nostro padre nella fede

Introduzione

L

a Genesi è il racconto delle origini: nella prima parte (1,1-11,26) vi è descritta ­l'origine del mondo e dell'umanità, nella seconda       (11,27-50,26) la nascita del popolo ebraico e la sua missione. Tutto è guidato dalla Parola di Dio. Entrambe le parti iniziano con una Parola di Dio che crea una novità. In 1,1ss sta all'origine del mondo e della vita che lo abita e si manifesta come "progetto shalom” che non si realizza perché l'umanità sceglie liberamente di non acco­glierlo (c. 3ss). In 12, 1ss chiama Abramo e lo lancia sui sentieri della storia poiché il Signore desidera formarsi un po­polo santo dal quale dipende la "benedizione" di tut­ti gli altri e, finalmente, l’attuazione del "pro­getto felicità”.

In Gen 11,27-50,26 si possono individua­re due grandi blocchi:

1)      11,27-37,1: presenta i cicli di Abramo (11,27-25,11) e di Isacco-Giacobbe (25,12-37,1) in cui i patriarchi so­no chiamati alla fede in Dio che assicura loro la benedi­zione della vita (discendenza) e dello spazio (terra), per­ché la possano trasmettere a tutti i popoli della terra.

2)      37,2-50,32: presenta con tono sapienziale il ro­manzo storico di Giuseppe e dei suoi fratelli.

Fin dall’infanzia mio padre mi raccontava…..

Le narrazioni bibliche delle vicende dei patriarchi sono nate un po' alla volta. Partendo da avvenimenti storici reali - ma oggi di difficile ricostruzione – hanno inglobato il presente di chi narra (e di chi ascolta) per spiegare, per esempio, i rappor­ti tra gruppi o la de­limitazione delle zone di influenza di un clan, o perché un luogo ha quel determinato nome, o come mai esiste quella determinata regola giuridica. Altre volte si è voluto dare ragione del perché di certi luoghi di culto e di determinate usanze religiose.

In un secondo momento (ma a volte contempora­neamente) i racconti sono stati messi per iscritto dalle diverse tradizioni: sono nati così dei veri cicli narrativi spesso indipendenti, perché ogni tradizione ha accentuato un particolare aspetto dell'esperienza di quel patriar­ca, presentandolo come modello per la vita della comunità, quindi tipizzandolo e idealizzandolo.

Con la redazione definitiva del Pentateuco (400-300 a.C.), i patriarchi iniziano ad essere considerati il seme, la radice da cui si è sviluppato l'albero della storia degli ebrei. Il tronco che gli dà consistenza è l'esperienza di liberazione dalla schiavitù d'Egitto, i frutti della sua fecondità sono gli avvenimenti successivi all'entrata nella terra pro­messa. In questo modo nel passato è presente l'oggi. L'esi­lio-diaspora va compreso in quest’ottica, perciò la vita è ancora possibile grazie alla fedeltà di Dio alle promesse fatte ai padri (cfr. Dt 30).

Tu, Signore, scegliesti i nostri padri….

La vicenda dei patriarchi ebrei può essere collo­cata nel II millennio a.C., in una data che oscilla tra i secoli XIX-XVIII e i secoli XIV-XIII.

Il testo ce li descrive come migranti in cerca di una patria, ma senza diritto di averla, che vivono al li­mite tra il deserto e le zone coltivate e abitate; godono di una certa libertà di movimento, ma devono sempre imparare a convivere con le popolazioni sedentarie. Il loro modo di vivere è tipico della cultura nomade che esiste ancor oggi nella penisola arabica (e altrove nel mondo). Così, per esempio, l'organizzazione della fa­miglia, del clan (insieme di più famiglie) e della tribù (formata da più clan) è di tipo patriarcale con l'anzia­no capofamiglia come padre che dirige la vita del gruppo. Specifica rilevanza acquista la solidarietà tra i membri del nucleo familiare e del gruppo (c. 14), la vendetta del sangue (c. 34), il diritto all'ospita­lità (18,1-15) e quello di primogenitura (c. 27).

Probabilmente all'inizio i patriarchi (e i loro clan) sono autonomi tra loro e abitano in zone diverse della terra di Canaan: Abra­mo e Sara nelle vicinanze di Ebron, Isacco e Rachele verso Bersabea, Giacobbe-Israele con mogli e figli nella zona tra Betel e Sichem. La progressiva fusione dei gruppi e delle diverse tradizioni porta un po' alla volta ad unire anche i capostipiti, collegandoli in una linea genealogica padre-figlio per indicarne l'impor­tanza e per giustificare i rapporti tra clan. Così la figura di Abramo emerge su Isacco, mentre Giacobbe (una volta assorbito il clan d’Israele) diviene il capostipite di tutte le tribù che in seguito (al tempo di Davide e Salomone) costituiranno il "popolo ebraico".

Nel tempo patriarcale Dio non è percepito come “Dio dell’universo” o “Dio della nazione”, quanto piuttosto come “Dio del padre”, vale a dire del capostipite al quale si è rivelato promettendo di donare una terra in cui abita­re e una numerosa discendenza, valori desiderati da chi vive come un migrante. L'unione dei gruppi por­ta alla fusione della divinità. Dio diventa «il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe», pur mantenendo spe­cificazioni proprie per ogni patriarca: è «Scudo» per Abramo (15,1), «Terrore» per Isacco (31,42.53), «Potente» e «Pietra d’Israele» per Giacobbe (49,24-25). Entrati in contatto con le popola-zioni cananee, i patriarchi tendono a identificare il proprio Dio con El, venerato con nomi diversi secondo la località (cfr. Bet-el; Penu-el). Più tardi El, il Dio dei padri, è identificato con Jhwh, il Dio dell'esodo e dell’alleanza sinaitica (cfr. Es 3,14-15; 6,2-8).

Tu, Signore, facesti a loro riguardo quanto avevi promesso….

I racconti di Gen 12-36 non sono delle narrazioni storiche esatte; hanno però una loro verità con caratteristiche sociali e religiose. La loro funzione non è tanto “informare” sui patriarchi quanto “formare” l'identità del popolo e la sua coscienza di testimone di Jhwh, quel Dio che prima-durante-dopo l'esodo (e l'esilio!) è e resta sempre «il Dio dei padri, il Dio di Abramo, di Isacco e Giacobbe». Per questo gli autori non sono interessati all'oggettività dei dati storici quanto piuttosto al significato che le vicende narrate hanno per gli ascol­tatori: i patriarchi sono modelli da imitare, perché testimoni di una parola-promessa di Dio che ha valore anche oggi. La loro non è una biografia storica ma una biografia sacra il cui scopo è di proporre all'attenzione dell'ascolta-tore-lettore un personaggio ritenuto model­lo di vita per l'oggi, perché si è messo in costante ascolto di Dio e ha accettato di camminare sui sentieri da lui indicati, senza negare fatiche, contraddi­zioni e ribellioni.

Il testo può essere letto alla luce della preghiera che la regina Ester, prima di presentarsi davanti «al leone» Assuero per chiedere l'annulla­mento del progetto di Amàn di sterminare tutti i giudei, eleva al Signore, ricordandogli non dimenticare quanto ha fatto e promesso ai padri (Est 4,17 m.y.: 17mIo ho sentito fin dalla mia nascita, in seno alla mia famiglia, che tu, Signore, hai preso Israele tra tutte le nazioni e i nostri padri tra tutti i loro antenati come tua eterna eredità, e hai fatto per loro tutto quello che avevi promesso. 17yLa tua serva, da quando ha cambiato condizione fino ad oggi, non ha gioito, se non in te, Signore, Dio di Abramo).

Le vicende dei patriar­chi, anche se distanti cronologicamente, rappresentano l’esperienza di riferimento per il popolo ebraico del postesilio (e del credente in generale) che si pone tre domande fonda­mentali: chi siamo noi come popolo? Da dove proviene la fede che ci caratterizza? Qual è il nostro compito nella storia dell’umanità?

La risposta che ne viene data può essere così riassunta.

1)      Noi ebrei, anche se pochi (cfr. Dt 7,7-9), siamo i depo­sitari di una triplice promessa che Dio ha fatto ai nostri padri: (1) donare loro una numerosa discendenza, (2)farli abitare in una terra come stabile dimora e (3) renderli benedizione per tutti i popoli della terra. Si tratta di un impegno solenne che Dio si è assunto liberamen­te e che si realizza in tempi e modalità diversi; anche se ora noi vi­viamo in un tempo di crisi, nutriamo la certezza che Jhwh, il Dio dell'esodo, è fedele all'impegno assunto con Abramo (cfr. cc. 15 e 17) e rinnovato agli altri patriarchi.

2)      Noi ebrei, anche se dispersi tra altre popolazioni realiz­ziamo la nostra vocazione e missione sviluppando relazioni che incarnano quel progetto shalom = felicità che Dio desidera come bene per tutti i suoi figli. Questi, infatti, vivono la tragica esperienza della separazione da Dio di cui si ha paura (c. 3), dagli altri visti come estranei (uomo-donna in 3,8ss) o fratelli perico­losi da eliminare   (c. 4) o quanto meno persone da sot­tomettere (c. 11,1-9), dalla terra che è sfruttata e violentata fino a scomparire sotto il diluvio della violen­za (cc. 6-9).

Guardando ai nostri padri, noi ebrei (del postesilio e di oggi - come ogni cristiano) conti­nuiamo a tenere desta la speranza che quel progetto sia possibile! Ne sono garanzia i nostri padri che, pur con le loro contraddizioni e i loro peccati, si sono affidati a Dio (El), il Signore (Jhwh). Così, grazie all'avventura di Abramo vissuta nell'ascolto della parola del Signore, nella fede e nel timor di Dio, possiamo non solo riflet­tere ma anche rendere credibile oggi un’autentica rela­zione con Jhwh (1,27-25,11).

Il rapporto con gli altri ci è indicato nell'opera di pacificazione tra Abramo e Lot (cc. 13-14) e nella preghiera di intercessione del patriarca per Sodoma e Gomorra (18,16-33); nei racconti della relazione tra Esaù e Giacobbe e tra Giuseppe e i suoi fratelli: è possibile vivere riconciliati in famiglia.

Anche con la terra è possibile vivere una relazione di rispetto: è, infatti, un dono da accogliere da Dio come "promessa" (12,1; ecc.) e da lavorare con costanza (co­me ha fatto Giacobbe); i suoi frutti sono da gestire con sapienza, giustizia e onestà per il bene di tutti, stranieri compresi (come insegna Giuseppe).

Il prota­gonista assoluto degli avvenimenti narrati è il Signore Dio che entra in scena continuamente per far conoscere la sua volontà ai va­ri personaggi. Davanti a lui stanno le persone, uomini e donne con i loro pregi e le foro fragilità; tutti si lasciano pla­smare dalla sua parola e accettano di essere guidati sulle strade da essa indicata. Dio rivela e pre­cisa progressivamente il suo progetto mediante cinque interventi collocati dall'autore in momenti strategici del racconto:

(1)   in 12,1-3 Dio rivela ad Abramo l'insieme del suo pro­getto anche se in termini generali,

(2)  in 13,14-17 gli precisa i contenuti in riferimento alla terra e alla discendenza,

(3)  più avanti (26,2-5) ripete a Isacco la sostanza delle pro­messe che indirizza infine a Giacobbe nelle sue due uscite forzate dalla terra promessa: 28,13-15 e 46,1-5,

(4 e 5) (intervento). Il Signore si presenta così come il Dio della promessa, che mantiene sempre viva per poterla finalmente realizzare con l'esperienza dell'esodo (e del­l'esilio).

Abramo, il «padre dei credenti»(cfr. Rm 4, 16)

Tra tutti i patriarchi emerge chiara­mente Abramo, il primo grande patriarca, il depositario di quelle tre pro­messe (terra, discendenza, benedizione) che saranno trasmesse poi a Isacco, Giacobbe e ai loro discen­denti. Il suo nome, sebbene d’incerta origine linguistica, è usato con il significato di «padre di una moltitudine» (Gen 17,5); san Paolo lo definirà “il padre di tutti i credenti” (cfr. Rm 4,16).

Abramo è presentato come contraddittorio e pieno di difetti. Il suo conflitto interiore rappresenta un profondo e spesso sorprendente dramma spirituale.

Il racconto di Gen 11,27-25,11 lo presenta come oggetto della benevolenza (chesed) di Dio, vale a dire del suo amore gratuito e pieno di misericordia, capace di riconciliare a sé la persona amata perché la relazione continui. Abramo accetta di fidarsi totalmente del Signore e si mette in cammino, iniziando quell'avventura sulle strade di Dio che lo rende per tutti il nomade della fede.

Il patriarca appare in tutta la sua grandezza di persona umana e di credente anche di fronte agli ostacoli che incontra o che lui stesso pone alla realizzazione delle promesse di Dio. Eppure il Signore si fida del patriarca al punto che s’impegna solennemente con lui in modo del tutto gratuito.

Abramo è un personaggio “universale”: “tutte le famiglie della terra” che ne imiteranno la fede e lo stile di confidenza in Dio, faranno parte della sua discendenza.

Abramo:

l’uomo che lascia il suo passato

e rinuncia al suo futuro

(Gen 11,27 – 12,9)

Capitolo 11, 27-32

27Questa è la discendenza di Terach: Terach generò Abram, Nacor e Aran; Aran generò Lot. 28Aran poi morì alla presenza di suo padre Terach nella sua terra natale, in Ur dei Caldei. 29Abram e Nacor presero moglie; la moglie di Abram si chiamava Sarài e la moglie di Nacor Milca, che era figlia di Aran, padre di Milca e padre di Isca. 30Sarài era sterile e non aveva figli.

31Poi Terach prese Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè di suo figlio, e Sarài sua nuora, moglie di Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nella terra di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono.

32La vita di Terach fu di duecentocinque anni; Terach morì a Carran.

 


A

bram, "glorioso padre", nasce nella città mesopotamica di Ur dei Caldei (nell'odierno Iraq). Forse in seguito a un’invasione di Ur da parte degli Amorrei, suo padre Terach decide di trasferire la sua famiglia a Carran, città distante circa 800 chilometri da Ur, nell'attuale Turchia sudorientale. Diretto discendente di Sem, figlio di Noè, Abramo è un uomo ricco, a capo di una tribù seminomade, che vive allevando numerosi armenti e praticando coltivazioni stagionali.

La benevolenza di Dio verso Abramo(12, l-3)

Capitolo 12

1 Il Signore disse ad Abram:

"Vattene dalla tua terra,

dalla tua parentela

e dalla casa di tuo padre,

verso la terra che io ti indicherò.

e possa tu essere una benedizione.

2Farò di te una grande nazione

e ti benedirò,

renderò grande il tuo nome

e possa tu essere una benedizione.

3 Benedirò coloro che ti benediranno

e coloro che ti malediranno maledirò,

e in te si diranno benedette

tutte le famiglie della terra".

