fino all'allegria

Dopo la liberazione di Simeone, i fratelli hanno la possibilità di ritrovarsi uniti per la prima volta in tanti anni. Giuseppe  ordina al maggiordomo di condurli a casa sua e preparare un banchetto speciale. Ai fratelli che per ben due volte (cfr. i due sogni di 37,5-10) si prostrano e si ingi­nocchiano davanti a lui (43,26.28), egli rivolge do­mande circa la salute («shalom») del padre, ma non esplicita l'importanza che tale notizia ha per lui (43,27). Avute assicurazioni sul buon stato di salute di Gia­cobbe (43,28), Giuseppe sposta la sua attenzione su Beniamino «suo fratello,  figlio della stessa madre»  e, rivolgendogli un augurio del tutto speciale (pre­ferenza affettiva), lo affida alla grazia di Dio. Un po' alla volta il Signore, protagonista nascosto, emerge alla coscienza delle persone che stanno vivendo l'esperienza dell'incontro (43,29).

Poi Giuseppe fa servire il pasto (43,31), disponendo i commensali in tre tavole di­verse (43,32): una per lui (è sempre il «governatore» d'Egitto!), una per i suoi fratelli e la terza per gli egiziani (evitando ogni contaminazione di razza). E qui mette in atto un'altra "preferenza affettiva" nei con­fronti di Beniamino (43,34), inviandogli porzioni cinque volte più grandi, per scoprire se i fratelli sono ancora infastiditi quando un altro è preferito. La cosa però non fa scattare la gelosia degli altri fratelli: che stiano cam­biando anche loro?

La prova finale

Capitolo 44

1Diede poi quest'ordine al suo maggiordomo: "Riempi i sacchi di quegli uomini di tanti viveri quanti ne possono contenere e rimetti il denaro di ciascuno alla bocca del suo sacco. 2Metterai la mia coppa, la coppa d'argento, alla bocca del sacco del più giovane, insieme con il denaro del suo grano". Quello fece secondo l'ordine di Giuseppe.

3Alle prime luci del mattino quegli uomini furono fatti partire con i loro asini. 4Erano appena usciti dalla città e ancora non si erano allontanati, quando Giuseppe disse al suo maggiordomo: "Su, insegui quegli uomini, raggiungili e di' loro: "Perché avete reso male per bene? 5Non è forse questa la coppa in cui beve il mio signore e per mezzo della quale egli suole trarre i presagi? Avete fatto male a fare così"". 6Egli li raggiunse e ripeté loro queste parole. 7Quelli gli risposero: "Perché il mio signore dice questo? Lontano dai tuoi servi il fare una cosa simile! 8Ecco, se ti abbiamo riportato dalla terra di Canaan il denaro che abbiamo trovato alla bocca dei nostri sacchi, come avremmo potuto rubare argento o oro dalla casa del tuo padrone? 9Quello dei tuoi servi, presso il quale si troverà, sia messo a morte e anche noi diventeremo schiavi del mio signore". 10Rispose: "Ebbene, come avete detto, così sarà: colui, presso il quale si troverà la coppa, diventerà mio schiavo e voi sarete innocenti". 11Ciascuno si affrettò a scaricare a terra il suo sac-co e lo aprì. 12Quegli li frugò cominciando dal maggiore e finendo con il più piccolo, e la coppa fu trovata nel sacco di Beniamino.

13Allora essi si stracciarono le vesti, ricaricarono ciascuno il proprio asino e tornarono in città. 14Giuda e i suoi fratelli vennero nella casa di Giuseppe, che si trovava ancora là, e si gettarono a terra davanti a lui. 15Giuseppe disse loro: "Che azione avete commesso? Non vi rendete conto che un uomo come me è capace di indovinare?". 16Giuda disse: "Che diremo al mio signore? Come parlare? Come giustificarci? Dio stesso ha scoperto la colpa dei tuoi servi! Eccoci schiavi del mio signore, noi e colui che è stato trovato in possesso della coppa". 17Ma egli rispose: "Lontano da me fare una cosa simile! L'uomo trovato in possesso della coppa, quello sarà mio schiavo: quanto a voi, tornate in pace da vostro padre".

