CHI È SOVRANO?

Le dieci piaghe (7,6-14,31) 

Fino a questo punto ci sono state soltanto promesse. I "segni" del potere affidato a Mosè (cfr. Es 4,1-9) sono stati effettuati solo per gli Israeliti, non per il faraone; Mosè e Aronne sono stati sbeffeggiati e smentiti sia dal popolo sia dagli Egiziani. Il «bastone di Dio» con tutto il suo potere trasformante e le sue «voci» è rimasto inerte, mentre l'unica voce convincente sembra restare quella del «bastone» degli aguzzini. Adesso, finalmente, arriviamo al grande scontro diretto tra il faraone e JHWH, che vuole liberare il suo popolo. La posta in gioco è alta: chi è il «sovrano» d'Israele e quindi detiene i diritti sul «servizio» degli Israeliti? Il faraone, che conosce solo la logica della schiavitù, oppure JHWH che chiama Israele a un servizio cultuale? Più radical-mente, si tratta di conoscere chi è JHWH; fino ad ora il faraone ha detto arrogantemente di non conoscerlo, mentre gli Israeliti conosco-no il suo nome, ma non sanno ancora che cosa è capace di fare.

Nel suo stadio finale il testo è una grandiosa costruzione artistico-teologica che, come un arco, va dalla schiavitù alla libertà e si svolge in dieci manifestazioni del potere di JHWH precedute dal segno del bastone che si trasforma in serpente e culminanti nel miracolo del mare. Dapprima JHWH offre al faraone tutte le opportunità per poter cambiare e diventare collaboratore del suo progetto di liberazione, ma questa prima fase approda al fallimento per l'ostinazione dell'uomo (7,6-11,10); l'incontro rifiutato diventa poi scontro inevitabile e dalle controversie si passa ad un giudizio, che comporta inevitabilmente una sentenza di vita e di morte: libertà per gli Israeliti, annientamento degli Egiziani (12,1-14,31). JHWH non solo si fa riconoscere dal faraone, ma si rivela come Creatore della natura e della storia, sovrano non solo d'Israele, ma anche dell'Egitto e dell'intero universo, che non conosce né rivali divini né umani.

Con un titolo consacrato dall'uso, questa sezione viene intitolata «Le Piaghe d'Egitto», anche se il testo biblico utilizza solo per la decima questo termine che significa "percossa che può portare alla morte"; più precisa­mente, sarebbe il caso di parlare di "colpi", dato che il verbo della loro esecuzione è "colpire". 

Nel testo si parla di:

·   "segni" (7,3; 10,1.2): rivelano il potere di Dio nella creazione, nella storia e nel culto.

· "prodigi" (7,3.9; 11,9.10): termine che designa un segno anticipatorio («prodigium» significa "dire prima"), un simbolo da interpretare come un avvertimento, soprattutto nell'ambito di un'azione profetica. Il fine di questi prodigi è il riconoscimento di JHWH come «Signore» (Ne 9,10).

·          solo una volta si usa il termine più generico di "flagello" (9,14), che letteralmente significa «colpo», «strage»

I primi nove "segni" si distinguono dalla decima "piaga" sia per la terminologia sia per i differenti esiti. Pur facendo riferimento a fenomeni legati all'ambiente, essi sono narrati in forma prodigiosa e si concluderanno con la decisione presa da Mosè di non comparire più davanti al faraone (10,29), e quindi di partire con i suoi.

La piaga della morte dei primogeniti non è riconducibile a nessun fenomeno climatico o ecologico dell'Egitto; essa è un segno divino di rivelazione e di giudizio e porterà all'espulsione degli Ebrei (12,31-33). 