 


L

a storia di Abramo inizia con un racconto tutto centrato sulla forza della Parola di Dio che si manifesta in assoluta libertà, non causata da una qualche richiesta dell'uomo. L’anziano patriarca (ha già 75 anni; v. 4b) non ha nessuna prerogativa particolare che ne giustifichi la chiamata: è un pagano, soggetto alle contraddizioni e alle difficoltà della vita come tutti gli altri esseri umani.

La chiamata del Signore è improvvisa. Dopo un lungo silenzio, il Dio dell'esodo - Jhwh il Liberatore - riprende in mano la storia e si rivela all’uomo con un progetto alternativo a quello di Ba­bele. Egli parla ad Abramo e gli ordina di lasciare il suo "piccolo mondo" per andare nella terra di Canaan (la terra dei figli maledetti di Cam), portando con sé tutta la sua famiglia. Secondo Gen 11,1-9 ("Torre di Babele"), la tendenza di ogni generazione umana è di stabilirsi in un luogo, per non sentirsi “pellegrina sulla terra” (vv. 1-2) e di rendere eterna se stessa (farsi un nome) e il suo agire, sfruttando le sue abilità tecniche e sfidando anche l'impossibile. A tale progetto il Signore Jhwh non solo si oppone, facendolo fallire (11, 5-9), ma, addirittura, ne contrappone un altro più autentico e maturante per i suoi figli.

L'autore desidera sottolinea­re il primato e l'efficacia della parola del Signore nella vita di Abramo, utilizzando il genere letterario della "vocazione profetica di tipo militare" che presenta due elementi specifici: ordine (vattene = verbo halak, v.1)ed esecuzione (partì = verbo halak, v.4). La prima cosa che il patriarca deve fare è espressa in quell'im­perativo lek-leka = vattene, che significa: va’ per te/ va’ verso di te/ va’ in te. E’ come se il Signore dicesse ad Abramo: «Per il tuo bene [va’ per te],lasciati alle spalle il tuo passato, entra in te stesso [va' in te],nell’intimo della tua coscienza, [va' verso di te], verso la scoperta del mio pro­getto di vita su di te, della tua vocazione più autentica».

La Parola del Signore mette in movimento Abra­mo che «si era stabilito a Carran» con il padre Terach (11,31), ancora in vita quando il figlio riceve l'ordine di abbandonarlo. Nel profondo di sé il patriarca ascolta questa Parola che, come vera guida, gli indica la direzione da prendere: lasciare tutto ciò che gli appartiene (tre volte l'aggettivo possessivotuo) e assumere come proprio quanto il Signore gli propone e gli promette in dono io ti indicherò»/«io farò di te»/«io ti benedirò»).

Obbedire alla chiamata è iniziare una nuova storia, un cammino, un’esperienza che esige la più completa rottura con il passato. Il lasciare comporta dei tagli, degli sradica­menti, delle separazioni sempre più difficili. Abramo deve rinunciare all'identità cul­turale (la patria), sociale (la parentela) e personale (la casa paterna) per lanciarsi verso un futuro che resta in ogni caso incerto e oscuro: il paese verso cui incamminarsi è solo annunciato, ma non identificato da Dio, che si riserva di farlo al momen­to opportuno. Così tutto è "promesso" da Dio, vale a dire "messo davanti" ad Abramo, non im-posto ma pro-posto. L’anziano patriarca è l’emblema della fede pura e assoluta, che non cerca segni e conferme. Non ha certezze che gli rivelino chi sia Colui che lo chiama, non ha alle spalle che una povera tradizione; ha il merito di rispondere alla chiamata del Signore pur non conoscendolo. Il Signore bussa alle porte dell’anima per mezzo di un’attesa che non è spiegabile, con il desiderio di qualcosa che non è chiaro, una pena e una gioia: questo è il mistero della sua nascita nell’anima.

L’invito di Dio non è mai consolatorio a livello individuale: Abramo è chiamato dal Signore per andare nella terra dei maledetti a benedire quelli che non sono nella luce e con la sua obbedienza è incamminato verso qualcosa di "grande" (due volte tale aggettivo al v. 2) garantito dal Signore stesso.

Quando Dio chiama dona; quando chiede qualcosa ad una persona, ge­neralmente lo fa per dargli molto di più (cfr. Mc 10,28-31). La ricompensa per l’anziano patriarca sarà la "be­nedizione" (barak) divina per lui stesso e per i suoi discendenti. Cinque volte viene adoperata la radice barak nei vv. 2-3, a dire che stiamo assistendo a un nuovo inizio per la vita dell'umanità, dal momento che nei cc. 3-11 ben cinque volte era risuonato il termine "maledizione". Siamo di fronte a una Parola che opera una "nuova creazione"; brilla una "nuova luce" che illumina la storia umana (in 1,3-5 il termine "luce" è utilizzato cinque volte). Nel termine "benedizione" può essere riassunta quest’esplosione di luce: il progetto di vita che Dio ha su Abramo si esprime come vita e fecondità, prosperità e benessere, serenità e salute.

La tradizione ebraica individua nel nostro testo sette promesse, sette sfaccettature del progetto che Dio s’impegna a garantire ad Abramo.

«Farò di te una grande nazione». Da Abramo anziano e da Sara, anziana e sterile, Dio farà nascere un grande popolo, numeroso «come la polvere della terra» (cfr. 13,16) e come le stelle in cielo (cfr. 15,5).

«E ti benedirò». La benedizione di Dio verrà spe­rimentata da Abramo come capacità di generare un figlio (cfr. 21,1-7), possibilità di trovare pascoli fertili per il suo bestiame (cfr. c. 13), protezione nei mo­menti di difficoltà di relazione con gli altri (cfr. 12,10-20; c. 14), l'essere fedele nel momento della prova (cfr. 22,16-18), il poter morire «in felice cani­zie, vecchio e sazio di giorni» (25,8).

«Renderò grande il tuo nome». Il Signore s’impegna a fare in modo che il nome di Abramo sia ricordato da tutte le generazioni (cf. Sir 44,19). Al patriarca devono guardare gli esuli in Babilonia come «alla roccia da cui sono stati tagliati, alla cava da cui «sono stati estratti» (Is 51,1). Anche per i cristiani il nome di Abramo è fondamentale perché lo conside­rano «padre nella fede» (Rm 4,16-17), come lo è per i musulmani che lo chiamano Al Kalil = amico di Dio (cf. anche Is 41,8).

«E possa tu essere una benedizione». La grandezza di Abramo consiste nel diventare strumento di salvezza per tutti. E’ questo lo scopo della benedizione e quindi il compito del patriarca ebreo nella storia del suo popolo e dell'umanità.

«Benedirò coloro che ti benediranno». Dio s’impe­gna a riempire di ogni bene coloro che riconosceran­no e accetteranno Abramo (e il popolo ebraico) co­me diverso da loro, perché depositario di un progetto speciale da parte di Dio (cfr. Dt 7,7-9 e il "ciclo di Balaam" in Nm 22-24).

«E coloro che ti malediranno maledirò». Chi in qualsiasi modo tenterà di eliminare Abramo (e i suoi di­scendenti) dalla faccia della terra, dovrà fare i conti con Dio, che protegge l'eletto che si è scelto! Il pa­triarca ebreo diventa così segno di discriminazione, ma anche luogo di benedizione aperta al futuro: è quanto afferma l'ultima benedizione.

«E in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Tutti i popoli potranno trovare salvezza in Abramo (Is 19,24), che assume in tal modo una di­mensione universale (cf. Sir 44,21; Gal 3,8-9). Il pa­triarca, quindi, non è chiamato e benedetto solo per se stesso o per il popolo ebraico (cf. Is 51,2), ma per tutti i popoli della terra.

Grazie a queste sette benedizioni la vita di Abra­mo è trasformata: deve lasciare il proprio paese natale, ma per avere in dono una terra in cui Dio gli parlerà e gli apparirà, che sarà il luogo in cui abite­ranno i suoi discendenti. Gli viene chiesto di abban­donare la sua parentela, ma per ottenere in dono una famiglia molto più ampia: l'umanità intera. Gli viene ordinato di tagliare i ponti con la casa di suo padre, ma per diventare egli stesso padre di un’intera na­zione. Certo, per il momento tutto questo resta "pro­messo" e non ancora realizzato. Anzi, lo stesso Abra­mo ha motivi per dubitare della serietà di Dio, spe­cialmente per quanto si riferisce alla discendenza: la moglie Sarài, infatti, è sterile! Perciò il Signore in­terviene altre volte per confermare ad Abramo (e ai suoi discendenti) che avrà quanto gli è stato annun­ciato.

Il patriarca ebreo accetta ed è un segreto tra lui e Dio. Carico di tutte queste benedizioni, egli si mette in cammino (v. 4a). Dio dona le promesse e i mezzi per rispondere. Non è l'uomo che obbedi­sce, ma è la Parola che lo rende capace di dire di sì al suo Signore. La forza della Parola, infatti, offre l'energia per mettersi in cammino e fa divenire il "vattene" un "partì".

Con la sua partenza, l’anziano patriarca appare già il nuovo adam, l'uomo nuovo che si lascia guidare dalla parola del suo Creatore e Signore. Gen 12,1-4a diventa, così, il programma narrativo che invita a leggere tutti i racconti riguardanti Abramo alla propria luce. E anche chi guarda ad Abramo, come gli ebrei in esilio/diaspora, deve leggere la propria esperien­za alla luce di tale progetto di vita e di benedizione.

Abramo lascia il suo passato(12, 4-20)

4Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran.

5Abram prese la moglie Sarài e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan. Arrivarono nella terra di Canaan 6e Abram la attraversò fino alla località di Sichem, presso la Quercia di Morè. Nella terra si trovavano allora i Cananei.

7Il Signore apparve ad Abram e gli disse: "Alla tua discendenza io darò questa terra". Allora Abram costruì in quel luogo un altare al Signore che gli era apparso. 8Di là passò sulle montagne a oriente di Betel e piantò la tenda, avendo Betel ad occidente e Ai ad oriente. Lì costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore. 9Poi Abram levò la tenda per andare ad accamparsi nel Negheb.

10Venne una carestia nella terra e Abram scese in Egitto per soggiornarvi, perché la carestia gravava su quella terra.

11Quando fu sul punto di entrare in Egitto, disse alla moglie Sarài: "Vedi, io so che tu sei donna di aspetto avvenente.12Quando gli Egiziani ti vedranno, penseranno: "Costei è sua moglie", e mi uccideranno, mentre lasceranno te in vita. 13Di', dunque, che tu sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua e io viva grazie a te".

14Quando Abram arrivò in Egitto, gli Egiziani videro che la donna era molto avvenente. 15La osservarono gli ufficiali del faraone e ne fecero le    lodi al faraone; così la donna fu presa e condotta nella casa del faraone. 16A causa di lei, egli trattò bene Abram, che ricevette greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli. 17Ma il Signore colpì il faraone e la sua casa con grandi calamità, per il fatto di Sarài, moglie di Abram. 18Allora il faraone convocò Abram e gli disse: "Che mi hai fatto? Perché non mi hai dichiarato che era tua moglie? 19Perché hai detto: "È mia sorella", così che io me la sono presa in moglie? E ora eccoti tua moglie: prendila e vattene!". 20Poi il faraone diede disposizioni su di lui ad alcuni uomini, che lo allontanarono insieme con la moglie e tutti i suoi averi.

A

bramo ha un'età in cui è difficoltoso compiere certe azioni, eppure, in obbedienza al Signore, si mette in viaggio da Ur dei Caldei alla terra di Canaan (vv.1-9), prendendo con sé la moglie Sarài (v.5), con la quale condi­vide l'avventura, e il nipote Lot (vv. 4-5) che poi gli darà qual­che grattacapo (cfr. cc. 13-14). Siamo di fronte alla migrazione di una famiglia del tempo con tutti i suoi averi; all’anziano patriarca, infatti, non è stato ordinato di lasciare tutto, come richiederà invece Gesù ai suoi di­scepoli (cfr. Mc 1,18; 10,28-31).

Abramo è segno anticipatore e modello del viaggio che dovranno compiere gli ebrei per ritornare alla terra promessa. Il suo è un vero esodo, una ”uscita da” (jaza)- per “andare ver­so” (halak).  Egli è un modello di saggezza e di speranza per le giovani generazioni che sono chia­mate a ripercorrerne il cammino, un autentico modello da seguire e da ascoltare, anche perché l’età avanzata ne fa un "padre" sapiente e rispet­tato. Se anche Abramo ha vissuto l'esperienza dell’esodo/ritorno, come non viverla "oggi"?

Per il momento l’anziano patriarca deve continuare a vivere come un pellegrino, che va di tappa in tappa, spostando la tenda (vv. 6-9): egli attraversa tutta la terra di Canaan so­stando nei luoghi più significativi, come faranno più tardi Giacobbe e Giosuè. Sichem (=Poggio) è al centro della terra promessa: località fio­rente per commerci, ha un tempio dedicato al "Dio dell'Alleanza" e una zona sacra attorno alla "Quercia di Morè" (o dell'Oracolo). Betel (Casa di El) e Ai (La rovina) erano città cananee, sedi di santuari rinomati. Il Negheb (Paese secco) è la zona desertica al sud della terra di Canaan, in cui si trova Bersabea (cfr. 21,14). Percorrendo tutta la terra che sarà poi abitata dai suoi discendenti, egli la dichiara in un cer­to qual modo sua. Strano, perché è già occupata dai Cananei: con quale diritto il patriarca ebreo può impossessarsene? Ancora una volta, Dio appare ad Abramo rassicurandolo in merito alla promessa: quella «terra che io ti indi­cherò» (v. 7) verso la quale il patriarca si era incam­minato, diventa ora “dono" che Dio fa alla sua di­scendenza. Solo in 13, 15-17 questa terra sarà assegnata ad Abramo, il quale per la verità possederà solo il luogo in cui seppellire la moglie Sarài (cfr. c. 23) e dove egli stesso (cfr. 25,8-10) e gli altri patriarchi troveranno sepoltura. Questo piccolo segno è però sufficiente per assicurare che la promessa comincia a realizzarsi!

Il patriarca ebreo è il vero e autentico “nomade di Dio” che non solo è in viaggio, ma è anche accompagnato dal Signore che due volte gli appare facendosi conoscere. Il pa­triarca risponde costruendo due volte «un altare» (non «una città e una torre» come in 11,4!) e invocando «il nome del Signore» (cf. 4,26). Così facendo, egli manifesta la sua fede adorante verso Jhwh riconosciuto come "Signore" del paese di Canaan. Sapere che anche in “terra pagana" è possi­bile "costruire un altare al Signore" è quanto mai consolante per gli esuli a Babilonia, terra straniera e di idolatri. In essa si può mantenere viva la propria fede anche con piccoli segni, (l'altare non è il tempio!) e sperare che Dio attui le sue promesse.