18Allora Giuda gli si fece innanzi e disse: "Perdona, mio signore, sia permesso al tuo servo di far sentire una parola agli orecchi del mio signore; non si accenda la tua ira contro il tuo servo, perché uno come te è pari al faraone! 19Il mio signore aveva interrogato i suoi servi: "Avete ancora un padre o un fratello?". 20E noi avevamo risposto al mio signore: "Abbiamo un padre vecchio e un figlio ancora giovane natogli in vecchiaia, il fratello che aveva è morto ed egli è rimasto l'unico figlio di quella madre e suo padre lo ama". 21Tu avevi detto ai tuoi servi: "Conducetelo qui da me, perché possa vederlo con i miei occhi". 22Noi avevamo risposto al mio signore: "Il giovinetto non può abbandonare suo padre: se lascerà suo padre, questi ne morirà". 23Ma tu avevi ingiunto ai tuoi servi: "Se il vostro fratello minore non verrà qui con voi, non potrete più venire alla mia presenza". 24Fatto ritorno dal tuo servo, mio padre, gli riferimmo le parole del mio signore. 25E nostro padre disse: "Tornate ad acquistare per noi un po' di viveri". 26E noi rispondemmo: "Non possiamo ritornare laggiù: solo se verrà con noi il nostro fratello minore, andremo; non saremmo ammessi alla presenza di quell'uomo senza avere con noi il nostro fratello minore". 27Allora il tuo servo, mio padre, ci disse: "Voi sapete che due figli mi aveva procreato mia moglie. 28Uno partì da me e dissi: certo è stato sbranato! Da allora non l'ho più visto. 29Se ora mi porterete via anche questo e gli capitasse una disgrazia, voi fareste scendere con dolore la mia canizie negli inferi". 30Ora, se io arrivassi dal tuo servo, mio padre, e il giovinetto non fosse con noi, poiché la vita dell'uno è legata alla vita dell'altro, 31non appena egli vedesse che il giovinetto non è con noi, morirebbe, e i tuoi servi avrebbero fatto scendere con dolore negli inferi la canizie del tuo servo, nostro padre. 32Ma il tuo servo si è reso garante del giovinetto presso mio padre dicendogli: "Se non te lo ricondurrò, sarò colpevole verso mio padre per tutta la vita". 33Ora, lascia che il tuo servo rimanga al posto del giovinetto come schiavo del mio signore e il giovinetto torni lassù con i suoi fratelli! 34Perché, come potrei tornare da mio padre senza avere con me il giovinetto? Che io non veda il male che colpirebbe mio padre!".

Il banchetto si svolge nel bere e nel restare allegri, chiari segni di distensione dopo le paure e le meraviglie. Ma, anche se i dodici fratelli sono final­mente assieme, risultano ancora separati (e non solo perché sono in due tavoli diversi). Perciò Giuseppe agisce con astuzia (o con sa­pienza?) ed escogita un espediente per vedere se si ripeterà quanto è successo tanti anni prima o se la storia della sua famiglia può ripartire per un'altra direzione.