Primo prodigio: il bastone si trasforma in serpente (7,6-13)

6Mosè e Aronne eseguirono quanto il Signore aveva loro comandato; così fecero. 7Mosè aveva ottant'anni e Aronne ottantatré, quando parlarono al faraone. 8Il Signore disse a Mosè e ad Aronne: 9"Quando il faraone vi chiederà di fare un prodigio a vostro sostegno, tu dirai ad Aronne: "Prendi il tuo bastone e gettalo davanti al faraone e diventerà un serpente!"". 10Mosè e Aronne si recarono dunque dal faraone ed eseguirono quanto il Signore aveva loro comandato: Aronne gettò il suo bastone davanti al faraone e ai suoi ministri ed esso divenne un serpente. 11A sua volta il faraone convocò i sapienti e gli incantatori, e anche i maghi dell'Egitto, con i loro sortilegi, operarono la stessa cosa. 12Ciascuno gettò il suo bastone e i bastoni divennero serpenti. Ma il bastone di Aronne inghiottì i loro bastoni. 13Però il cuore del faraone si ostinò e non diede loro ascolto, secondo quanto aveva detto il Signore.

La sezione si apre con una sorta di sommario, che rias­sume quanto faranno Mosè e Aronne ed evidenzia la loro azione in perfetta obbedienza agli ordini di JHWH. Notiamo che tutta la vita di Mosè viene scandita da tre «quaresime»: a quaranta anni «esce» dalla corte egi­ziana, a ottanta «esce» per liberare Israele, infine «esce» definitivamente di scena a 120 anni (cfr. Dt 34,7).

Il primo "prodigio" consiste nella trasformazione del bastone di Mosè in un serpente mostruoso, o "drago" (7,10). La scelta di questo sinonimo più mitolo­gico e poetico è alquanto evocativa, perché Tannin, Leviatan e Raab, erano i mostri degli abissi marini, personificazioni delle po­tenze primordiali del caos. il faraone scimmiotta Jhwh, convocando i suoi maghi e sapienti che operano la stessa trasforma­zione, ma il fatto che il bastone di Aronne inghiotta i bastoni dei maghi Egiziani indica la superiorità del potere di Jhwh. Come previsto da Dio, il faraone non viene mini­mamente smosso da questa prova di forza.

La prima terna di piaghe (7,14-8,15)

14Il Signore disse a Mosè: "Il cuore del faraone è irremovibile: si rifiuta di lasciar partire il popolo. 15Va' dal faraone al mattino, quando uscirà verso le acque. Tu starai ad attenderlo sulla riva del Nilo, tenendo in mano il bastone che si è cambiato in serpente. 16Gli dirai: "Il Signore, il Dio degli Ebrei, mi ha inviato a dirti: Lascia partire il mio popolo, perché possa servirmi nel deserto; ma tu finora non hai obbedito. 17Dice il Signore: Da questo fatto saprai che io sono il Signore; ecco, con il bastone che ho in mano io batto un colpo sulle acque che sono nel Nilo: esse si muteranno in sangue. 18I pesci che sono nel Nilo moriranno e il Nilo ne diventerà fetido, così che gli Egiziani non potranno più bere acqua dal Nilo!"". 19Il Signore disse a Mosè: "Di' ad Aronne: "Prendi il tuo bastone e stendi la mano sulle acque degli Egiziani, sui loro fiumi, canali, stagni e su tutte le loro riserve di acqua; diventino sangue e ci sia sangue in tutta la terra d'Egitto, perfino nei recipienti di legno e di pietra!"".

20Mosè e Aronne eseguirono quanto aveva ordinato il Signore: Aronne alzò il bastone e percosse le acque che erano nel Nilo sotto gli occhi del faraone e dei suoi ministri. Tutte le acque che erano nel Nilo si mutarono in sangue. 21I pesci che erano nel Nilo morirono e il Nilo ne divenne fetido, così che gli Egiziani non poterono più berne le acque. Vi fu sangue in tutta la terra d'Egitto. 22Ma i maghi dell'Egitto, con i loro sortilegi, operarono la stessa cosa. Il cuore del faraone si ostinò e non diede loro ascolto, secondo quanto aveva detto il Signore. 23Il faraone voltò le spalle e rientrò nella sua casa e non tenne conto neppure di questo fatto. 24Tutti gli Egiziani scavarono allora nei dintorni del Nilo per attingervi acqua da bere, perché non potevano bere le acque del Nilo. 25Trascorsero sette giorni da quando il Signore aveva colpito il Nilo.