Abramo ha lasciato entrare Dio nella sua vita, gli ha fatto credito e si è messo in cammino verso la nuova meta indicatagli, iniziando così un'avventura alla luce della Parola ascoltata (la promessa)e della presenza del Signore(la benedizione), cercando di realizzare il progetto che gli è stato manifestato (12,1-9). Con il trascorrere del tempo, però, la sua fede nella parola di Dio pare farsi più vacillante, poiché egli rimane senza figli e, nella Terra Promessa, è circondato dai Cananei pagani. Così, quando una carestia si abbatte su Canaan, il patriarca non attende che il Signore provveda a lui e alla sua famiglia, ma toglie i picchetti delle tende e guida la sua gente verso le fertili terre d'Egitto, dove sa che ci sono provviste, ma dove è difficile essere accettati in un momento così difficile. Chiede perciò alla moglie Sarài di presentarsi come sua sorella, immaginando che la bellezza di lei possa procurare vantaggi anche a lui.

Il Signore stesso si oppone all’astuzia del patriarca svelando la verità al faraone. La prima obbedienza di Abramo ha talmente consolato il cuore del Signore da indurlo a intervenire per preservare il discepolo da compromessi che possano uccidere la verità e lo spirito d’amore.

Abramo e Lot(capitolo 13)

Capitolo 13

1Dall'Egitto Abram risalì nel Negheb, con la moglie e tutti i suoi averi; Lot era con lui. 2Abram era molto ricco in bestiame, argento e oro. 3Abram si spostò a tappe dal Negheb fino a Betel, fino al luogo dov'era già prima la sua tenda, tra Betel e Ai, 4il luogo dove prima aveva costruito l'altare: lì Abram invocò il nome del Signore.

5Ma anche Lot, che accompagnava Abram, aveva greggi e armenti e tende, 6e il territorio non consentiva che abitassero insieme, perché avevano beni troppo grandi e non potevano abitare insieme. 7Per questo sorse una lite tra i mandriani di Abram e i mandriani di Lot.

I Cananei e i Perizziti abitavano allora nella terra. 8Abram disse a Lot: "Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi siamo fratelli. 9Non sta forse davanti a te tutto il territorio? Sepàrati da me. Se tu vai a sinistra, io andrò a destra; se tu vai a destra, io andrò a sinistra".

10Allora Lot alzò gli occhi e vide che tutta la valle del Giordano era un luogo irrigato da ogni parte - prima che il Signore distruggesse Sòdoma e Gomorra - come il giardino del Signore, come la terra d'Egitto fino a Soar. 11Lot scelse per sé tutta la valle del Giordano e trasportò le tende verso oriente. Così si separarono l'uno dall'altro: 12Abram si stabilì nella terra di Canaan e Lot si stabilì nelle città della valle e piantò le tende vicino a Sòdoma. 13Ora gli uomini di Sòdoma erano malvagi e peccavano molto contro il Signore.

14Allora il Signore disse ad Abram, dopo che Lot si era separato da lui: "Alza gli occhi e, dal luogo dove tu stai, spingi lo sguardo verso il settentrione e il mezzogiorno, verso l'oriente e l'occidente. 15Tutta la terra che tu vedi, io la darò a te e alla tua discendenza per sempre. 16Renderò la tua discendenza come la polvere della terra: se uno può contare la polvere della terra, potrà contare anche i tuoi discendenti. 17Àlzati, percorri la terra in lungo e in largo, perché io la darò a te". 18Poi Abram si spostò con le sue tende e andò a stabilirsi alle Querce di Mamre, che sono ad Ebron, e vi costruì un altare al Signore.


R

itor­nato nella terra di Canaan,Abramo diventa un ricco seminomade che si sposta all’in­terno di un territorio circoscritto, fissando qua e là la sua residenza temporanea.

L’anziano patriarca e il nipote si accorgo­no della difficoltà della coesistenza nello stesso spazio vitale (vv. 6-7), e decidono pacificamente di separarsi. Abramo tratta il nipote addirittura da figlio primogenito, consentendogli con generosità di fare la prima scelta    (v. 9). E Lot sceglie un’area di residenza e di pascolo sicuramente migliore secondo il giudizio umano: la valle del Giordano, un vero e proprio “giardino del Signore”, una specie di piccolo giardino dell’Eden, irrigato dalle acque del fiume. L’autore biblico, però, allarga il ter­ritorio di Lot fino a Sodoma in pratica fino alla costa occidentale del Mar Morto, ricordando che su quella città peccatrice non era ancora avvenuto il giudizio di Dio (che sarà narrato in seguito).

Abramo non si sceglie la terra, accetta ciò che ri­mane ed è costretto a stabilirsi e a pascolare nella misera por­zione di terreno che circonda le querce di Mamre, presso Ebron, cittadina a sud di Gerusalemme; qui egli acquisterà la caver­na di Macpela per seppellirvi la moglie Sara e per esservi poi seppellito a sua volta. La sua prima azione nel piccolo territorio è di segnare con un altare i punti dell’incontro, quasi a porre dei confini sacri o a riconsacrare la terra, che diventa come il talamo nuziale dell’incontro di Dio con l’uomo. L’unica garanzia data dal Signore al patriarca è la promessa: “Io sarò con te”. Abramo è un uomo già appagato e non pretende primati, la promessa del Signore gli riempie totalmente la vita. In ciò che egli vive, affidato al Signore, c’è una pienezza di senso. Sembra dire: cosa posso chiedere di più? Lot, che possiede subito tutto, rimarrà senza discendenza e dovrà ricorrere all’incesto, mentre Abramo, pur dovendo attendere, alla fine avrà una discendenza sterminata e il suo possesso durerà per sempre.

Abramo incontra Melchisedek(capitolo 14)

Capitolo 14

1Al tempo di Amrafèl re di Sinar, di Ariòc re di Ellasàr, di Chedorlaòmer re dell'Elam e di Tidal re di Goìm, 2costoro mossero guerra contro Bera re di Sòdoma, Birsa re di Gomorra, Sinab re di Adma, Semeber re di Seboìm, e contro il re di Bela, cioè Soar. 3Tutti questi si concentrarono  nella valle di Siddìm, cioè del Mar Morto.

4Per dodici anni essi erano  stati sottomessi a Chedorlaòmer, ma il tredicesimo anno si erano ribellati. 5Nell'anno quattordicesimo arrivarono Chedorlaòmer e i re che erano con lui e sconfissero i Refaìm ad Astarot-Karnàim, gli Zuzìm ad Am, gli Emìm a Save-Kiriatàim 6e gli Urriti sulle montagne di Seir fino a El-Paran, che è presso il deserto. 7Poi mutarono direzione e vennero a En-Mispàt, cioè Kades, e devastarono tutto il territorio degli Amaleciti e anche degli Amorrei che abitavano a Casesòn-Tamar. 8Allora il re di Sòdoma, il re di Gomorra, il re di Adma, il re di Seboìm e il re di      Bela, cioè Soar, uscirono e si schierarono a battaglia nella valle di      Siddìm, contro di essi, 9cioè contro Chedorlaòmer re dell'Elam,         Tidal re di Goìm, Amrafèl re di Sinar e Ariòc re di Ellasàr: quattro re contro cinque.

10La valle di Siddìm era piena di pozzi di bitume; messi in fuga, il

re di Sòdoma e il re di Gomorra vi caddero dentro, mentre gli altri fuggirono sulla montagna. 11Gli invasori presero tutti i beni di Sòdoma e Gomorra e tutti i loro viveri e se ne andarono. 12Prima di andarsene catturarono anche Lot, figlio del fratello di Abram, e i suoi beni: egli risiedeva appunto a Sòdoma.

13Ma un fuggiasco venne ad avvertire Abram l'Ebreo, che si trovava alle Querce di Mamre l'Amorreo, fratello di Escol e fratello di Aner, i quali erano alleati di Abram. 14Quando Abram seppe che suo fratello era stato preso prigioniero, organizzò i suoi uomini esperti nelle armi, schiavi nati nella sua casa, in numero di trecentodiciotto, e si diede all'inseguimento fino a Dan. 15Fece delle squadre, lui e i suoi servi, contro di loro, li sconfisse di notte e li inseguì fino a Coba, a settentrione di Damasco. 16Recuperò così tutti i beni e anche Lot suo fratello, i suoi beni, con le donne e il popolo.

17Quando Abram fu di ritorno, dopo la sconfitta di Chedorlaòmer e dei re che erano con lui, il re di Sòdoma gli uscì incontro nella valle di Save, cioè la valle del Re.18Intanto Melchìsedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo 19e benedisse Abram con queste parole:

"Sia benedetto Abram dal Dio altissimo,

creatore del cielo e della terra,

20e benedetto sia il Dio altissimo,

che ti ha messo in mano i tuoi nemici".

Ed egli diede a lui la decima di tutto.

21Il re di Sòdoma disse ad Abram: "Dammi le persone; i beni prendili per te". 22Ma Abram disse al re di Sòdoma: "Alzo la mano davanti al Signore, il Dio altissimo, creatore del cielo e della terra: 23né un filo né un legaccio di sandalo, niente io prenderò di ciò che è tuo; non potrai dire: io ho arricchito Abram. 24Per me niente, se non quello che i servi hanno mangiato; quanto a ciò che spetta agli uomini che sono venuti con me, Aner, Escol e Mamre, essi stessi si prendano la loro parte".


L

a chiamata è sempre una prova. L’obbedienza alla vocazione comporta un cammino continuo che ha le alternanze di picchi e vette, di momenti positivi e drammaticamente incerti: nessun livello è garantito automaticamente e va spesso riguadagnato.

Abramo continua ad avere fiducia in Dio ma la terra promessa è occupata da numerosi popoli. Sarài è sterile e l’allontanamento di Lot ha fatto svanire una speranza di discendenza. Fino a quando o fin dove è possibile all'uomo fidarsi di Dio? Possono nascere il dubbio, l'incertezza, l'insicurezza: la fede si fa inquietudine profonda ed estenuante. Ci si do­manda: ce la farò? Se avessi capito male? Se Dio si fosse sbagliato? Se mi stesse prendendo in giro? Se volesse solo mettermi alla prova?

L’anziano patriarca ha compreso che non è con mezzi o compensazioni umane che gli sarà possibile realizzare i piani di Dio ma la tentazione è lì a portata di mano. Il re di Sodoma gli offre ogni genere di ricchezza che potrebbe essere, soprattutto in un momento di sconforto come quello, una compensazione particolarmente appetibile per sistemarsi perso-nalmente. Il patriarca ha la forza di non accettare (14, 23-24), proprio perchè si rende conto che ciò che vuole da lui il Signore è un'altra cosa, un altro modo di fare.

Mentre si dibatte nella tentazione e se ne libera, Abramo incontra Melchisedek (14, 18-20; cfr. Sal 110,4), il re-sacerdote di Salem (ossia di Gerusalemme), che lo benedice offrendo pane e vino, in nome di un sacerdozio eterno ed universale che si richiama direttamente a Dio. Pagandogli la decima, l’anziano patriarca rende omaggio in anticipo a Gerusalemme, città che in futuro sarà la sede del tempio. Melchisedek non è ebreo: di fatto, si tratta di un amico di Dio che ascolta la parola del Signore. Dio parla a chi vuole senza distinzione di razza o nazione: chi ascolta la sua voce fa parte di una stessa famiglia, la sua famiglia. L'autore della lettera agli Ebrei insisterà a lungo sulla figura di Melkisedek, nel quale scorge una prefigurazione del sacerdozio unico ed eterno di Gesù (cfr. Eb 5-7).

Il re-sacerdote benedice Abramo con un inno di lode a Dio che per l’anziano patriarca è la riconferma di non essere uno stolto o un fanatico: è la riconferma di tutto. Per lui le parole di Melkisedek sono una rigenerazione e una nuova presa di coscienza della predilezione di Dio nei suoi confronti. Con il suo annuncio, il re-sacerdote illumina e indica la strada che un altro dovrà percorrere. Spesso nella vita basta poco per riconfermare la validità di una chiamata e questo poco capita nel momento dello sconforto.

Il Signore stesso si prende cura di confermare la strada con dei segni che sono recepiti come gesti di benevolenza e di illuminazione.

Dio promette un figlio ad Abramo(capitolo 15)

La prima parte del capitolo 15 riguarda la promessa di Dio di dare (natan) un erede ad Abramo (vv. 1-6), la seconda quella di donargli (natan) una terra (vv. 7-21). I due protagonisti sono sempre la Parola del Signore e il patriarca con, sullo sfon­do, i discendenti di quest'ultimo ai quali è diretto il messaggio.

Dal dubbio alla fede(15,1-6)

Capitolo 15

1Dopo tali fatti, fu rivolta ad Abram, in visione, questa parola del Signore: "Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande". 2Rispose Abram: "Signore Dio, che cosa mi darai? Io me ne vado senza figli e l'erede della mia casa è Elièzer di Damasco". 3Soggiunse Abram: "Ecco, a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede". 4Ed ecco, gli fu rivolta questa parola dal Signore: "Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede". 5Poi lo condusse fuori e gli disse: "Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle"; e soggiunse: "Tale sarà la tua discendenza". 6Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia.


I

l tempo passa….. e Sarài, la moglie di Abramo, rimane sterile, il nipote Lot lo ha lasciato, la terra promessa risulta sempre occupata. L’anziano patriarca vuole un figlio ad ogni costo e si arrangia come meglio può. Soccombe alla tentazione di affrettare i tempi delle promesse del Signore, facendo ricorso all’abilità e alla furbizia umana: adotta un domestico co­me erede di tutti i suoi beni e delle stesse promesse divine, anche se si tratta di uno straniero («Eliezer di Damasco» v.2). L'uomo ha bisogno di segni concreti, non di sole promesse! Il patriarca “arranca”, chiuso nei suoi dubbi e difficoltà, ha bisogno di continue conferme da parte del Signore, inizia a dubitare che Egli sia capace di restare fedele alla promessa fatta (vv. 2-3).

Dio sembra sentire allora il bisogno di confortarlo, di entrare di nuovo in dialogo con lui per invitarlo a «non temere» (v. 1), quindi rivela se stesso ("Io sono") per portare sicurezza ("scudo") e consolazione ("ricompensa"). Se Abramo resterà fedele, avrà una «ricompensa molto grande»: vedrà la realizza­zione della promessa e toccherà con mano la fedeltà del suo Signore.

Il patriarca dopo il primo e il secondo intervento di Dio (12, 1-4a) (13,14-18) aveva accolto la sua pa­rola senza parlare, ma mettendola in pratica. Ora ri­sponde (vv. 2-3) manifestando chiaramente e con coraggio al suo Signore («Signore Dio») l'attuale problematica situazione che sta vivendo, dietro la quale è adombrata quella del popolo ebraico in esilio, condannato alla morte sociale, politica e religiosa, quindi dubbioso sulla fedeltà di Dio alle promesse. Il patriarca, cui il popolo deve guardare, sta avvicinandosi alla morte (vista l'età!) in estrema solitudine («senza figli») e con la sensazione di essere abbandonato (e preso in giro?) da Dio stesso («a me non hai dato»). Dio sta ritardando troppo nel realizzare la sua promessa («che cosa mi darai?»)!