Quando, con la luce del giorno, i fratelli ripartono carichi di cibi, Giuseppe fa nascondere la sua coppa d'argento nel sacco del giovane Beniamino. Poi li fa raggiungere dal maggiordomo che li deve  accusare  del furto e di aver violato l'ospitalità ricevuta con un gesto di slealtà (44,4-5). Come reagiranno? Sanno di non aver commesso alcun reato ma non possono provarlo. Sicuri di essere stati leali i fratelli emettono loro stessi la sentenza di condanna: morte del colpevole (cosa prevista per chi rubava og­getti sacri; cfr. 31,30s; Gdc 18,17) e schiavitù per tut­ti i rimanenti (44,9). Il maggiordomo mitiga la pena (44,10): solo chi sarà trovato colpevole resterà schiavo, gli altri innocenti saranno liberi. Dopo l'ispezione, viene trovato; colpevole Beniamino, il favorito del padre (44,12). I dieci sono di nuovo di fronte alla possibilità di eliminare un fratello che gode di particolari attenzioni. La tentazione di sbarazzarsi di lui potrebbe essere forte... Giuseppe ha riprodotto una situazione simile a quella descritta nel capitolo 37; l'unica differenza è che ora la vittima non è più lui, bensì il fratello Beniamino. Come tanto tempo prima essi potrebbero scegliere di abbandonare il fratello più giovane al suo desti­no di schiavo, tor-narsene a casa e far morire per il dolore il vecchio padre (cfr. 43,14).

Ma a questo punto assistiamo alla svolta decisiva: la scelta dei «dieci fratelli» è quella di restare uniti al fratello nella schiavitù/sofferenza. E' evidente che il loro modo di agire è cambiato. Anni prima non si erano commossi di fronte alle suppliche di Giuseppe (cfr. 42,21) e al dolore del padre (cfr. 37, 31s). Ora davanti all'ingiustizia che uno di loro subi­sce riescono finalmente a ricuperare l'unità. Tutti si stracciano le ve­sti in segno di dolore, tutti ritornano in città con Beniamino (44,23). La complicità è diventata solidarietà! Soffrire con il proprio fratello: è questo il prezzo da pagare per scoprirsi veramente e autenticamente fratelli.

Letta in chiave spirituale, la domanda che il "governatore" rivolge ai fratelli è un invito a fare un esame di coscienza. L'accusa non è quella del furto della coppa, ma del peccato che hanno compiuto contro il "figlio prediletto di Giacobbe" (44,15). E i fratelli confessano (44,16). Giuseppe vuole scoprire se la loro conversione è autentica e rischia il tutto per tutto dividendoli ancora una volta: il colpevole in prigione,  gli altri dieci liberi, a casa dal padre, in pace («shalom» = "senza colpa"), con la coscienza a posto (44,17).

A questo punto Giuda (non il primogenito Ruben) verbalizza il significato del gesto di tornare tutti in città con Beniamino (44,18-34). Ricordando il passato, egli opera una vera pu­rificazione della memoria: non nasconde la verità, che qualcosa è successo in famiglia infrangendo la fraternità (44,20) e la figliolanza (44,28-29). Il tema centrale della sua supplica ruota attorno all'affetto privilegiato di Giacobbe per i figli di Rachele (44,20.27.30)  e sul carattere vitale di questo rapporto la cui rottura porterebbe il padre alla morte (44,22.29.31). Solo in questo momento Giuseppe viene a sapere quanto ha sofferto suo padre quando è venuto a sapere della scomparsa del figlio prediletto; ma si accorge anche di quanto Giacobbe tenga a Beniamino e quanto gli potrebbe costare sapere che non lo vedrà più.

Il momento centrale dell'episodio è quando Giuda arriva ad offrirsi di restare schiavo in Egitto al posto di Beniamino. E' disposto a pagare di persona e non solo perché si era impegnato con Giacobbe, ma, soprattutto, per amore del padre (44,33-34). L'amore di preferenza che era stato il motivo per uccidere, diventa il motivo per consegnare la propria vita e morire al posto del fratello amato. Grazie al cammino che Giuseppe ha fatto fare ai suoi fratelli, guidato non dalla vendetta ma dal Signore, si è creata una solidarietà consistente e indistruttibile. La gelosia è completamente riassorbita ed è diventata amore fraterno (due volte Beniamino è detto: «nostro fratello minore»; 44,26) ed anche amore filiale (sette volte Giacobbe è detto «mio padre» e due «nostro padre»).