26Il Signore disse a Mosè: "Va' a riferire al faraone: "Dice il Signore: Lascia partire il mio popolo, perché mi possa servire! 27Se tu rifiuti di lasciarlo partire, ecco, io colpirò tutto il tuo territorio con le rane: 28il Nilo brulicherà di rane; esse usciranno, ti entreranno in casa, nella camera dove dormi e sul tuo letto, nella casa dei tuoi ministri e tra il tuo popolo, nei tuoi forni e nelle tue madie. 29Contro di te, contro il tuo popolo e contro tutti i tuoi ministri usciranno le rane"".

Capitolo 8

1 Il Signore disse a Mosè: "Di' ad Aronne: "Stendi la mano con il tuo bastone sui fiumi, sui canali e sugli stagni e fa' uscire le rane sulla terra d'Egitto!"". 2Aronne stese la mano sulle acque d'Egitto e le rane uscirono e coprirono la terra d'Egitto. 3Ma i maghi, con i loro sortilegi, operarono la stessa cosa e fecero uscire le rane sulla terra d'Egitto.

4Il faraone fece chiamare Mosè e Aronne e disse: "Pregate il Signore che allontani le rane da me e dal mio popolo; io lascerò partire il popolo, perché possa sacrificare al Signore!". 5Mosè disse al faraone: "Fammi l'onore di dirmi per quando io devo pregare in favore tuo e dei tuoi ministri e del tuo popolo, per liberare dalle rane te e le tue case, in modo che ne rimangano soltanto nel Nilo". 6Rispose: "Per domani". Riprese: "Sia secondo la tua parola! Perché tu sappia che non esiste nessuno pari al Signore, nostro Dio, 7le rane si ritireranno da te e dalle tue case, dai tuoi ministri e dal tuo popolo: ne rimarranno soltanto nel Nilo".

8Mosè e Aronne si allontanarono dal faraone e Mosè supplicò il Signore riguardo alle rane, che aveva mandato contro il faraone. 9Il Signore operò secondo la parola di Mosè e le rane morirono nelle case, nei cortili e nei campi. 10Le raccolsero in tanti mucchi e la terra ne fu ammorbata. 11Ma il faraone vide che c'era un po' di sollievo, si ostinò e non diede loro ascolto, secondo quanto aveva detto il Signore.

12Quindi il Signore disse a Mosè: "Di' ad Aronne: "Stendi il tuo bastone, percuoti la polvere del suolo: essa si muterà in zanzare in tutta la terra d'Egitto!"". 13Così fecero: Aronne stese la mano con il suo bastone, colpì la polvere del suolo e ci furono zanzare sugli uomini e sulle bestie; tutta la polvere del suolo si era mutata in zanzare in tutta la terra d'Egitto. 14I maghi cercarono di fare la stessa cosa con i loro sortilegi, per far uscire le zanzare, ma non riuscirono, e c'erano zanzare sugli uomini e sulle bestie. 15Allora i maghi dissero al faraone: "È il dito di Dio!". Ma il cuore del faraone si ostinò e non diede ascolto, secondo quanto aveva detto il Signore.

Le prime tre piaghe (sangue, rane, zanzare) servono a rispondere alla domanda «chi è JHWH» (7,17; 8,1-2.12-13). Le prime due piaghe hanno come ambito il dio-Nilo, la vita stessa e l'economia dell'Egitto. Colpen­dolo Jhwh dimostra la sua supe­riorità e quella dei suoi inviati: anche il Nilo è una sua creatura. In occasione della prima e seconda pia­ga, i maghi ripetono lo stesso prodigio (7,22; 8,3), ma sortiscono ironicamente un peggioramento della situazione, non un rimedio.

Dopo la seconda piaga, il fa­raone sembra ravvedersi e chiede l'intercessione di Mosè per la cessazione del flagello, ma intervenuto il sollievo, il faraone indurisce di nuovo il suo cuore.