Il Signore risponde al patriarca (vv. 4-5) senza rim­proverarlo per il sotterfugio trovato e senza offrirgli soluzioni immediate per fargli vedere che è potente. Gli ricorda il senso preciso della pro­messa fatta, perciò Elièzer è messo da parte, do­vendo il figlio nascere da Abramo (non è precisato però se sarà anche figlio di Sarài!). Ciò che all'uomo appare impossibile, per Dio è possibile. Unico segno che il Signore offre è ancora una volta una realtà assurda per la persona umana: contare le stelle! Per po­terlo vedere («Guarda in cielo e conta le stelle»), Abramo deve accettare di essere condotto da Dio stesso fuori dallo spazio limitato e limitante della propria tenda, cioè della logica umana, del proprio modo di valutare la realtà, per aprirsi all'orizzonte del Signore. A questo punto, abilitato a leggere la storia "con gli occhi di Dio", Abramo risponde (v. 6) fidandosi ancora del Signore e della sua promessa («Egli credette al Si­gnore»). Per questa scelta lo stesso Dio considera il patriarca come una persona "giusta", vale a dire che è proprio come lo desidera lui! (cf. Dt 6,25; 24,13).

Dalla fede all’alleanza(15, 7-21)

 

7E gli disse: "Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra". 8Rispose: "Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?". 9Gli disse: "Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo". 10Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all'altra; non divise però gli uccelli. 11Gli uccelli rapacicalarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò. 12Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su

Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono. 

13Allora il Signore disse ad Abram: "Sappi che i tuoi discendenti saranno forestieri in una terra non loro; saranno fatti schiavi e saranno oppressi per quattrocento anni. 14Ma la nazione che essi avranno servito, la giudicherò io: dopo, essi usciranno con grandi ricchezze. 15Quanto a te, andrai in pace presso i tuoi padri; sarai sepolto dopo una vecchiaia felice. 16Alla quarta generazione torneranno qui, perché l'iniquità degli Amorrei non ha ancora raggiunto il colmo".

17Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. 18 In quel giorno il Signore concluse quest'alleanza con Abram:

"Alla tua discendenza

io do questa terra,

dal fiume d'Egitto

al grande fiume, il fiume Eufrate;

19la terra dove abitano i Keniti, i Kenizziti, i Kadmoniti, 20gli Ittiti,i Perizziti, i Refaìm, 21gli Amorrei, i Cananei, i Gergesei e i Gebusei".


A

ncora una volta Dio apre il dialogo presentandosi ad Abramo come il «Signore» (=Jhwh) della sua storia passata e futura (v. 7). In riferimento al passato gli rivela di essere l’autore nascosto nella decisione di suo padre di lasciare Ur dei Caldei («ti ho fatto uscire da»; cfr. 11,31. e At 7,2-5); è un particolare che il patriarca ebreo ancora non sapeva, visto che la Parola di 12,1 lo invitava ad abbandonare Carran. Per quanto riguarda il futuro, gli dona in eredità (così letteralmente) la terra sulla quale si trova attualmente («per darti in possesso questa terra»). Il tutto è un'anticipazione dell'esperienza dell'esodo: sia di quello dall'Egitto (vv. 13-14; cfr. Es 20,2; Dt 5,6;     Gs 24,6) sia di quello da Babilonia (v. 16; cfr. Is 40-55; Ger 23,7-8).

Mes­saggio chiaro per l'ebreo (e il credente) di ogni tem­po, invitato a saper leggere la storia con gli occhi del suo Dio per coglierne l'unità al di là della frammen­tarietà e delle smentite sempre possibili.

Inizia ora un dialogo tra Abramo e Dio: il patriarca, che ha appena fatto il suo atto di fede nel Signore (v. 6), si rivolge confidenzialmen­te a lui chiedendogli una prova che gli faccia sapere e gli dia garanzia sul come effettivamente la terra gli sarà data in eredità (v. 8). La sua fede non è cieca, ma consapevole: desidera sapere come si realizzerà la promessa visto che la storia la smentisce continuamente.

Dio accetta la richiesta del patriarca e lo invita ad andare "oltre" quel che si vede, per saper cogliere qualcosa di stabile: la sua parola/pro-messa (qui "alleanza"), che «dura sempre» e non è come l'er­ba che secca o il fiore che appassisce (cfr. Is 40,8). Così il Signore chiede ad Abramo di preparare l'occorrente per stipulare un'alleanza (v. 18), secondo il costume dell'epoca (v. 9), cosa che il patriarca esegue fedelmente     (v, 10). Una delle modalità per stabilire un patto, un'alleanza (berit) politica o economica, un accordo di qualsiasi genere tra clan o tra re, consisteva nel prendere degli animali e di dividerli a metà (letteral­mente: karat=tagliare, da cui l'espressione: karat berìt= tagliare l'alleanza del v. 18; cf. Ger 34,18). Ogni metà era disposta per terra o appesa a dei pali ma in modo tale che ci fosse un corridoio nel mezzo. Le persone (generalmente i capi) che desideravano sti­pulare l'alleanza passavano in mezzo agli animali di­visi (eccetto quelli più piccoli, come gli uccelli; v. 10), pronunciando una formula di giuramento che com­prendeva un'auto-maledizione, del tipo; «Che io sia tagliato in due parti come questi animali se non ri­mango fedele all'impegno che oggi assumo con te!». La cosa straordinaria nel nostro testo è che solo il Signore (evocato simbolicamente dal fuoco del v. 17; cfr. Es 3,2;      19,8; 24,17) passa in mezzo agli animali divisi: solo lui «taglia l'alleanza», solo lui si impegna in modo del tutto libero e gratuito nei confronti di Abramo (e del popolo ebraico) perché solo lui è Jhwh, colui che è "presente" nella storia (cfr. Es 3,14). Questa è la novità: il termine berit = alleanza è più propriamente un dono che il Signore fa e garantisce per sempre al patriarca e ai suoi discendenti, ai quali non è chiesta alcuna controparte, nessuna risposta specifica se non quella di credere, vale a dire di fidarsi di Dio e dellesue promesse, di abbandonarsi al suo dono accogliendolo come fondamento della loro vita.

Abramo deve solo difendere la materia del patto, se così si può dire, da difficoltà esterne (gli uccelli rapaci; v 11) e interne (il torpore= tar-demàh; v 12). La corrispondenza dell’uomo al patto è rappresentata dalla sua vittoria sulle tentazioni d’impazienza e di sfiducia che inevita-bilmente sopraggiungono. Il patriarca aveva chiesto di sapere come sarebbe entrato in possesso della terra promessa (v. 8).  Ai suoi dubbi ora si aggiungono le minacce della storia che renderanno problematica l'attuazione della parola del Signore: Dio gli fa sapere che la terra promessa, già abitata da popolazioni cananee, denominate globalmen-te Amorrei (v. 16) e poco ben disposte verso gli ebrei, sarà destinata solo alla sua discendenza (v. 13). Per quanto riguarda la sua persona, l’unica cosa certa è che avrà «una vecchiaia felice» e una morte «in pace»! (v. 15)! Ciò che possederà effettivamen­te Abramo sarà il luogo in cui troverà sepoltura, ac­canto alla moglie Sara (cfr. 25,8-10); questa sarà la "ricompensa" per il suo atto di fede nel Signore!

I dati cronologici offerti testimoniano che il testo vuole essere una lettura di tutta la storia del popolo ebrai­co. I «quattrocento anni»     (v. l3) richiamano il periodo di schiavitù in Egitto (cfr. Es 12,40s), men­tre la «quarta generazione» (v. 16) forse allude all'esilio babilonese (587-538 a.C). Ciò per affermare che Dio guida la storia intera e che il suo progetto di li­berazione troverà realizzazione nonostante le smenti­te apparenti della storia. Di questo deve essere testi­mone il popolo ebraico di fronte agli altri popoli (cf. Is 43,8-13).

Nella parte finale (vv. 18-21), dopo il rito, abbiamo la precisazione del contenuto della berit = alleanza. Credere significa poggiare sul sicuro e questo "sicuro" consiste nella berit=alleanza. Quest’esperienza interiore  fa comprendere all'uomo che, al di là di se stesso e dei suoi tentenna-menti, c'è qualcosa di stabile, c'è una roccia sicura: Dio, la sua parola, il suo impegno a favore delle sue creature! Berit = alleanza, indica una relazione d'amore talmente profonda da coinvolgere Dio e la persona nel più intimo e sacro di loro stessi. Ogni credente sa che tale alleanza gli viene offerta gratuitamente dal suo Signore e che su di essa potrà sempre poggiare anche quando non avrà tutte le carte in regola.

Abramo potrà sempre con­tare sull'impegno gratuito che il Signore ha assunto con lui; l'alleanza, in questo ca­so, è unilaterale nel senso che non richiede all'uomo alcuna risposta previa o concomitante. E’ offerta, da parte di Dio, della sua presenza, perché egli è Jhwh, vale a dire "colui che è presente per": sostenere, proteggere, liberare, donare vita, ecc. E’ "il presente" nel cuore dei suoi figli (cfr. Dt 30,11-14;      Ger 31,31-34) e nel cuore stesso della storia e delle sue contraddizioni (cfr. il "credo storico" di Dt 26,5-9). Abramo ha la funzione di essere testimone e garante dell'impegno del Signore presso i suoi figli di tutti i tempi: sia di quelli della schiavitù in Egitto (vv. 13-14), sia di quelli dell'esilio a Babilonia (v. 16). Questo è un messag­gio importante per coloro che - come gli ebrei dell'esilio e del postesilio - pensano che Dio li abbia rifiutati per sempre a causa del loro peccato. L'esilio per Dio non è l'ultima parola, perché il suo impegno e il suo amore durano per sempre. La sua parola/promes­sa è «un'alleanza eterna» che - così "giura" il Signore - «non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata»          (cfr. Is 55,11). Possono, allora, sgorgare dal cuore delle preghiere modulate su alcune invocazioni del Sal 18[17].

Il credente che riconosce Gesù di Nazaret come Messia, sa di poter contare su di lui per trovare fondamento alla propria esistenza. In lui, infatti, nel suo donarsi gratuitamente per la vita degli uomini suoi fratelli, Dio Padre offre la «nuova ed eterna alleanza» (cfr. Lc 22,20; 1Cor 11,25). Egli vive da sempre una relazione d'amore con tutti i suoi figli talmente pro­fonda e coinvolgente da consegnare loro suo Figlio «perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna»   (cfr. Gv 3,16). Gesù Cristo è la parola del Padre che - iscritta nel cuore - fonda, illumina e ren­de solido il cammino di ogni credente (cfr. Mc 9,7; Mt 7,24-27; Rm 8,35-39).

Nascita di Ismaele e cacciata di Agar(capitolo 16)

Nel capitolo 16 prendono forma tutte le paure e gli interrogativi di Abramo che è “a piedi”; lo splendore della promessa di cui è stato interlocutore non lo rende impenetrabile alla tentazione, con il conseguente rischio di ricorrere a logiche mondane. Abbiamo di nuovo la conferma che il percorso della fede non è automaticamente sereno, non avviene in modo pacifico, è sempre in qualche modo un percorso travagliato, insidiato.

Capitolo 16

1Sarài, moglie di Abram, non gli aveva dato figli. Avendo però una schiava egiziana chiamata Agar, 2Sarài disse ad Abram: "Ecco, il Signore mi ha impedito di aver prole; unisciti alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli". Abram ascoltò l'invito di Sarài. 3Così, al termine di dieci anni da quando Abram abitava nella terra di            Canaan, Sarài, moglie di Abram, prese Agar l'Egiziana, sua schiava, e la diede in moglie ad Abram, suo marito. 4Egli si unì ad Agar, che restò incinta. Ma, quando essa si accorse di essere incinta, la sua padrona non contò più nulla per lei.

5Allora Sarài disse ad Abram: "L'offesa a me fatta ricada su di te! Io ti ho messo in grembo la mia schiava, ma da quando si è accorta d'essere incinta, io non conto più niente per lei. Il Signore sia giudice tra me e te!". 6Abram disse a Sarài: "Ecco, la tua schiava è in mano tua: trattala come ti piace". 

 

Sarài allora la maltrattò, tanto che quella fuggì dalla sua presenza. 7La trovò l'angelo del Signore presso una sorgente d'acqua nel deserto, la sorgente sulla strada di Sur, 8e le disse: "Agar, schiava di Sarài, da dove    vieni e dove vai?". Rispose: "Fuggo dalla presenza della mia padrona Sarài". 9Le disse l'angelo del Signore: "Ritorna dalla tua padrona e restale sottomessa". 10Le disse ancora l'angelo del Signore: "Moltiplicherò la tua discendenza e non si potrà contarla, tanto sarà numerosa". 11Soggiunse poi l'angelo del Signore:

"Ecco, sei incinta:

partorirai un figlio

e lo chiamerai Ismaele,

perché il Signore ha udito il tuo lamento.

12Egli sarà come un asino selvatico;

la sua mano sarà contro tutti

e la mano di tutti contro di lui,

e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli".

13Agar, al Signore che le aveva parlato, diede questo nome: "Tu sei il Dio  della visione", perché diceva: "Non ho forse visto qui colui che mi vede?". 14Per questo il pozzo si chiamò pozzo di Lacai-Roì; è appunto quello che  si trova tra Kades e Bered. 15Agar partorì ad Abram un figlio e Abram chiamò Ismaele il figlio che Agar gli aveva partorito. 16Abram aveva ottantasei anni quando Agar gli partorì Ismaele.


A

bramo e Sara cercano di anticipare il compimento della promessa con mezzi propri, ricorrendo ad una via considerata valida dai costumi del tempo: avere un figlio da una schiava e considerarlo proprio. Secondo il diritto mesopotamico, infatti, una sposa sterile poteva dare a suo marito una schiava e riconoscere come suoi i figli di quest’unione. Nel nostro caso la schiava Agar resta incinta, ma non vuol riconoscere il diritto della padrona sul figlio che nasce. Scatta la disputa tra Agar, orgogliosa della sua maternità, e Sara, gelosa e umiliata.

Agar, maltrattata, fugge nel deserto e si ferma a una sor­gente, ove le appare un “angelo” del Signore il quale le garantisce che, nonostante tutto, il figlio che nascerà da lei avrà una grande discendenza. Perchè qualunque cosa l'uomo di Dio compia come segno di benedizione, sarà sempre benedetta anche da Dio. L’annunzio è ambientato presso un pozzo di “Lacai-Roì”, località il cui nome deriverebbe dal verbo ebraico raah che significa “vedere”, in associazione ad una visione di Dio; forse, era un santuario noto ai tempi della stesu­ra del racconto.