I sogni narrati da Giu­seppe erano stati interpretati come previsione di una sudditanza da parte dei fratelli e dello stesso padre; si rivelano adesso come indicazione di un cammino da percorrere per ricostruire la soli­darietà e la riconciliazione all'interno della famiglia.

La riconciliazione

Capitolo 45

1Allora Giuseppe non poté più trattenersi dinanzi a tutti i circostanti e gridò: "Fate uscire tutti dalla mia presenza!". Così non restò nessun altro presso di lui, mentre Giuseppe si faceva conoscere dai suoi fratelli. 2E proruppe in un grido di pianto. Gli Egiziani lo sentirono e la cosa fu risaputa nella casa del faraone. 3Giuseppe disse ai fratelli: "Io sono Giuseppe! È ancora vivo mio padre?". Ma i suoi fratelli non potevano rispondergli, perché sconvolti dalla sua presenza. 4Allora Giuseppe disse ai fratelli: "Avvicinatevi a me!". Si avvicinarono e disse loro: "Io sono Giuseppe, il vostro fratello, quello che voi avete venduto sulla via verso l'Egitto. 5Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. 6Perché già da due anni vi è la carestia nella regione e ancora per cinque anni non vi sarà né aratura né mietitura. 7Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nella terra e per farvi vivere per una grande liberazione. 8Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio. Egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il territorio d'Egitto. 9Affrettatevi a salire da mio padre e ditegli: "Così dice il tuo figlio Giuseppe: Dio mi ha stabilito signore di tutto l'Egitto.

Vieni quaggiù presso di me senza tardare. 10Abiterai nella terra di Gosen e starai vicino a me tu con i tuoi figli e i figli dei tuoi figli, le tue greggi e i tuoi armenti e tutti i tuoi averi. 11Là io provvederò al tuo sostentamento, poiché la carestia durerà ancora cinque anni, e non cadrai nell'indigenza tu, la tua famiglia e quanto possiedi". 12Ed ecco, i vostri occhi lo vedono e lo vedono gli occhi di mio fratello Beniamino: è la mia bocca che vi parla! 13Riferite a mio padre tutta la gloria che io ho in Egitto e quanto avete visto; affrettatevi a condurre quaggiù mio padre". 14Allora egli si gettò al collo di suo fratello Beniamino e pianse. Anche Beniamino piange-va, stretto al suo collo. 15Poi baciò tutti i fratelli e pianse. Dopo, i suoi fratelli si misero a conversare con lui.

16Intanto nella casa del faraone si era diffusa la voce: "Sono venuti i fratelli di Giuseppe!" e questo fece piacere al faraone e ai suoi ministri. 17Allora il faraone disse a Giuseppe: "Di' ai tuoi fratelli: "Fate così: caricate le cavalcature, partite e andate nella terra di Canaan. 18Prendete vostro padre e le vostre famiglie e venite da me: io vi darò il meglio del territorio d'Egitto e mangerete i migliori prodotti della terra". 19Quanto a te, da' loro questo comando: "Fate così: prendete con voi dalla terra d'Egitto carri per i vostri bambini e le vostre donne, caricate vostro padre e venite. 20Non abbiate rincrescimento per i vostri beni, perché il meglio di tutta la terra d'Egitto sarà vostro"".