Dal Nilo si passa alla terra e alle abitazioni. La terza piaga non viene preavvisata e sancisce beffar­damente il fallimento dei maghi («non riuscirono a produrre zanzare», 8,14), che sono costretti a ricono­scere nel bastone di Mosè e di Aronne «il dito di Dio», ossia un potere divino superiore (8,15). Nono­stante questo, il faraone resta volutamente prigio­niero della sua caparbia sordità.

 

La seconda terna di piaghe (8,16-9,12)

16Il Signore disse a Mosè: "Àlzati di buon mattino e presèntati al faraone quando andrà alle acque. Gli dirai: "Così dice il Signore: Lascia partire il mio popolo, perché mi possa servire! 17Se tu non lasci partire il mio popolo, ecco, manderò su di te, sui tuoi ministri, sul tuo popolo e sulle tue case sciami di tafani: le case degli Egiziani saranno piene di tafani e anche il suolo sul quale essi si trovano. 18Ma in quel giorno io risparmierò la regione di Gosen, dove dimora il mio popolo: là non vi saranno tafani, perché tu sappia che io sono il Signore in mezzo al paese! 19Così farò distinzione tra il mio popolo e il tuo popolo. Domani avverrà questo segno"". 20Così fece il Signore: sciami imponenti di tafani entrarono nella casa del faraone, nella casa dei suoi ministri e in tutta la terra d'Egitto; la terra era devastata a causa dei tafani.

21Il faraone fece chiamare Mosè e Aronne e disse: "Andate a sacrificare al vostro Dio, ma nel paese!". 22Mosè rispose: "Non è opportuno far così, perché quello che noi sacrifichiamo al Signore, nostro Dio, è abominio per gli Egiziani. Se noi facessimo, sotto i loro occhi, un sacrificio abominevole per gli Egiziani, forse non ci lapiderebbero? 23Andremo nel deserto, a tre giorni di cammino, e sacrificheremo al Signore, nostro Dio, secondo quanto egli ci ordinerà!". 24Allora il faraone replicò: "Vi lascerò partire e potrete sacrificare al Signore nel deserto. Ma non andate troppo lontano e pregate per me". 25Rispose Mosè: "Ecco, mi allontanerò da te e pregherò il Signore; domani i tafani si ritireranno dal faraone, dai suoi ministri e dal suo popolo. Però il faraone cessi di burlarsi di noi, impedendo al popolo di partire perché possa sacrificare al Signore!".

26Mosè si allontanò dal faraone e pregò il Signore. 27Il Signore agì secondo la parola di Mosè e allontanò i tafani dal faraone, dai suoi ministri e dal suo popolo: non ne restò neppure uno. 28Ma il faraone si ostinò anche questa volta e non lasciò partire il popolo.

Capitolo 9

1 Allora il Signore disse a Mosè: "Va' a riferire al faraone: "Così dice il Signore, il Dio degli Ebrei: Lascia partire il mio popolo, perché mi possa servire! 2Se tu rifiuti di lasciarlo partire e lo trattieni ancora, 3ecco, la mano del Signore verrà sopra il tuo bestiame che è nella campagna, sopra i cavalli, gli asini, i cammelli, sopra gli armenti e le greggi, con una peste gravissima! 4Ma il Signore farà distinzione tra il bestiame d'Israele e quello degli Egiziani, così che niente muoia di quanto appartiene agli Israeliti"". 5Il Signore fissò la data, dicendo: "Domani il Signore compirà questa cosa nel paese!". 6Appunto il giorno dopo, il Signore compì tale cosa: morì tutto il bestiame degli Egiziani, ma del bestiame degli Israeliti non morì neppure un capo. 7Il faraone mandò a vedere, ed ecco, neppure un capo del bestiame d'Israele era morto. Ma il cuore del faraone rimase ostinato e non lasciò partire il popolo.