La parola del Signore non ha bisogno delle “astuzie” umane per realizzarsi. Della provvidenza di Dio solo Dio è responsabile. Egli ha i suoi tempi che sono i tempi dell'impossibile e, di norma, interviene proprio quando l'uomo ha esaurito tutte le possibili soluzioni o scappatoie umane. Egli stesso chiede di credere che realizzerà le sue promesse indipendentemente dall'ansia e dalle preoccupazioni dell'uomo che pure è il suo collaboratore.

La promessa di Dio non passa attraverso Ismaele, figlio di Agar. E’ dalla vecchia Sara, che dovrà nascere colui che incar­nerà la promessa divina. Abramo, perciò, deve ritornare a cre­dere e a sperare.

Nuovo racconto dell’Alleanza(Capitolo 17)

Capitolo 17

1Quando Abram ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse:

"Io sono Dio l'Onnipotente:

cammina davanti a me

e sii integro.

2Porrò la mia alleanza tra me e te

e ti renderò molto, molto numeroso".

3Subito Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui:

4"Quanto a me, ecco, la mia alleanza è con te:

diventerai padre di una moltitudine di nazioni.

5Non ti chiamerai più Abram,

ma ti chiamerai Abramo,

perché padre di una moltitudine di nazioni ti renderò.

6E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te usciranno dei re. 7Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. 8La terra dove sei forestiero, tutta la terra di Canaan, la darò in possesso per sempre a te e alla tua discendenza dopo di te; sarò il loro Dio".

9Disse Dio ad Abramo: "Da parte tua devi osservare la mia alleanza, tu e la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione. 10Questa è la mia alleanza che dovete osservare, alleanza tra me e voi e la tua discendenza dopo di te: sia circonciso tra voi ogni maschio. 11Vi lascerete circoncidere la carne del vostro prepuzio e ciò sarà il segno dell'alleanza tra me e voi.

12Quando avrà otto giorni, sarà circonciso tra voi ogni maschio di generazione in generazione, sia quello nato in casa sia quello comprato    con denaro da qualunque straniero che non sia della tua stirpe. 13Deve essere circonciso chi è nato in casa e chi viene comprato con denaro; così la mia alleanza sussisterà nella vostra carne come alleanza perenne. 14Il   maschio non circonciso, di cui cioè non sarà stata circoncisa la carne del prepuzio, sia eliminato dal suo popolo: ha violato la mia alleanza".15Dio  aggiunse ad Abramo: "Quanto a Sarài tua moglie, non la chiamerai più Sarài, ma Sara. 16Io la benedirò e anche da lei ti darò un figlio; la benedirò e diventerà nazioni, e re di popoli nasceranno da lei".

17Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise e pensò: "A uno di cento anni può nascere un figlio? E Sara all'età di novant'anni potrà partorire?". 18Abramo disse a Dio: "Se almeno Ismaele potesse vivere davanti a te!". 19E Dio disse: "No, Sara, tua moglie, ti partorirà un figlio e lo chiamerai Isacco. Io stabilirò la mia alleanza con lui come alleanza perenne, per essere il Dio suo e della sua discendenza dopo di lui.

20Anche riguardo a Ismaele io ti ho esaudito: ecco, io lo benedico e lo renderò fecondo e molto, molto numeroso: dodici prìncipi egli genererà e di lui farò una grande nazione. 21Ma stabilirò la mia          alleanza con Isacco, che Sara ti partorirà a questa data l'anno venturo". 22Dio terminò così di parlare con lui e lasciò Abramo, levandosi in alto.

23Allora Abramo prese Ismaele, suo figlio, e tutti i nati nella sua casa e tutti quelli comprati con il suo denaro, tutti i maschi appartenenti al personale della casa di Abramo, e circoncise la carne del loro prepuzio in quello stesso giorno, come Dio gli aveva detto. 24Abramo aveva novantanove anni, quando si fece circoncidere la carne del prepuzio. 25Ismaele, suo figlio, aveva tredici anni quando gli fu circoncisa la carne del prepuzio. 26In quello stesso giorno furono circoncisi Abramo e Ismaele, suo figlio.  27E tutti gli uomini della sua casa, quelli nati in casa e quelli comprati con denaro dagli stranieri, furono circoncisi con lui.


A

bramo ha oramai 99 anni e sta perdendo ogni speranza. Ma il Signore gli appare nuovamente e gli propone una nuova alleanza, gli promette una discendenza e una terra, chieden­do in cambio, attraverso un segno concreto, la fedeltà del pa­triarca e della sua discendenza. In tutto il capitolo 17, la pa­rola “alleanza” risuona per 14 volte (numero simbolico che dice pienezza, totalità, due volte sette è considerato un numero perfetto).

Io…Tu. Abramo si schiaccia a terra e, ancora una volta, crede e adora (17,3).

Le parole di Dio sono dette una volta per sempre, ma Egli torna continuamente a riperterle e a chiarirle soprattutto nei momenti in cui l'uomo sembra più debole e più portato allo scoraggiamento. Del resto ogni pessimismo ed ogni atteggiamento di sgomento comportano sempre una critica al Signore quasi fosse lontano o bugiardo o incapace. E' in quel momento che Dio stabilisce un rapporto ancora più profondo perchè il dubbio e l'ansia scompaiano dal cuore del suo amico.

Non ti chiamerai più Abram (17,5). La traduzione italiana cerca di rendere una differenza di nomi che nell’ebraico suonano: Abram e Abraham. Il cambiamento di nome esprime la missione affidata ad Abramo, che diverrà padre di una moltitudine di nazioni. L'incontro con Dio produce sempre un cambia­mento interiore, come una nuova nascita, come un inizio di vita nuova; il nome nuovo è il segno di questa trasformazione avvenuta nell'inti­mo della persona. L'opera del Signore consiste proprio in questo cambiamento profondo per cui si è gli stessi, ma non si è più come prima. Dio non dà un nome, afferma una paternità; Abramo è nato di nuovo ed è diventato come una parola divina pronunciata da Dio stesso. Il Signore, che apparente-mente ha preteso tutto, dona al suo eletto una vita nuova e gli promette una discendenza senza fine perchè Dio, che è padre, comunica a chi crede in Lui le ricchezze della sua paternità.

La chiamata di Dio diventa sempre più chiara ma anche più personale ed impegnativa; alla fine il Signore chiede che tutta la vita dell'uomo sia coinvolta nel patto di alleanza.

Abramo deve rispondere all’alleanza offertagli da Dio con un suo impegno: la circoncisione, cioè l’asportazione del prepuzio, intesa come un sigillo, impresso nella carne, dell’appartenenza a Dio (17,10). La pratica della circoncisione era molto diffusa nell’antichità. Il suo significato nella vita civile del tempo era analogo al rito delle nozze nel clan, nel quale i polsi degli sposi venivano incisi ed il loro sangue era mescolato, a significare l'unione totale dei due. Allo stesso modo, il senso profondo della circoncisione stabilisce un rapporto particolare tra Dio e colui che è inciso. L'alleanza non è più esterna, mediata da offerte e da altari o da segni celesti, ma è nella carne dell'uomo come segno visibile di un dono reciproco tra Dio e l'uomo stesso. Il bambino che è circonciso dopo otto giorni dalla nascita si renderà conto per tutta la vita, giorno dopo giorno, che nella sua carne è impresso il sigillo di Dio che lo lega al Signore per la vita.

L'organo della vita e della riproduzione è tagliato fino al sangue e donato a Dio perchè tutto ciò che viene generato sia di Dio. Da questo momento, infatti, egli promette ad Abramo che tutto quello che lui genererà sarà di Dio e tutto quello che Dio genererà sarà di Abramo; quindi anche il Signore s’impegna, perchè tutto ciò che Lui stesso genera sia dell'uomo. Il sangue dell'uomo, nella generazione, diventa sangue di Dio perciò è come se Dio stesso generasse per opera dell'uomo circonciso.

In Gesù il sangue di Dio e quello dell'uomo si mescolano per una salvezza universale e senza limiti di tempo o di spazio; l’'Eucaristia, infatti, è come una circoncisione eterna. Quando il sacerdote mette le gocce dell'acqua nel vino al momento dell'offertorio dice: "Quest'acqua (che siamo noi) unita al vino, sia il segno della nostra unione con la vita divina di colui che ha voluto assumere la nostra natura umana". Il sangue dell'uomo è donato a Dio perchè ogni vita sia sua, il sangue del Figlio è donato al Padre e agli uomini, perchè chiunque è immerso in questo sangue, e ne beve, riceva la vita eterna.

La ricchezza di Abramo scende anche su Sara (17,15); in questo modo Dio unisce di nuovo l'uomo alla donna. Accanto al marito anche la donna diviene un essere nuovo, ricca come sarà di una maternità umanamente impossibile. Quando Dio promette, porta a compimento anche se la logica umana si scandalizza, anche se la sapienza umana porta a sorridere (17,17). Ride Abramo, riderà Sara (cfr. 18, 12). I rabbini dicono che Abramo ha sorriso di contentezza, perciò Dio non lo rimprovera, mentre rimprovera Sara che ha sorriso di malizia e d’incredulità. Di fatto, la logica umana rimane sballottata dal modo di procedere del Signore che opera esclusivamente per legare a sé nella maniera più completa e totale colui che ha scelto.

D'altronde la Bibbia non tralascia mai di rilevare che Dio non è fatto ad immagine dell'uomo e che le sue vie non sono quelle umane; la sua dimensione è quella dell'alto dei cieli. L'incredulo può sorridere, può negare con ragionamenti sottili ma non può impedire l'opera di Dio. Nessun ateo può far sì che Dio non ci sia. Nessun ragionamento può costringe­re Dio ad agire in una maniera piuttosto che in un'altra. Solamente il giusto ha potere sul cuore di Dio perchè è stato obbediente e fedele, e questo Dio non può dimenticarlo. E la preghiera dell'obbediente è quella che il Signore prevede per mostrare il suo perdono e la sua misericordia.

Misteriosa visita di tre uomini (18, 1-16)

Il racconto di Genesi 18,1-16 è facilmente suddi­visibile in due parti.

·         Nella prima (vv. 1-8) è pre­sentata la visita di Dio ad Abramo che lo accoglie praticando un'autentica ospitalità, secondo le modalità tipiche delle popolazioni nomadi e medio-orien­tali antiche.

·         Nella seconda parte il racconto specifica il vero scopo della visita: rinnovare la promessa del figlio «fra un anno a questa data» (vv. 9-10a). Sara, però, risponde con una risata, subito smascherata dal Signore (vv. 10b-15).

Due sono, pertanto, i motivi principali dell'intero racconto: l'ospitalità di Abramo e la promessa di un figlio. Tutto avviene presso le querce di Mamre (vi­cino a Ebron; cf. 13,18): gli alberi, oltre che per l'ombra benefica che offrivano, erano importanti perché segno di fertilità e di vita, quindi richiamo del divino. L'esperienza narrata può essere riassunta nell'espressione "Dio visita Abramo e Sara", persone in difficoltà, provate nell'esistenza: il patriarca è vecchio e la moglie è sterile e anziana. Possiamo allora chiederci: quali sono le caratteristiche della visita di Dio? Come si può sapere che si è visitati da Dio e che la sua presenza non è un'illusione?

Ospitali verso il prossimo (18, 1-8)

Capitolo 18

1Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all'ingresso della tenda nell'ora più calda del giorno. 2Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall'ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, 3dicendo: "Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. 4Si vada a prendere un po' d'acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l'albero. 5Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo". Quelli dissero: "Fa' pure come hai detto".

6Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: "Presto, tre sea di fior di farina, impastala e fanne focacce". 7All'armento corse lui stesso, Abramo; prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. 8Prese panna e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse loro. Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l'albero, quelli mangiarono.


D

io visita Abramo nell'ora più impensata, non prevista: quella della pennichella (v. 1), in pieno gior­no. La visita del Signore è sempre una sorpresa: la persona non lo riconosce subito (v. 2). Il patriarca però non dimentica di essere di fronte a persone che han­no bisogno di ospitalità, Questa, presso gli antichi orientali, era uno dei dove­ri fondamentali: ospitare qualcuno era considerato un onore. La tradizione ebraica ritiene Abramo e Giobbe i due modelli più significativi di ospitalità. Il secondo aveva costruito la sua casa con quattro porte, una per lato, in modo che tutti potessero entrare da qualunque parte giungessero, senza cercare l’entrata (cfr. Gb 29).

Abramo celebra l'ospitalità con azioni concrete: senza essere richiesto va incontro ai tre uomini, accogliendoli con i segni di ri­spetto. Con le espressioni tipiche del cerimoniale dell'antico medio Oriente compie i gesti dell'acco­glienza: guardare, affrettare l'incontro, rivolgere il saluto adorante (vv. 1-2). Poi invita gli stranieri a fermarsi per il pranzo: rivolgendosi loro con l’appellativo “Signore” (mentre definisce se stesso “servo”), offre l'acqua per lavarsi i piedi, la possibilità di sostare sotto l'albero, di mangiare «un boccone di pane» e ristorarsi (vv. 3-5). Con ogni suo gesto il patriarca celebra l’ospitalità che offre, dal ricevimento dopo l'accettazione da parte dello stra­niero (vv. 6-8): focacce, carne prelibata accompagnata da panna [rinfrescante] e latte fresco [dissetante]), al commiato (v. 16) dopo il dono fatto dall'ospite (vv. 9-15).

Lo straniero non è visto come nemi­co (hostis) ma come ospite (hospes): in questo modo il patriarca insegna come creare una vera con-vivialità con le persone. Non mantiene le di­stanze, ma sa "farsi vicino" agli stranieri (si noti quel «corse loro incontro dalla tenda» del v. 2b e quell’«andò in fretta nella tenda» del v. 6a) pur mantenendo una separazione tra la tenda e l'albero presso il quale sostano i tre (o due, o uno). Ospitalità non significa annullamento delle diffe-ren­ze, ma loro convivialità: c'è bisogno di spazi di­stinti, per permettere alla libertà di ognuno di potersi esprimere con dignità e senza creare dipendenza, perché l’ospite possa proseguire nel suo cammino.

Si può notare come l'ospitalità di Abramo sia proporzionata alle sue reali possibilità: fa il meglio che gli è possibile, senza esagerare in gesti che possono soffocare le persone ospitate.

Ospitali verso Dio (18, 9-16a)

9Poi gli dissero: "Dov'è Sara, tua moglie?". Rispose: "È là nella tenda". 10Riprese: "Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio". Intanto Sara stava ad ascoltare all'ingresso della tenda, dietro di lui. 11Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. 12Allora Sara rise dentro di sé e disse: "Avvizzita come sono, dovrei provare il piacere,        mentre il mio signore è vecchio!". 13Ma il Signore disse ad Abramo: "Perché Sara ha riso dicendo: "Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia"? 14C'è forse qualche cosa d'impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te tra un anno e Sara avrà un figlio". 15Allora Sara negò: "Non ho riso!", perché aveva paura; ma egli disse: "Sì, hai proprio riso".

16Quegli uomini si alzarono e andarono a contemplare Sòdoma dall'alto, mentre Abramo li accompagnava per congedarli.