21Così fecero i figli d'Israele. Giuseppe diede loro carri secondo l'ordine del faraone e consegnò loro una provvista per il viaggio. 22Diede a tutti un cambio di abiti per ciascuno, ma a Beniamino diede trecento sicli d'argento e cinque cambi di abiti. 23Inoltre mandò al padre dieci asini carichi dei migliori prodotti dell'Egitto e dieci asine cariche di frumento, pane e viveri per il viaggio del padre. 24Poi congedò i fratelli e, mentre partivano, disse loro: "Non litigate durante il viaggio!".25Così essi salirono dall'Egitto e arrivarono nella terra di Canaan, dal loro padre Giacobbe, 26e gli riferirono: "Giuseppe è ancora vivo, anzi governa lui tutto il territorio d'Egitto!". Ma il suo cuore rimase freddo, perché non poteva credere loro. 27Quando però gli riferirono tutte le parole che Giuseppe aveva detto loro ed egli vide i carri che Giuseppe gli aveva mandato per trasportarlo, allora lo spirito del loro padre Giacobbe si rianimò. 28Israele disse: "Basta! Giuseppe, mio figlio, è vivo. Voglio andare a vederlo, prima di morire!".

Il discorso di Giuda commuove profondamente Giuseppe, che ha ottenuto quel che voleva: far venire alla luce la solidarietà dei «dieci fratelli». La loro mentalità è molto cambiata da quando hanno cercato di ucciderlo, il peccato è stato completamente riassorbito. I sentimenti di predilezione del padre non destano più gelosia, bensì rispetto e generosità. È arrivato anche per Giuseppe il momento di gettare la maschera, di scendere dal trono. Non riesce più a fingere. Così fa uscire tutti dalla sua presenza, perché quanto sta per avvenire è una questione di famiglia: niente curiosi, ma riserbo e discrezione (45,1; cfr. però 45,2). Il fratello invidiato, odiato, tradito rivela la sua vera identità, facendosi riconoscere in due riprese - visto lo spavento paralizzante dei fratelli (45,3b) - e rivela finalmente il suo vero nome. Quello che finora era «vostro padre» (cfr. 43,27) diventa «mio padre» (45,3).

I fratelli, però, restano sconcertati e muti. Giuseppe scioglie la tensione invitandoli a compiere un gesto («avvicinatevi a me!») che serve a far sparire tutte le barriere: quelle politiche e cultu­rali (come il prostrarsi fino a terra o il mangiare sepa­rati) e quelle esistenziali e affettive (stare "lontani" da lui). Essi compiono il gesto richiesto e Giu­seppe può finalmente pronunciare non solo il suo no­me ma anche quelle parole tanto ingombranti per i fratelli (e forse anche per lui): «Sono il vostro fratello,  che voi avete venduto per l'Egitto» (45,4). I sentimenti sono chiariti e la relazione ricuperata in tutta la sua verità. Giuseppe ha atteso così tanto a farsi riconoscere, prima di tutto per permettere ai fratelli di fare un cammino, in secondo luogo (o sta al primo posto?), perché egli stesso ha avuto bisogno di crescere nel senso della fratellanza. Ha imparato a sue spese, infatti, co­sa significa subire una ingiustizia e non esigere ven­detta. Ce l'ha fatta solo quando è stato capace di riconoscere che in tutta la sua vicenda è sempre stato presente Dio, quel «Dio misericor­dioso» invocato dal padre sui figli (cfr. 43,14) e quel «Dio di grazia» che lui stesso aveva augurato come so­stegno al fratello Beniamino (cfr. 43,29). E' alla luce di questa scoperta e di questa presa di coscienza che Giuseppe riesce a riconciliarsi con i suoi fratelli: se tutto è avvenuto secondo la volontà provvi­denziale di Dio, lui non può opporvisi (45,7-8).

Arriviamo, così, all'ultimo atto: la riconciliazione piena tra fratelli. Contrariamente a quando, all'inizio della storia, i fratelli non potevano »parlare amichevolmente» con Giuseppe (cfr. 37,4), finalmente ora «conversano con lui» (45,15). Hanno sradicato dal loro cuore l'odio e l'invidia che li aveva portati a togliere il saluto a Giuseppe e a venderlo schiavo. Hanno recuperato la relazione fraterna spezzata... anche se avranno ancora qualche dubbio (cfr. 50,15-21). Ora accettano le attenzioni e le coccole che Giuseppe riserva al fratello Beniamino, più tardi non avranno obiezioni di fron­te alla scelta del padre di adottare Manasse ed Efraim - i due figli di Giu­seppe - come eredi della promessa e della benedizione (cfr. c. 48) e di dichiarare Giuseppe «principe tra i suoi fratelli» (cfr. 49,26).