8Il Signore si rivolse a Mosè e ad Aronne: "Procuratevi una manciata di fuliggine di fornace: Mosè la sparga verso il cielo sotto gli occhi del faraone. 9Essa diventerà un pulviscolo che, diffondendosi su tutta la terra d'Egitto, produrrà, sugli uomini e sulle bestie, ulcere degeneranti in pustole, in tutta la terra d'Egitto". 10Presero dunque fuliggine di fornace e si posero alla presenza del faraone. Mosè la sparse verso il cielo ed essa produsse ulcere pustolose, con eruzioni su uomini e bestie. 11I maghi non poterono stare alla presenza di Mosè a causa delle ulcere che li avevano colpiti come tutti gli Egiziani. 12Ma il Signore rese ostinato il cuore del faraone, il quale non diede loro ascolto, come il Signore aveva detto a Mosè.

Questa seconda terna (i mosconi, la peste, le ulce­re) rivela la presenza di JHWH in mezzo al «paese» d'Egitto e il suo incontrastato pote­re sulla vita umana, animale e vegetale. Nella quarta e quinta piaga, JHWH opera un atto di "distinzione" (8,18; cfr. 9,4) tra terra e bestiame degli Egiziani e quelli degli Israeli­ti; questa «eccezione» viene presentata letteralmente come un «riscatto» (8,19), una cernita, che esprime la preferenza di Dio e chi egli tutela: «riscattare» etimologicamente indica un «trar­re fuori per attirare a sé».

La sesta piaga rivela il potere ricevuto da Mosè sulla «lebbra» che esplode in forma di infezioni ulcerose; assistia­mo, con un indubbio sarcasmo, alla totale e umilian­te sconfitta dei maghi che, nonostante la loro sapien­za, vengono anch'essi colpiti, al pari degli altri, da pustole, per poi scomparire dalla scena (9,11).

La terza terna di piaghe (9,13-10,35)

13Il Signore disse a Mosè: "Àlzati di buon mattino, presèntati al faraone e annunciagli: "Così dice il Signore, il Dio degli Ebrei: Lascia partire il mio popolo, perché mi possa servire! 14Perché questa volta io mando tutti i miei flagelli contro il tuo cuore, contro i tuoi ministri e contro il tuo popolo, perché tu sappia che nessuno è come me su tutta la terra. 15Se fin da principio io avessi steso la mano per colpire te e il tuo popolo con la peste, tu ormai saresti stato cancellato dalla terra; 16invece per questo ti ho lasciato sussistere, per dimostrarti la mia potenza e per divulgare il mio nome in tutta la terra. 17Ancora ti opponi al mio popolo e non lo lasci partire! 18Ecco, io farò cadere domani, a questa stessa ora, una grandine violentissima, come non ci fu mai in Egitto dal giorno della sua fondazione fino ad oggi. 19Manda dunque fin d'ora a mettere al riparo il tuo bestiame e quanto hai in campagna. Su tutti gli uomini e su tutti gli animali che si troveranno in campagna e che non saranno stati ricondotti in casa, si abbatterà la grandine e moriranno"". 20Chi tra i ministri del faraone temeva il Signore fece ricoverare nella casa i suoi schiavi e il suo bestiame; 21chi invece non diede retta alla parola del Signore lasciò schiavi e bestiame in campagna.

22Il Signore disse a Mosè: "Stendi la mano verso il cielo: vi sia grandine in tutta la terra d'Egitto, sugli uomini, sulle bestie e su tutta la vegetazione dei campi nella terra d'Egitto!". 23Mosè stese il bastone verso il cielo e il Signore mandò tuoni e grandine; sul suolo si abbatté fuoco e il Signore fece cadere grandine su tutta la terra d'Egitto. 24Ci furono grandine e fuoco in mezzo alla grandine: non vi era mai stata in tutta la terra d'Egitto una grandinata così violenta, dal tempo in cui era diventata nazione! 25La grandine colpì, in tutta la terra d'Egitto, quanto era nella campagna, dagli uomini alle bestie; la grandine flagellò anche tutta la vegetazione dei campi e schiantò tutti gli alberi della campagna. 26Soltanto nella regione di Gosen, dove stavano gli Israeliti, non vi fu grandine.