Q

uando non si tiene Dio in lista d’attesa, ma si accoglie e si ospita, inizia la possibilità di un’esperienza viva di comunione e di incontro. Dio visita Abramo e viene da lui ospitato (vv. 1-16); subito dopo lo stesso Dio ospita il patriarca rendendolo partecipe dei propri progetti (vv. 17-21). All’interno di questa ospitalità reciprocamente offerta e ricevuta avviene lo scambio di doni, la rivelazione progressiva di qualcosa di nuovo e sorprendente: la nascita di un figlio (vv. 9-l6b) e l'assicurazione che esiste giustizia in questo mondo (vv. 23-33).

Grazie all'ospitalità reciproca, vissuta nell'ami­cizia con il Signore (il «mio signore» del v. 3 è ripreso quattro volte nei vv. 27-32), può trovare spazio anche la fatica di credere, espressa dal riso di Sara (vv. 12-15) e dalle domande sempre più incal­zanti di Abramo (vv. 23-32).

Dio entra nel mondo di Abramo e di Sara con tutta la sua efficacia, portando una novità rispetto alla situazione esistente (vv. 9ss). E’ un Dio interessato all'uomo e ai suoi pro­blemi concreti, un Dio che comunica, nella diffi­coltà, il suo volto più misterioso: «C'è forse qualche cosa impossibile per il Signore?» (v. 14; cf. Lc 1,37). La domanda può avere almeno due sensi. Il primo è manifesto: Jhwh può fare in modo che una coppia di anziani possa avere un figlio?". Il secondo lo è meno: è forse impossibile per Jhwh scoprire quel­lo che accade alle sue spalle, nel cuore di Sara?" Il primo significato vuole porre l’accento sulla poten­za di Dio ma anche sulla sua fedeltà rispetto alla pro­messa fatta. Il secondo mette in risalto la capacità di Dio di svelare ciò che ogni persona tende a tenere nascosto, vale a dire la propria incredulità. Infatti, due sono le modalità con cui Sara si oppone alla promessa del Signore: l'incredulità manifestata dal ridere (v. 12; cf 17,17) e la paura di essere scoperta (v. 15) che porta a negare i propri sentimenti (cf. 3,10). In entrambi i casi si tratta di atteggiamenti che impediscono che si realizzi qualcosa di nuovo e di imprevisto.

Abramo intercede presso Dio (18, 17-33)

Dopo ogni intervento di Dio, Abramo ha dato una sua risposta silenziosa: alla prima parola del Signore risponde mettendosi in cammino senza dire niente (12,4a), alla prima visita del suo Dio gli innal­za un altare (12,7), quando gli viene promessa la ter­ra tace (13,14-18), dopo l'invito a fidarsi del Signore risponde con una fiducia incondizionata ma silenziosa (15,6). Adesso intercede per la città di Sodoma, divenendo così anche modello del giusto che prega per i peccatori.

Il testo può essere diviso in tre sezioni:

·    Nella prima (vv. 17-22) è pre­sentato un soliloquio del Signore, mentre Abramo, dopo aver accompagnato cortese­mente «quegli uomini» (v. 16b) che si dirigono verso Sodoma e Gomorra, ritorna presso il Signore (v. 22).

·    Nella seconda sezione (vv. 23-32) assi­stiamo al dialogo tra Abramo e Dio (6 interventi cia­scuno), in cui il patriarca sembra mercanteg-giare con il Signore sul destino di Sodoma: nelle prime tre richieste scende di cinque unità, nelle ultime tre di dieci alla volta.

·    Nel versetto finale (v. 33) i due protagoni­sti si ritirano in silenzio per lasciar libero corso alla narrazione della distruzione di Sodoma e di Gomor­ra (c. 19).

17Il Signore diceva: "Devo io tenere nascosto ad Abramo quello che sto per fare, 18mentre Abramo dovrà diventare una nazione grande e potente e in lui si diranno benedette tutte le nazioni della terra? 19Infatti io l'ho scelto, perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui a osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto, perché il Signore compia per Abramo quanto gli ha promesso". 20Disse allora il Signore: "Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. 21Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!".

22Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza del Signore. 23Abramo gli si avvicinò e gli disse: "Davvero sterminerai il giusto con l'empio?

24Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? 25Lontano da te il far morire il giusto con l'empio, così che il giusto sia trattato come l'empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?". 26Rispose il Signore: "Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell'ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo". 27Abramo riprese e disse: "Vedi come         ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: 28forse ai      cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?". Rispose: "Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque". 29Abramo riprese ancora a parlargli e         .

disse: "Forse là se ne troveranno quaranta". Rispose: "Non lo farò, per riguardo a quei quaranta". 30Riprese: "Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta". Rispose: "Non lo farò, se ve ne troverò trenta". 31Riprese: "Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti". Rispose: "Non la distruggerò per riguardo a quei venti". 32Riprese: "Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci". Rispose: "Non la distruggerò per riguardo a quei dieci".

33Come ebbe finito di parlare con Abramo, il Signore se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione.


I

l dialogo tra Abramo e il Signore ha lo scopo di far sapere al patriarca (e al popolo ebraico) che il Signore è giustizia (zedaqah) e diritto (mishpat), fondamento su cui si basa l'ordine cosmico, perché «giustizia e diritto sono la ba­se del suo trono» (cfr. Sal 89[88],15; 9,9).

L'autore sacro sembra aver dato veste narrativa ad un duplice problema etico e teologico che ha suscita­to interesse specifico a partire dall'esperienza dell'esi­lio (cfr. Ger 12, 1-2; Ez 14,12-23; 18; Ab 1,1-2,4):

1)     Dio è giusto quando punisce il peccatore e sal­va l'uomo buono: come mai, allora, certi eventi storici (guerra e deportazione) e/o naturali (terremoto, inondazione e pestilenza) fanno scomparire l'uno e l'altro, senza distinzione? Come mai, anzi, perisce il giusto mentre l'empio prospera (Sal 73[72])?

2)    Può il giusto/buono, con il suo comportamen­to e con le sue preghiere, salvare il peccatore/empio dalla condanna che proviene dalla giustizia di Dio?

Il colloquio segue lo schema di una trattativa commerciale e giudiziaria dell’epoca. Quando è presentata un'accusa, il giu­dice deve indagare personalmente (cfr. Dt 17,4; 18,21) per accertare la verità (v. 21, cfr. 11,5.7). Una volta verificati i fatti e prima della sentenza, egli deve ascoltare - come aveva fatto con Adamo ed Eva (3,8-19) e con Caino (4,9-15) - anche la voce della difesa. Abramo qui parla come avvocato difensore che intercede anzitutto per il nipote Lot, sentendosi custode di suo fratello (contrariamente a Caino), e poi per le città di Sodoma e Gomorra, perché in lui dovranno trovare benedizione «tutte le famiglie della terra» (vv. 17-19).

La prima domanda che Abramo pone a Dio riguarda la sua giustizia: davvero i giusti pagheranno le conseguenze delle scelte sbagliate degli empi (v. 23b)? Quello che può turbare (e a volte fa perdere la fede) è che scompaiano insieme il peccatore e il giusto, o che magari soccomba la per­sona buona mentre salva e prospera quella cattiva e violenta (cf. Sal 73[72]). Come si esprime, allora, la giustizia di Dio? Come viene coniugata con la sua misericordia?

Accanto a Dio, Abramo ha imparato a pensare come Lui; entrando in intimità con il suo Signore, l’anziano patriarca ha fatto esperienza del vero volto di Dio, giusto e mise­ricordioso, e da quest’altezza e profondità riesce a leggere la storia umana: è come se fosse scesa su di lui la luce della paternità di Dio. Per questo intercede rivolgendosi al Signore affinché operi secondo giu­stizia e misericordia.

Il patriarca ha il coraggio di lottare con Dio stesso (come faranno Giacobbe e Giobbe), pur nella consapevolezza di es­sere semplicemente «polvere e cenere» (v. 27). Il dialogo si fa serra­to. Abramo appare "un uomo coraggioso scenden­do fino a dieci giusti, il minimo richiesto perché si parli di gruppo sociale (Rt 4,2), e numero legale per­ché si possa svolgere il minian (la riunione sinagogale, la preghiera e l'ascolto della Parola). Ma a dieci giusti Abramo si ferma. Il racconto vuole rispettare quel carattere di unicità e straordinarietà assoluta che spetta al messaggio dell’Uno, Cristo Signore, il Giusto ingiustamente condan-nato, che opera per la salvezza e l’espiazione di tutti. Solo la vita e la morte di Gesù, il Servo di JHWH, saranno la vera intercessione gradita a Dio.

Nel suo intervento Abramo mette in guardia il giudice: non commetta un'ingiustizia punendo l'in­nocente assieme al colpevole (vv. 23b-25)! Quella dell’anziano patriarca è autentica preghiera fatta in un clima di confidenza e di amicizia, essendo egli un «amico di Dio», e l’amico di Dio conosce la logica e i criteri della sua giustizia.

Quali sono le caratteristiche della sua preghiera?

·  E’ preghiera di intercessione: il patriarca ebreo non fa valere i suoi meriti (non si colloca tra i dieci giusti) ma quelli degli altri, e chiede con insistenza che il Signore ne tenga conto e salvi anche tutti i peccatori, come farà Mosè (cf. Es 32,30-35).

·  E’ preghiera coraggiosa che giunge fin dove può osare una creatura. Non si tratta semplicemente di mercanteggiare con Dio, quanto di osare l'impossibi­le penetrando nel suo volto, misterioso sì, ma per il quale «non c'è niente di impossibile» (18,14).

·  E’ una preghiera che coinvolge:è vero che in Sodo­ma c’è il nipote Lot (in questo caso la preghiera di Abramo è interessata), ma è pur vero che il patriarca intercede per tutti i suoi abitanti, violenti e peccato­ri. E’ una preghiera che porta Abramo ad interessarsi dei propri fratelli verso i quali è benedizione. E’ farsi samaritani della preghiera: il samaritano della carità giunge ad un numero ristretto di persone, quello della preghiera può abbracciare tutti. La preghiera aiuta a mantenere un cuore aperto, attento, coinvolto: da essa nasce l’autentica carità che porta a gesti di bon­tà e di misericordia!

·  E’ unapreghiera di lotta: mentre al c. 14 Abramo combatte con le armi in pugno per salvare il nipote Lot e la stessa Sodoma, qui lo fa con l’arma della pre­ghiera, sperando di ottenere qualcosa.

·  E’ una preghiera di protesta? Qualcosa c'è, come appare dai vv. 23b-25 che nascono dalla constatazio­ne che Dio sembra proprio far morire il giusto con l'empio!

Per il momento Abramo viene esaudito solo in minima parte: Dio ricordan­dosi dell'intercessione del patriarca (19,29) salva gli innocenti ma stermina gli empi. L'autore sacro sa - almeno così si narrava al suo tempo - che Sodoma e Go­morra sono state distrutte pro­babilmente da un terremoto che ha causato l'incen­dio del materiale infiammabile (bitume?) presente nella costa occidentale a sud del Mar Morto. Egli in­terpreta il fatto come segno della giustizia di Dio: gli empi vanno condannati non essendoci almeno dieci giusti che possono salvarli. In questo modo il male è estirpato alla radice. La giustizia di Dio è salva! E la sua misericordia? Anche Geremia (Ger 5,1) ed Ezechiele (Ez 22,30) si pongono il problema se un solo giusto può salvare una città di peccatori (cfr. anche Os 2,4-45; 11,1-9; Is 19,16-25; Ez 16,53-55; Giona). Sarà però Isaia a proporre la soluzione definitiva: il «Servo sofferente» (un solo giusto) salverà molti, essendosi addossato il peccato di tutti (cfr. Is 52,13-53,12). Gesù imposterà il problema non più in termini di giustizia, bensì d’amore e di perdono: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» Lc 23,34). Una nuova esperienza entra nella storia, l’innocente si sacrifica per i colpevoli: «Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio» (cfr. 1Pt 3,18; cfr. 2, 22-25).

Dopo la disputa-preghiera subentra il silenzio tra Dio e Abramo: non silenzio come as­senza di parole, quanto piuttosto di spazio per poter dire:«Non la mia, ma la tua volontà sia fatta». Ogni tipo di dialogo con il Signore dovrebbe terminare sempre con que­sto atteggiamento.

La giustizia di Dio

Termine dai molti significati sia nella nostra cultura sia nel contesto biblico, la giustizia nel nostro testo può avere due specificazioni. Quella richiesta da Dio agli uomini è la capacità di stabilire relazioni sociali armoniose, tali da permettere un ordine comunitario in cui ogni persona venga rispettata per quello che è; implica quindi bontà, fedeltà, compassione caritate­vole, ecc. Esattamente il contrario del “grave peccato” dei sodomiti, il “grande grido” che sale a Dio: l’agire violento che distrugge ogni relazione comuni­taria e rende impossibile la convivenza umana, specie la "convivialità delle differenze". I giusti che Dio desidera trovare a Sodoma e Gomorra sono «uomini solidali con gli altri, capaci di edificare la comunità rinunciando alla violenza, e non solo alla violenza sessuale (Gn 19) ma ad ogni violenza».

Con l'espressione “giustizia di Dio” s’intende prima di tutto la capacità che ha il Signore di retribuire ogni sua creatura secondo le scelte e le azioni buone o cattive. In una relazione di amicizia profonda (berit = alleanza), infatti, si richiede la fedeltà reciproca: quella di Dio consiste nell'amare le sue creature e nel fare il loro bene; quella di ogni persona è vissuta come amore verso il proprio Signore (con l'eliminazione di ogni forma d’idolatria) e amore verso i propri simili (con la soppressione di ogni forma di violenza e d’ingiustizia). Se questo non avviene, Dio interviene ristabilendo la giusta relazione con sé e tra le persone prendendo le difese di chi è op­presso o violentato in qualsiasi modo ed eliminando il peccatore, incarnazione storica e visibile dell'ingiu­stizia. Se, però, Dio agisse sempre e in ogni caso se­condo questa logica (punire il cattivo e premiare il buono), sarebbe schiavo di una specie di legge del taglione e gli mancherebbe la possibilità di esprimere anche l'altro volto che lo caratterizza, quello di essere «"Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco d’amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione"» (cfr. Es 34,6-7). Ecco, allora, l'altro significato della giustizia di Dio, prendersi cura di tutti i suoi figli: giusti, come Noè (6,9) o Abramo (15,6), magari anche op­pressi (come il popolo ebraico; cfr. Es 2,23-25) e ingiusti perché idolatri e violenti e quindi peccatori. Dio, pertanto, è giusto nella misura in cui è misericordioso verso tutti, concedendo i frutti della sua misericordia quali il perdono, la liberazione, la pace, la fecondità, il benessere, ecc.