Giuseppe, inoltre, si preoccupa di vedere il padre e di farlo venire in Egitto, perché «la carestia durerà ancora cinque anni» (due volte). In questo modo favorisce  la riconciliazione piena (di affetti e di luogo) di tutta la sua famiglia (45,16-28).

La comunità dei fratelli: una nuova famiglia

Nei capitoli 46-50 il protagonista ridiventa Giacobbe. Dopo il riconoscimento e la riconciliazione tra Giuseppe ed i fratelli, la storia continua raccontando l'incontro fra Giuseppe e il padre, la sistemazione di tutta la famiglia in Egitto, la morte di Giacobbe circondato dai figli.

La benedizione e la morte di Giacobbe

Capitolo 49

1 Quindi Giacobbe chiamò i figli e disse: "Radunatevi, perché io vi annunci quello che vi accadrà nei tempi futuri.

2Radunatevi e ascoltate, figli di Giacobbe,

ascoltate Israele, vostro padre!

3Ruben, tu sei il mio primogenito,

il mio vigore e la primizia della mia virilità,

esuberante in fierezza ed esuberante in forza!

4Bollente come l'acqua, tu non avrai preminenza,

perché sei salito sul talamo di tuo padre,

hai profanato così il mio giaciglio.

5Simeone e Levi sono fratelli,

strumenti di violenza sono i loro coltelli.

6Nel loro conciliabolo non entri l'anima mia,

al loro convegno non si unisca il mio cuore,

perché nella loro ira hanno ucciso gli uomini

e nella loro passione hanno mutilato i tori.

7Maledetta la loro ira, perché violenta,

e la loro collera, perché crudele!

Io li dividerò in Giacobbe

e li disperderò in Israele.

8Giuda, ti loderanno i tuoi fratelli;

la tua mano sarà sulla cervice dei tuoi nemici;

davanti a te si prostreranno i figli di tuo padre.

9Un giovane leone è Giuda:

dalla preda, figlio mio, sei tornato;

si è sdraiato, si è accovacciato come un leone

e come una leonessa; chi lo farà alzare?

10Non sarà tolto lo scettro da Giuda

né il bastone del comando tra i suoi piedi,

finché verrà colui al quale esso appartiene

e a cui è dovuta l'obbedienza dei popoli.

11Egli lega alla vite il suo asinello

e a una vite scelta il figlio della sua asina,

lava nel vino la sua veste

e nel sangue dell'uva il suo manto;

12scuri ha gli occhi più del vino

e bianchi i denti più del latte.

13Zàbulon giace lungo il lido del mare

e presso l'approdo delle navi,

con il fianco rivolto a Sidone.

14Ìssacar è un asino robusto,

accovacciato tra un doppio recinto.

15Ha visto che il luogo di riposo era bello,

che la terra era amena;

ha piegato il dorso a portare la soma

ed è stato ridotto ai lavori forzati.

16Dan giudica il suo popolo

come una delle tribù d'Israele.

17Sia Dan un serpente sulla strada,

una vipera cornuta sul sentiero,

che morde i garretti del cavallo,

così che il suo cavaliere cada all'indietro.

18Io spero nella tua salvezza, Signore!

19Gad, predoni lo assaliranno,

ma anche lui li assalirà alle calcagna.

20Aser, il suo pane è pingue:

egli fornisce delizie da re.

21Nèftali è una cerva slanciata;

egli propone parole d'incanto.

22Germoglio di ceppo fecondo è Giuseppe;

germoglio di ceppo fecondo presso una fonte,

i cui rami si stendono sul muro.