27Allora il faraone mandò a chiamare Mosè e Aronne e disse loro: "Questa volta ho peccato: il Signore è il giusto; io e il mio popolo siamo colpevoli. 28Pregate il Signore: ci sono stati troppi tuoni violenti e grandine! Vi lascerò partire e non dovrete più restare qui". 29Mosè gli rispose: "Non appena sarò uscito dalla città, stenderò le mani verso il Signore: i tuoni cesseranno e non grandinerà più, perché tu sappia che la terra appartiene al Signore. 30Ma quanto a te e ai tuoi ministri, io so che ancora non temerete il Signore Dio". 31Ora il lino e l'orzo erano stati colpiti, perché l'orzo era in spiga e il lino in fiore; 32ma il grano e la spelta non erano stati colpiti, perché tardivi.

33Mosè si allontanò dal faraone e dalla città; stese le mani verso il Signore: i tuoni e la grandine cessarono e la pioggia non si rovesciò più sulla terra. 34Quando il faraone vide che la pioggia, la grandine e i tuoni erano cessati, continuò a peccare e si ostinò, insieme con i suoi ministri. 35Il cuore del faraone si ostinò e non lasciò partire gli Israeliti, come aveva detto il Signore per mezzo di Mosè.

Capitolo 10

1 Allora il Signore disse a Mosè: "Va' dal faraone, perché io ho indurito il cuore suo e dei suoi ministri, per compiere questi miei segni in mezzo a loro, 2e perché tu possa raccontare e fissare nella memoria di tuo figlio e del figlio di tuo figlio come mi sono preso gioco degli Egiziani e i segni che ho compiuti in mezzo a loro: così saprete che io sono il Signore!".

3Mosè e Aronne si recarono dal faraone e gli dissero: "Così dice il Signore, il Dio degli Ebrei: "Fino a quando rifiuterai di piegarti davanti a me? Lascia partire il mio popolo, perché mi possa servire. 4Se tu rifiuti di lasciar partire il mio popolo, ecco, da domani io manderò le cavallette sul tuo territorio. 5Esse copriranno la superficie della terra, così che non si possa più vedere il suolo: divoreranno il poco che è stato lasciato per voi dalla grandine e divoreranno ogni albero che rispunta per voi nella campagna. 6Riempiranno le tue case, le case di tutti i tuoi ministri e le case di tutti gli Egiziani, cosa che non videro i tuoi padri, né i padri dei tuoi padri, da quando furono su questo suolo fino ad oggi!"". Poi voltò le spalle e uscì dalla presenza del faraone. 

7I ministri del faraone gli dissero: "Fino a quando costui resterà tra noi come una trappola? Lascia partire questa gente, perché serva il Signore, suo Dio! Non ti accorgi ancora che l'Egitto va in rovina?". 8Mosè e Aronne furono richiamati presso il faraone, che disse loro: "Andate, servite il Signore, vostro Dio! Ma chi sono quelli che devono partire?". 9Mosè disse: "Partiremo noi insieme con i nostri giovani e i nostri vecchi, con i figli e le figlie, con le nostre greggi e i nostri armenti, perché per noi è una festa del Signore". 10Rispose: "Così sia il Signore con voi, com'è vero che io intendo lasciar partire voi e i vostri bambini! Badate però che voi avete cattive intenzioni. 11Così non va! Partite voi uomini e rendete culto al Signore, se davvero voi cercate questo!". E li cacciarono dalla presenza del faraone.

12Allora il Signore disse a Mosè: "Stendi la mano sulla terra d'Egitto per far venire le cavallette: assalgano la terra d'Egitto e divorino tutta l'erba della terra, tutto quello che la grandine ha risparmiato!". 13Mosè stese il suo bastone contro la terra d'Egitto e il Signore diresse su quella terra un vento d'oriente per tutto quel giorno e tutta la notte. Quando fu mattina, il vento d'oriente aveva portato le cavallette. 14Le cavallette salirono sopra tutta la terra d'Egitto e si posarono su tutto quanto il territorio d'Egitto. Fu cosa gravissima: tante non ve n'erano mai state prima, né vi furono in seguito. 15Esse coprirono tutta la superficie della terra, così che la terra ne fu oscurata; divorarono ogni erba della terra e ogni frutto d'albero che la grandine aveva risparmiato: nulla di verde rimase sugli alberi e fra le erbe dei campi in tutta la terra d'Egitto.