La tradizione ebraica af­ferma che Dio, dopo aver creato il mondo secondo giustizia, lo governa appellandosi alla sua misericor­dia. Solo così, infatti, può comunicare la sua vita e la sua benedizione al mondo (cfr. Rm 1,17; 3,2; ls; 10,3).

Inospitalità di Sodoma (capitolo 19)

Capitolo 19

1I due angeli arrivarono a Sòdoma sul far della sera, mentre Lot stava seduto alla porta di Sòdoma. Non appena li ebbe visti, Lot si alzò, andò loro incontro e si prostrò con la faccia a terra. 2E disse: "Miei signori, venite in casa del vostro servo: vi passerete la notte, vi laverete i piedi e poi, domattina, per tempo, ve ne andrete per la vostra strada". Quelli risposero: "No, passeremo la notte sulla piazza". 3Ma egli insistette tanto  che vennero da lui ed entrarono nella sua casa. Egli preparò per loro un banchetto, fece cuocere pani azzimi e così mangiarono.

4Non si erano ancora coricati, quand'ecco gli uomini della città, cioè gli abitanti di Sòdoma, si affollarono attorno alla casa, giovani e vecchi, tutto il popolo al completo. 5Chiamarono Lot e gli dissero: "Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo abusarne!". 6Lot uscì verso di loro sulla soglia e, dopo aver chiuso la porta dietro di sé, 7disse: "No, fratelli miei, non fate del male! 8Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all'ombra del mio tetto".9Ma quelli risposero: "Tìrati via! Quest'individuo è venuto qui come straniero e vuol fare il giudice! Ora faremo a te peggio che a loro!". E spingendosi violentemente contro quell'uomo, cioè contro Lot, si fecero avanti per sfondare la porta.

10Allora dall'interno quegli uomini sporsero le mani, si trassero in casa Lot e chiusero la porta; 11colpirono di cecità gli uomini che erano all'ingresso della casa, dal più piccolo al più grande, così che non riuscirono a trovare la porta.

12Quegli uomini dissero allora a Lot: "Chi hai ancora qui? Il genero, i tuoi figli, le tue figlie e quanti hai in città, falli uscire da questo luogo. 13Perché noi stiamo per distruggere questo luogo: il grido innalzato contro di loro davanti al Signore è grande e il Signore ci ha mandato a distruggerli". 

14Lot uscì a parlare ai suoi generi, che dovevano sposare le sue figlie, e disse:

"Alzatevi, uscite da questo luogo, perché il Signore sta per distruggere la città!". Ai suoi generi sembrò che egli volesse scherzare.

15Quando apparve l'alba, gli angeli fecero premura a Lot, dicendo: "Su, prendi tua moglie e le tue due figlie che hai qui, per non essere travolto nel castigo della città". 16Lot indugiava, ma quegli uomini presero per mano lui, sua moglie e le sue due figlie, per un grande atto di misericordia del Signore verso di lui; lo fecero uscire e lo condussero fuori della città. 17Dopo averli condotti fuori, uno di loro disse: "Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti dentro la valle: fuggi sulle montagne, per non essere travolto!". 18Ma Lot gli disse: "No, mio signore! 19Vedi, il tuo servo ha trovato grazia ai tuoi occhi e tu hai usato grande bontà verso di me salvandomi la vita, ma io non riuscirò a fuggire sul monte, senza che la sciagura mi raggiunga e io muoia. 20Ecco quella città: è abbastanza vicina perché mi possa rifugiare là ed è piccola cosa! Lascia che io fugga lassù - non è una piccola cosa? - e così la mia vita sarà salva". 21Gli rispose: "Ecco, ti ho favorito anche in questo, di non distruggere la città di cui hai parlato. 22Presto, fuggi là, perché io non posso far nulla finché tu non vi sia arrivato". Perciò quella città si chiamò Soar.

23Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Soar, 24quand'ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco provenienti dal Signore. 25Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. 26Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale.

27Abramo andò di buon mattino al luogo dove si era fermato alla presenza del Signore; 28contemplò dall'alto Sòdoma e Gomorra e tutta la distesa della valle e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace. 29Così, quando distrusse le città della valle, Dio si ricordò di Abramo e fece sfuggire Lot alla catastrofe, mentre distruggeva le città nelle quali Lot aveva abitato. 30Poi Lot partì da Soar e andò ad abitare sulla montagna con le sue due figlie, perché temeva di restare a Soar, e si stabilì in una caverna con le sue due figlie. 31Ora la maggiore disse alla più piccola: "Nostro padre è vecchio e non c'è nessuno in questo territorio per unirsi a noi, come avviene dappertutto. 32Vieni, facciamo bere del vino a nostro padre e poi corichiamoci con lui, così daremo vita a una discendenza da nostro   padre". 33Quella notte fecero bere del vino al loro padre e la maggiore andò a coricarsi con il padre; ma egli non se ne accorse, né quando lei si coricò né quando lei si alzò. 

34All'indomani la maggiore disse alla più piccola: "Ecco, ieri io mi sono coricata con nostro padre: facciamogli bere del vino anche questa notte e va' tu a coricarti con lui; così daremo vita a una discendenza da nostro padre". 35Anche quella notte fecero bere del vino al loro padre e la più piccola andò a coricarsi con lui; ma egli non se ne accorse, né quando lei si coricò né quando lei si alzò. 36Così le due figlie di Lot rimasero incinte del loro padre. 37La maggiore partorì un figlio e lo chiamò Moab. Costui è il padre dei Moabiti, che esistono ancora oggi. 38Anche la più piccola partorì un figlio e lo chiamò "Figlio del mio popolo". Costui è il padre degli Ammoniti, che esistono ancora oggi.

L

a discussione tra il Signore e Abramo (capitolo 18) resta sospesa nel finale. Si dice solo che i due, concluso il dialogo, si separano.

Fallita la mediazione di Abramo è ora il tempo del giudizio di Dio.

La folla cerca di violare la sacra legge dell’ospitalità (19, 5-10), ma è colpita “di cecità” (19, 11). La luce è simbolo di Dio; essa illu­mina il giusto e acceca l’empio. In quella cecità momentanea degli abitanti di Sodoma, si anticipa la potenza del giudizio che tra poco si scatenerà con un cataclisma dalle proporzioni gigantesche. Ad esso si sottrarrà solo il giusto Lot e la sua famiglia. Come Noè, egli è salvato dal giudizio divino che ora è attuato non attraverso l’irruzione delle acque, ma con il fuoco.

Mentre Lot e la sua famiglia escono da Sodoma e la città comincia a rovinare, la moglie di Lot, della quale non si cita il nome, si volta e diventa una statua di sale (19, 26). Ci sono momenti al seguito del Signore, quando la strada si fa più sconosciuta o più faticosa, nei quali il ricordo del passato diventa opprimente. Viene allora la tentazione di voltarsi indietro, di allontanare gli occhi da Dio che guida il cammino, per dare un ultimo sguardo alle cose care, a ciò che un tempo era tutto e che ora deve essere abbandonato. Nasce così la malinconia, la voglia di guardare indietro, il rimpianto. Allora è la fine. La distruzione di Sodoma è equivalente a quella della moglie di Lot. La condanna è l’infecondità, perché sul sale non nasce nulla. Seguire Dio a malin-cuore, seguirlo senza comprendere che si tratta di un dono, significa inaridire. Non è possibile camminare con il Signore convinti di rimetterci qualcosa. Non è possibile recriminare e stare come amico accanto ad uno che salva donando tutto se stesso.

Il fatto che si salvino Lot, la sua fami­glia e la menzione alla località di Zoar (Piccola Borgata)è segno che "un piccolo resto" si salva. Segno positivo che può dare speranza al cammino del popolo ebraico e del­l'umanità!

L'episodio che viene raccontato nei versetti 30-38 è del tutto inconciliabile con la mentalità occidentale odierna, ed è giustifica­to solamente con l'importanza che si dava, nel mondo orientale di allora, alla discendenza. Il racconto del resto tende a giustificare la presenza accanto ad Israele di altri popoli da sempre ritenuti antipatici: i Moabiti e gli Ammoniti. L'autore sacro ne dà una spiegazione facendo risalire le loro origini al frutto di un incesto.

Leggendo tra le righe il messaggio religioso, ci accorgiamo di essere di fronte ad un atteggiamento abituale nel mondo non credente. Non possedendo difatti i canali normali per i quali passano le grazie di Dio, chi non crede cerca di ottenere gli stessi risultati usando i mezzi umani. Il Signore ha promesso ad Abramo una discendenza, le figlie di Lot, per non essere da meno e per non far scomparire il loro padre davanti ad Abramo, compiono con la forza e con l'astuzia quello che Dio ha promesso ad Abramo per un dono della sua grazia.

Ogni mezzo che aiuti a raggiungere un certo fine considerato positivo è lecito per chi, non avendo avuto benedizione dal Signore, cerca di ottenerla a modo suo. L'obiettivo è sempre appetibile, che sia la pace, la gioia, la serenità, lo spirito di fratellanza, il servizio fraterno: queste sono ricchezze che ognuno avverte come tali, ma, essendo frutti dell'amore di Dio, si possono ottenere in maniera duratura solo rimanendo accanto a Lui. Volerli guadagnare da soli significa rubarli o approfittarsene con la conseguenza che il risultato che si ottiene è limitato nel tempo e nello spazio.

Sara insidiata da Abimèlec (capitolo 20)

Capitolo 20

1Abramo levò le tende, dirigendosi nella regione del Negheb, e si stabilì tra Kades e Sur; poi soggiornò come straniero a Gerar. 2Siccome Abramo aveva detto della moglie Sara: "È mia sorella", Abimèlec, re di Gerar, mandò a prendere Sara. 3Ma Dio venne da Abimèlec di notte, in sogno, e

gli disse: "Ecco, stai per morire a causa della donna che tu hai preso; lei appartiene a suo marito". 4Abimèlec, che non si era ancora accostato a lei, disse: "Mio Signore, vuoi far morire una nazione, anche se giusta?

5Non è stato forse lui a dirmi: "È mia sorella"? E anche lei ha detto: "È mio fratello". Con cuore retto e mani innocenti mi sono comportato in questo modo". 6Gli rispose Dio nel sogno: "So bene che hai agito così con cuore retto e ti ho anche impedito di peccare contro di me: perciò non ho permesso che tu la toccassi. 7Ora restituisci la donna di quest'uomo, perché è un profeta: pregherà per te e tu vivrai. Ma se tu non la restituisci, sappi che meriterai la morte con tutti i tuoi".

8Allora Abimèlec si alzò di mattina presto e chiamò tutti i suoi servi, ai quali riferì tutte queste cose, e quegli uomini si impaurirono molto. 9Poi Abimèlec chiamò Abramo e gli disse: "Che cosa ci hai fatto? E che colpa ho commesso contro di te, perché tu abbia esposto me e il mio regno a un peccato tanto grande? Tu hai fatto a mio riguardo azioni che non si fanno". 10Poi Abimèlec disse ad Abramo: "A che cosa miravi agendo in tal modo?". 11Rispose Abramo: "Io mi sono detto: certo non vi sarà timor di Dio in questo luogo e mi uccideranno a causa di mia moglie. 12Inoltre ella è veramente mia sorella, figlia di mio padre, ma non figlia di mia madre, ed è divenuta mia moglie.

13Quando Dio mi ha fatto andare errando lungi dalla casa di mio padre, io le dissi: "Questo è il favore che tu mi farai: in ogni luogo dove noi arriveremo dirai di me: è mio fratello"".

14Allora Abimèlec prese greggi e armenti, schiavi e schiave, li diede ad Abramo e gli restituì la moglie Sara. 15Inoltre Abimèlec disse: "Ecco davanti a te il mio territorio: va' ad abitare dove ti piace!". 16A Sara disse: "Ecco, ho dato mille pezzi d'argento a tuo fratello: sarà    .

per te come un  risarcimento di fronte a quanti sono con te. Così tu sei in tutto riabilitata". 17Abramo pregò Dio e Dio guarì Abimèlec, sua moglie e le sue serve, sì che poterono ancora aver figli. 18Il Signore, infatti, aveva reso sterili tutte le donne della casa di Abimèlec, per il fatto di Sara, moglie di Abramo.

I

n questo racconto, Abramo si rivela come un seminomade: ad una residenza in cui soggiorna più a lungo (le querce di Mamre), alterna trasferimenti verso altri centri, soprattutto quando incombe il rischio della carestia. Ora lo vediamo in movimento verso il deserto meridionale, il Negheb, alla volta di una cit­tà cananea “Gerar” tra Kades e Sur.  Kades si trova all’estremo sud di questo deserto nei pressi di una sorgente; questa loca­lità è una tappa importante nella storia dell’Esodo (Es. 17, 1-17; Numeri 11, 1-13).  Sur, indica la parte desertica settentrio­nale della penisola del Sinai.  La localizzazione di Gerar, non è certa, ma si pensa che si trovasse a qualche chilometro a sud dell’attuale città di Gaza. 

Si ripete per certi versi ciò che abbiamo già visto accadere nel cap. 12 (vv. 10-20), quando Abramo era sceso in Egitto: se­condo alcuni studiosi si tratterebbe dello stesso episodio rife­rito da diverse tradizioni con varianti. Appare di nuovo la tentazione di ricorrere alla furbizia piuttosto che alla fede nel Signore. Anche qui il Patriarca, per accattivarsi la benevolenza del re locale Abimelech, presenta Sara come sua sorella.

Per impedire un errore, Dio minaccia il Re per il peccato di aver preso la moglie del suo prossimo  (IX comandamento).  Il sovrano reagisce opponen­do la sua buona fede e proclama la rettitudine del suo operato. Il pagano Abime­lech rivela un suo rigore morale,  è destina-tario di una ri­velazione divina ed è raf­figurato come dotato di grande generosità. Abramo, invece, dominato dalla paura e preoccupato della sua incolumità. Ricorre ad una spiegazione un po’ artificiosa per giustificarsi, dichiarando Sara sorella solo per parte di padre.

Nascita di Isacco e cacciata di Agar e di Ismaele (21, 1-21)

Capitolo 21

1 Il Signore visitò Sara, come aveva detto, e fece a Sara come aveva promesso. 2Sara concepì e partorì ad Abramo un figlio nella vecchiaia, nel tempo che Dio aveva fissato.

3Abramo chiamò Isacco il figlio che gli era nato, che Sara gli aveva partorito. 4Abramo circoncise suo figlio Isacco quando questi ebbe otto giorni, come Dio gli aveva comandato.      5Abramo aveva cento anni quando gli nacque il figlio Isacco. 6Allora Sara disse: "Motivo di lieto riso mi ha dato Dio: chiunque lo saprà riderà lietamente di me!". 7Poi disse: "Chi avrebbe mai detto ad Abramo che Sara avrebbe allattato figli? Eppure gli ho partorito un figlio nella sua vecchiaia!".