23Lo hanno esasperato e colpito,

lo hanno perseguitato i tiratori di frecce.

24Ma fu spezzato il loro arco,

furono snervate le loro braccia

per le mani del Potente di Giacobbe,

per il nome del Pastore, Pietra d'Israele.

25Per il Dio di tuo padre: egli ti aiuti,

e per il Dio l'Onnipotente: egli ti benedica!

Con benedizioni del cielo dall'alto,

benedizioni dell'abisso nel profondo,

benedizioni delle mammelle e del grembo.

26Le benedizioni di tuo padre sono superiori

alle benedizioni dei monti antichi,

alle attrattive dei colli perenni.

Vengano sul capo di Giuseppe

e sulla testa del principe tra i suoi fratelli!

27Beniamino è un lupo che sbrana:

al mattino divora la preda

e alla sera spartisce il bottino".

28Tutti questi formano le dodici tribù d'Israele. Questo è ciò che disse loro il padre nell'atto di benedirli; egli benedisse ciascuno con una benedizione particolare.

29Poi diede loro quest'ordine: "Io sto per essere riunito ai miei antenati: seppellitemi presso i miei padri nella caverna che è nel campo di Efron l'Ittita, 30nella caverna che si trova nel campo di Macpela di fronte a Mamre, nella terra di Canaan, quella che Abramo acquistò con il campo di Efron l'Ittita come proprietà sepolcrale. 31Là seppellirono Abramo e Sara sua moglie, là seppellirono Isacco e Rebecca sua moglie e là seppellii Lia. 32La proprietà del campo e della caverna che si trova in esso è stata acquistata dagli Ittiti".

33Quando Giacobbe ebbe finito di dare quest'ordine ai figli, ritrasse i piedi nel letto e spirò, e fu riunito ai suoi antenati.

Capitolo 50

1Allora Giuseppe si gettò sul volto di suo padre, pianse su di lui e lo baciò. 2Quindi Giuseppe ordinò ai medici al suo servizio di imbalsamare suo padre. I medici imbalsamarono Israele 3e vi impiegarono quaranta giorni, perché tanti ne occorrono per l'imbalsamazione. Gli Egiziani lo piansero settanta giorni.

4Passati i giorni del lutto, Giuseppe parlò alla casa del faraone: "Se ho trovato grazia ai vostri occhi, vogliate riferire agli orecchi del faraone queste parole. 5Mio padre mi ha fatto fare un giuramento, dicendomi: "Ecco, io sto per morire: tu devi seppellirmi nel sepolcro che mi sono scavato nella terra di Canaan". Ora, possa io andare a seppellire mio padre e poi tornare". 6Il faraone rispose: "Va' e seppellisci tuo padre, come egli ti ha fatto giurare".

7Giuseppe andò a seppellire suo padre e con lui andarono tutti i ministri del faraone, gli anziani della sua casa, tutti gli anziani della terra d'Egitto, 8tutta la casa di Giuseppe, i suoi fratelli e la casa di suo padre. Lasciarono nella regione di Gosen soltanto i loro bambini, le loro greggi e i loro armenti. 9Andarono con lui anche i carri da guerra e la cavalleria, così da formare una carovana imponente. 10Quando arrivarono all'aia di Atad, che è al di là del Giordano, fecero un lamento molto grande e solenne, e Giuseppe celebrò per suo padre un lutto di sette giorni. 11I Cananei che abitavano la terra videro il lutto all'aia di Atad e dissero: "È un lutto grave questo per gli Egiziani". Per questo la si chiamò Abel-Misràim; essa si trova al di là del Giordano.

12I figli di Giacobbe fecero per lui così come aveva loro comandato. 13I suoi figli lo portarono nella terra di Canaan e lo seppellirono nella caverna del campo di Macpela, quel campo che Abramo aveva acquistato, come proprietà sepolcrale, da Efron l'Ittita, e che si trova di fronte a Mamre. 14Dopo aver sepolto suo padre, Giuseppe tornò in Egitto insieme con i suoi fratelli e con quanti erano andati con lui a seppellire suo padre.