16Il faraone allora convocò in fretta Mosè e Aronne e disse: "Ho peccato contro il Signore, vostro Dio, e contro di voi. 17Ma ora perdonate il mio peccato anche questa volta e pregate il Signore, vostro Dio, perché almeno allontani da me questa morte!".

18Egli si allontanò dal faraone e pregò il Signore. 19Il Signore cambiò la direzione del vento e lo fece soffiare dal mare con grande forza: esso portò via le cavallette e le abbatté nel Mar Rosso; non rimase neppure una cavalletta in tutta la terra d'Egitto. 20Ma il Signore rese ostinato il cuore del faraone, il quale non lasciò partire gli Israeliti.

21Allora il Signore disse a Mosè: "Stendi la mano verso il cielo: vengano sulla terra d'Egitto tenebre, tali da potersi palpare!". 22Mosè stese la mano verso il cielo: vennero dense tenebre su tutta la terra d'Egitto, per tre giorni. 23Non si vedevano più l'un l'altro e per tre giorni nessuno si poté muovere dal suo posto. Ma per tutti gli Israeliti c'era luce là dove abitavano.

24Allora il faraone convocò Mosè e disse: "Partite, servite il Signore! Solo rimangano le vostre greggi e i vostri armenti. Anche i vostri bambini potranno partire con voi". 25Rispose Mosè: "Tu stesso metterai a nostra disposizione sacrifici e olocausti, e noi li offriremo al Signore, nostro Dio. 26Anche il nostro bestiame partirà con noi: neppure un'unghia ne resterà qui. Perché da esso noi dobbiamo prelevare le vittime per servire il Signore, nostro Dio, e noi non sapremo quel che dovremo sacrificare al Signore finché non saremo arrivati in quel luogo". 27Ma il Signore rese ostinato il cuore del faraone, il quale non volle lasciarli partire. 28Gli rispose dunque il faraone: "Vattene da me! Guàrdati dal ricomparire davanti a me, perché il giorno in cui rivedrai il mio volto, morirai". 29Mosè disse: "Hai parlato bene: non vedrò più il tuo volto!".

La terza serie di segni (la grandine, le cavallette, le te­nebre) è molto più lunga e dettagliata delle prece­denti. Dopo la piaga della grandine il faraone dichiara il proprio torto e riconosce le ragioni di Dio; come prima, richiede l'intercessione di Mosè per bloccare la grandine (9,27-28). Mosè accetta a malincuore, prevedendo il cuore fedifrago del faraone che, insieme ai suoi ministri, dopo lo scampato pericolo, fa finta di niente e ritratta le sue promesse.

L'ottava piaga - le cavallette - vede il faraone sempre più solo nel suo accecamento dinanzi alla parola e ai segni. Il racconto insiste sull'aspetto catechetico del segno (10,2). Palese diventa l'indignazione di JHWH che chiede al faraone di «curvarsi dinanzi alla sua faccia» che significa sottomettersi umilmente ed equivale a liberare il popolo (10,3).

La nona piaga si chiude con la rottura totale dei negoziati con Mosè. La proibizione di presentarsi al cospetto del faraone verrà smentita da un'ultima udienza (11,8) e dalla convocazione di Mosè dopo la morte dei primogeniti (12,31).

 

LA PASQUA E LA DECIMA PIAGA (11,1-13,16) 

Annuncio della morte dei primogeniti 11,1-10

Capitolo 11

Il Signore disse a Mosè: "Ancora una piaga manderò contro il faraone e l'Egitto; dopo di che egli vi lascerà partire di qui. Vi lascerà partire senza condizioni, anzi vi caccerà via di qui. 2Di' dunque al popolo che ciascuno dal suo vicino e ciascuna dalla sua vicina si facciano dare oggetti d'argento e oggetti d'oro". 3Il Signore fece sì che il popolo trovasse favore agli occhi degli Egiziani. Inoltre Mosè era un uomo assai considerato nella terra d'Egitto, agli occhi dei ministri del faraone e del popolo.