8Il bambino crebbe e fu svezzato e Abramo fece un grande banchetto quando Isacco fu svezzato. 9Ma Sara vide che il figlio di Agar l'Egiziana, quello che lei aveva partorito ad Abramo, scherzava con il figlio Isacco. 10Disse allora ad Abramo: "Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco". 11La cosa sembrò un gran male agli occhi di Abramo

12Ma Dio disse ad Abramo: "Non sembri male ai tuoi occhi questo, riguardo al fanciullo e alla tua schiava: ascolta la voce di Sara in tutto quello che ti dice, perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe. 13Ma io farò diventare una nazione anche il figlio della schiava, perché è tua discendenza".

14Abramo si alzò di buon mattino, prese il pane e un otre d'acqua e li diede ad Agar, caricandoli sulle sue spalle; le consegnò il fanciullo e la mandò via. Ella se ne andò e si smarrì per il deserto di Bersabea. 15Tutta l'acqua dell'otre era venuta a mancare. Allora depose il fanciullo sotto un cespuglio 16e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d'arco, perché diceva: "Non voglio veder morire il fanciullo!". Sedutasi di fronte, alzò la voce e pianse. 17Dio udì la voce del fanciullo e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: "Che hai, Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del fanciullo là dove si trova. 18Àlzati, prendi il fanciullo e tienilo per mano, perché io ne farò una grande nazione". 19Dio le aprì gli occhi ed ella vide un pozzo d'acqua.

Allora andò a riempire l'otre e diede da bere al fanciullo. 20E Dio fu con il fanciullo, che crebbe e abitò nel deserto e divenne un tiratore d'arco. 21Egli abitò nel deserto di Paran e sua madre gli prese una moglie della terra d'Egitto.

S

iamo a una grande svolta: la promessa divina della discendenza si adempie. Sara è “visitata” dal Signore della vita che dona a lei, sterile, e a suo marito, vecchio, un figlio che, secondo l’impegno dell’alleanza con Dio (17,12), è circonciso l’ottavo giorno.  Il nome Isacco imposto al bambino gioca sull’assonanza col verbo ebraico sahaq, che indica il riso, l’allegria, la danza e significa “JHWH sorride”. Al ridere incredulo di Sara e di Abramo  (17,17; 18,12-15)  ora si sostituisce il riso di Dio. La nascita del bambino è un inno al trionfo di Dio, un canto alla sua potenza. E’ una meraviglia del Signore.

Disputa tra Abramo e Abimèlec(21, 22-33)

22In quel tempo Abimèlec con Picol, capo del suo esercito, disse ad Abramo: "Dio è con te in quello che fai. 23Ebbene, giurami qui per Dio che tu non ingannerai né me né la mia prole né i miei discendenti: come io ho agito lealmente con te, così tu agirai con me e con la terra nella quale sei ospitato". 24Rispose Abramo: "Io lo giuro". 25Ma Abramo rimproverò Abimèlec a causa di un pozzo d'acqua, che i servi di Abimèlec avevano usurpato. 26Abimèlec disse: "Io non so chi abbia fatto    questa cosa: né tu me ne hai informato né io ne ho sentito parlare prima d'oggi". 27Allora Abramo prese alcuni capi del gregge e dell'armento e li diede ad Abimèlec: tra loro due conclusero un'alleanza. 28Poi Abramo mise in disparte sette agnelle del gregge. 29Abimèlec disse ad Abramo: "Che significano quelle sette agnelle che hai messo in disparte?". 30Rispose: "Tu accetterai queste sette agnelle dalla mia mano, perché ciò mi valga di testimonianza che ho scavato io questo pozzo". 31Per questo    quel luogo si chiamò Bersabea, perché là fecero giuramento tutti e due. 32E dopo che ebbero concluso l'alleanza a Bersabea, Abimèlec si alzò con Picol, capo del suo esercito, e ritornarono nel territorio dei Filistei. 33Abramo piantò un tamerisco a Bersabea, e lì invocò il nome del Signore, Dio dell'eternità. 34E visse come forestiero nel territorio dei Filistei per molto tempo.

I

l diritto di uso dei pozzi era vitale per i nomadi e i loro greggi: spesso si verificavano tensioni a questo riguardo tra i pastori.  Il nostro testo registra ap­punto conflitti tra i servi di Abimelech e quelli di Abramo.  Per risolvere la questione è solennemente stipulata un’intesa; il segno dell’accordo raggiunto è rap­presentato da sette agnelle, una specie di risarcimento simbolico. Presso questo pozzo Abramo pianta una tamerice (che indica pos­sesso) e invoca il nome del Signore eterno.

Bersabea si trova nel Negheb, nel sud della terra di Canaan. Il nome “Bersabea” (dall’ebraico beer=“pozzo” e shebaa=“sette” o anche “giuramento”) può significare “pozzo del giuramento” o “pozzo delle sette (agnelle)” (cfr. Gen 26,33).

Abramo rinuncia al suo futuro (capitolo 22)

Capitolo 22

1 Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: "Abramo!". Rispose: "Eccomi!". 2Riprese: "Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va' nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò".

3Abramo si alzò di buon mattino, sellò l'asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l'olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato. 4Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo. 5Allora Abramo disse ai suoi servi: "Fermatevi qui con l'asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi". 6Abramo prese la legna dell'olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il  coltello, poi proseguirono tutti e due insieme. 7Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: "Padre mio!". Rispose: "Eccomi, figlio mio". Riprese: "Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov'è l'agnello per l'olocausto?". 8Abramo rispose: "Dio stesso si provvederà l'agnello per l'olocausto, figlio mio!". Proseguirono tutti e due insieme.

9Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l'altare, collocò la legna, legò suo figlio Isacco e lo depose sull'altare, sopra la legna. 10Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. 11Ma l'angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: "Abramo, Abramo!". Rispose: "Eccomi!”.

12L'angelo disse: "Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito". 13Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l'ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. 14Abramo chiamò quel luogo "Il Signore vede"; perciò oggi si dice: "Sul monte il Signore si fa vedere".

15L'angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta 16e disse: "Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, 17io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. 18Si diranno benedette nella tua discen-denza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce".

19Abramo tornò dai suoi servi; insieme si misero in cammino verso Bersabea e Abramo abitò a Bersabea. 20Dopo queste cose, fu annunciato ad Abramo che anche Milca aveva partorito figli a Nacor, suo fratello: 21Us, il primogenito, e suo fratello Buz e Kemuèl, il padre di Aram, 22e Chesed, Azo, Pildas, Idlaf e Betuèl. 23Betuèl generò Rebecca. Milca partorì questi otto figli a Nacor, fratello di Abramo. 24Anche la sua concubina, chiamata Reumà, partorì figli: Tebach, Gacam, Tacas e Maacà.

C

’è un momento in cui la fede di Abramo è messa a dura prova (v.1).

Un giorno, senza preavviso, l'uomo che ha così spesso dubitato della promessa divina e che ha aspettato un quarto di secolo per avere un figlio da sua moglie, riceve da Dio un ordine che lo obbliga a compiere ciò che il suo istinto paterno gli proibisce assolutamente di fare: immolare Isacco in sacrificio cruento sulla montagna di Moria e bruciarne poi il corpo come offerta al Signore. L’ordine di Dio nel v. 2, lek-leka = “vattene da-verso”, richiama quello di 12,1. Là l’ordine di Yhwh chiedeva ad Abramo di lasciare dietro di sé il suo passato, qui gli chiede di cancellare il suo futuro. L’anziano patriarca ha lasciato tutte le sue sicurezze, si è fidato di Dio per andare a vivere nella terra di Canaan (cfr. 12, 1ss); ora lo stesso Dio gli chiede di annientare tutto ciò che ha costruito dopo aver obbedito alla sua Parola.

Al pellegrinaggio esteriore corrisponde adesso quello interiore.

Isacco è il "finalmente" di Abra­mo, il suo respiro di sollievo, la sua sicurezza, il suo punto d'appoggio. Il racconto ne mette in risalto l’unicità; è il figlio della vecchiaia, il patriarca non può aspettarsi un altro figlio. Se Isacco muore, anche il padre muore, diventa un uomo senza futuro la cui morte effettiva sigilla ciò che è stato già deciso.

Per l’anziano patriarca la richiesta di Dio vuol dire:

     privarsi dell'unico appoggio che fonda la fede stes­sa, accettando che Dio sia tale non solo quando dona ma anche quando chiede;

     amare talmente Dio da metterlo al primo posto, anche al posto del figlio unico e amato;

     accettare la misteriosità di un Dio che dona e poiesige indietro quanto gli ha dato.

Abramo prosegue sul cammino di Dio, sul cammino della fede anche se in apparenza conduce nel vuoto.

Nella Bibbia la “prova” (che può diven­tare “tentazione”) pone l'uomo nella condizione di essere conosciuto fino in fondo da Dio, perché è un processo di rivelazione di ciò che l'uomo è nel profondo del suo essere. Attraverso la prova Abramo può esprimere concretamente se ama Dio sopra ogni cosa (v. 12:«Ora so che temi Dio »). E’ bene precisare che per “timore di Dio” non s’intende “aver paura di Dio”, ma “accogliere la sua presenza” con un atteg­giamento d’obbedienza, riconoscendolo Signore del­la propria vita in ogni momento. Temere Dio signi­fica dire: "Mi accetto liberamente creatura in mano al Creatore, sempre e in ogni caso".

Sacrificare il figlio, per Abramo significa restituire a Dio quello che ha rag­giunto con fatica e sudore, per non appropriarsene, per non dire “è mio”. Si comprende così perché l’anziano patriarca possa essere considerato il vero Adam. Mentre quest’ultimo ha voluto appropriarsi del dono ricevuto da Dio (cfr. 3,1-6), chiudendosi la por­ta alla vera comunione con lui (3,22-24), il patriarca ebreo accetta di restituire a Dio il dono ricevuto: solo così Isacco resta figlio della promessa, cioè donodi Dio e come tale, alla fine di questo cammi­no di espropriazio-ne/sacrifìcio, viene ri-donato di nuovo al padre, il quale sa che non potrà mai appropriarsi di lui. Isacco è un dono fatto da Dio e tale deve restare.

Tutto questo, porta Dio e Abramo al riconosci­mento reciproco, espresso al v. 14 con il verbo "ve­dere".

L’esperienza vissuta ha tolto all’anziano patriarca una paternità limitata per donargliene una più ampia. Abramo era pronto a sacrificare il suo primogenito, ma Dio non lo ha voluto, perché il suo progetto era quello di preparare un grande futuro. Dio non toglie mai per togliere, bensì per donare; non chiede il lasciare come fine a sé stesso, ma come mezzo per una libertà più grande, che sia aiuto per una crescita nell’amore (vv. 16-18).

Morte e sepoltura di Sara(capitolo 23)

Capitolo 23

1Gli anni della vita di Sara furono centoventisette: questi furono gli anni della vita di Sara. 2Sara morì a Kiriat-Arbà, cioè Ebron, nella terra di Canaan, e Abramo venne a fare il lamento per Sara e a piangerla.

3Poi Abramo si staccò dalla salma e parlò agli Ittiti: 4"Io sono forestiero e di passaggio in mezzo a voi. Datemi la proprietà di un sepolcro in mezzo a voi, perché io possa portar via il morto e seppellirlo". 5Allora gli Ittiti risposero ad Abramo dicendogli: 6"Ascolta noi, piuttosto, signore. Tu sei un principe di Dio in mezzo a noi: seppellisci il tuo morto nel migliore dei nostri sepolcri. Nessuno di noi ti proibirà di seppellire il tuo morto nel suo sepolcro".

7Abramo si alzò, si prostrò davanti al popolo della regione, davanti agli Ittiti, 8e parlò loro: "Se è secondo il vostro desiderio che io porti via il mio morto e lo seppellisca, ascoltatemi e insistete per me presso Efron, figlio   di Socar, 9perché mi dia la sua caverna di Macpela, che è all'estremità del suo campo. Me la ceda per il suo prezzo intero come proprietà sepolcrale in mezzo a voi". 10Ora Efron stava seduto in mezzo agli Ittiti. Efron l'Ittita rispose ad Abramo, mentre lo ascoltavano gli Ittiti, quanti erano convenuti alla porta della sua città, e disse: 11"Ascolta me, piuttosto, mio   signore: ti cedo il campo con la caverna che vi si trova, in presenza dei figli del mio popolo te la cedo: seppellisci il tuo morto". 12Allora Abramo  si prostrò a lui alla presenza del popolo della regione. 13Parlò a Efron, mentre lo ascoltava il popolo della regione, e disse: "Se solo       mi volessi ascoltare: io ti do il prezzo del campo. Accettalo da me, così là seppellirò il mio morto". 14Efron rispose ad Abramo: 

15"Ascolta me piuttosto, mio signore: un terreno del valore di quattrocento sicli d'argento che cosa è mai tra me e te? Seppellisci dunque il tuo morto".

16Abramo accettò le richieste di Efron e Abramo pesò a Efron il prezzo che questi aveva detto, mentre lo ascoltavano gli Ittiti, cioè quattrocento sicli d'argento, secondo la misura in corso sul mercato. 17Così il campo di Efron, che era a Macpela, di fronte a Mamre, il campo e la caverna che vi si trovava e tutti gli alberi che erano dentro il campo e intorno al suo  limite 18passarono in proprietà ad Abramo, alla presenza degli Ittiti, di     quanti erano convenuti alla porta della città. 19Poi Abramo seppellì Sara, sua moglie, nella caverna del campo di Macpela di fronte a Mamre, cioè Ebron, nella terra di Canaan. 20Il campo e la caverna che vi si trovava passarono dagli Ittiti ad Abramo in proprietà sepolcrale.

A

127 anni Sara muore e Abramo è davanti alla salma di sua moglie cui deve tributare le onoranze funebri. Nell’antico mondo orientale le onoranze funebri comportavano un particolare rituale. Oltre al pianto e ai lamenti vi erano molti altri segni del lutto. Ma soprattutto era necessario acquistare la grotta per la se­poltura: il sepolcro era con­siderato come l’ingresso al soggiorno definitivo del defunto con i suoi antenati e familiari. La privazione della sepoltura era, perciò, la peggiore sventura, perché costringeva il defunto a non avere pace, vagando lontano dal luogo in cui i padri e i fa­miliari si sarebbero ritrovati per sempre.

Sara muore in terra di Canaan, non vede il compimento della promessa. Abramo compra un fazzoletto di terra a Macpela, per la sua sepoltura, un pezzettino solo, che ne ospiti la tomba; in questo modo Sara non è sepolta in terra straniera, bensì in terra già di Abramo, che vi sarà sepolto a sua volta. Per l’anziano patriarca è un importante anticipo di terra; è un pegno, una caparra che stabilisce il diritto d’Israele ad occupare il Paese, un seme piccolissimo destinato a diventare un albero grande. E’ l’anticipazione di un compimento: basta un pezzetto, basta una tomba, per garantire che Dio onorerà la promessa che ha fatto. E sarà qui che verranno sepolti anche tutti gli altri patriarchi, per questo diverrà santa. Israele ha inizio da un pugno di terra consacrata dalla carne sepolta dei suoi santi.