15Ma i fratelli di Giuseppe cominciarono ad aver paura, dato che il loro padre era morto, e dissero: "Chissà se Giuseppe non ci tratterà da nemici e non ci renderà tutto il male che noi gli abbiamo fatto?". 16Allora mandarono a dire a Giuseppe: "Tuo padre prima di morire ha dato quest'ordine: 17"Direte a Giuseppe: Perdona il delitto dei tuoi fratelli e il loro peccato, perché ti hanno fatto del male!". Perdona dunque il delitto dei servi del Dio di tuo padre!". Giuseppe pianse quando gli si parlò così. 18E i suoi fratelli andarono e si gettarono a terra davanti a lui e dissero: "Eccoci tuoi schiavi!". 19Ma Giuseppe disse loro: "Non temete. Tengo io forse il posto di Dio? 20Se voi avevate tramato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso. 21Dunque non temete, io provvederò al sostentamento per voi e per i vostri bambini". Così li consolò parlando al loro cuore.

22Giuseppe con la famiglia di suo padre abitò in Egitto; egli visse centodieci anni. 23Così Giuseppe vide i figli di Èfraim fino alla terza generazione e anche i figli di Machir, figlio di Manasse, nacquero sulle ginocchia di Giuseppe. 24Poi Giuseppe disse ai fratelli: "Io sto per morire, ma Dio verrà certo a visitarvi e vi farà uscire da questa terra, verso la terra che egli ha promesso con giuramento ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe". 25Giuseppe fece giurare ai figli d'Israele così: "Dio verrà certo a visitarvi e allora voi porterete via di qui le mie ossa".

26Giuseppe morì all'età di centodieci anni; lo imbalsamarono e fu posto in un sarcofago in Egitto.

Dopo la morte del padre, i fratelli temono che Giuseppe si voglia vendicare di loro. Per questo si prostrano davanti a lui, compiendo un'altra volta ciò che Giuseppe aveva sognato tanto tempo prima (cfr. 37,5-10). Abbiamo visto quanto sia stata determinante la figura del padre nell'arringa di Giuda (cfr. 44,18,33). Adesso che il padre è scomparso i fratelli temono che sia svanita anche la ragione di riconciliarsi. Essi non hanno ancora superato il senso di colpa, perciò immaginano che neppure Giuseppe abbia superato la tentazione di vendicarsi. Come furono uniti nella colpa, così ora si mostrano uniti nel raccontare una bugia (cfr. 50,15-18) di fronte alla quale Giuseppe sta così male da scoppiare in pianto (50,17). Egli piange perché ha compreso che i suoi fratelli non lo conoscono ancora, perché intuisce che la riconciliazione è difficile, per il ricordo del padre (i fratelli dicono «tuo padre»), in quanto ricorda le sofferenze del passato che voleva dimenticare. Poi si riconcilia per l'ultima volta con i fratelli, affermando di non potersi mettere contro il volere di Dio, il solo capace di trarre il bene anche dal male. Come potrebbe, Giuseppe, non perdonare ai suoi fratelli se questo è il volere di Dio? Mentre la storia giunge al termine Giuseppe, dice ai suoi fratelli parole simili a quelle pronunciate quando aveva rivelato loro la sua identità (cfr. 45,7-8). La frase, nella sua semplicità, nasconde una riflessione maturata nel corso di tanti anni con: «Se voi avevate tramato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso» (50,20). Ecco svelato, alla fine di tutta la narrazione, il vero segreto della storia: Dio desidera il bene dei suoi figli, e per questo è disposto a "lavorare pazientemente"! E se il male può servire al bene, è solo perché vi sono personaggi capaci, al pari di Giuseppe, di riscrivere una storia di odio per trasformarla in una storia di solidarietà.

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