4Mosè annunciò: "Così dice il Signore: Verso la metà della notte io uscirò attraverso l'Egitto: 5morirà ogni primogenito nella terra d'Egitto, dal primogenito del faraone che siede sul trono fino al primogenito della schiava che sta dietro la mola, e ogni primogenito del bestiame. 6Un grande grido si alzerà in tutta la terra d'Egitto, quale non vi fu mai e quale non si ripeterà mai più. 7Ma contro tutti gli Israeliti neppure un cane abbaierà, né contro uomini, né contro bestie, perché sappiate che il Signore fa distinzione tra l'Egitto e Israele. 8Tutti questi tuoi ministri scenderanno da me e si prostreranno davanti a me, dicendo: "Esci tu e tutto il popolo che ti segue!". Dopo, io uscirò!". Mosè, pieno d'ira, si allontanò dal faraone.

9Il Signore aveva appunto detto a Mosè: "Il faraone non vi darà ascolto, perché si moltiplichino i miei prodigi nella terra d'Egitto". 10Mosè e Aronne avevano fatto tutti quei prodigi davanti al faraone; ma il Signore aveva reso ostinato il cuore del faraone, il quale non lasciò partire gli Israeliti dalla sua terra.

La decima piaga risulta una «voce» aggiunta alle precedenti non è una minaccia, ma una sentenza irreversibile. Colpisce l'inconsueta portata del messaggio di Mosè al faraone: la morte di tutti i primogeniti d'Egitto, da quello del faraone a quello del bestiame.

JHWH anticipa a Mosè che sarà solo Lui a colpire in modo decisivo e finalmente il faraone libererà gli Israeliti. L'esodo vie­ne presentato sia come una fuga, sia come espulsio­ne.

La Pasqua (12,1-20)

Capitolo 12

1Il Signore disse a Mosè e ad Aronne in terra d'Egitto: 2"Questo mese sarà per voi l'inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell'anno. 3Parlate a tutta la comunità d'Israele e dite: "Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. 4Se la famiglia fosse troppo piccola per un agnello, si unirà al vicino, il più prossimo alla sua casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l'agnello secondo quanto ciascuno può mangiarne. 5Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell'anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre 6e lo conserverete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l'assemblea della comunità d'Israele lo immolerà al tramonto. 7Preso un po' del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull'architrave delle case nelle quali lo mangeran-no. 8In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. 9Non lo mangerete crudo, né bollito nell'acqua, ma solo arrostito al fuoco, con la testa, le zampe e le viscere. 10Non ne dovete far avanzare fino al mattino: quello che al mattino sarà avanzato, lo brucerete nel fuoco. 11Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la Pasqua del Signore! 12In quella notte io passerò per la terra d'Egitto e colpirò ogni primogenito nella terra d'Egitto, uomo o animale; così farò giustizia di tutti gli dèi dell'Egitto. Io sono il Signore! 13Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore: io vedrò il sangue e passerò oltre; non vi sarà tra voi flagello di sterminio quando io colpirò la terra d'Egitto.

14Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne.

15Per sette giorni voi mangerete azzimi.

Fin dal primo giorno farete sparire il lievito dalle vostre case, perché chiunque mangerà del lievitato dal giorno primo al giorno settimo, quella persona sarà eliminata da Israele.

16Nel primo giorno avrete una riunione sacra e nel settimo giorno una riunione sacra: durante questi giorni non si farà alcun lavoro; si potrà preparare da mangiare per ogni persona: questo solo si farà presso di voi.

17Osservate la festa degli Azzimi, perché proprio in questo giorno io ho fatto uscire le vostre schiere dalla terra d'Egitto; osserverete tale giorno di generazione in generazione come rito perenne. 18Nel primo mese, dal giorno quattordici del mese, alla sera, voi mangerete azzimi fino al giorno ventuno del mese, alla sera.

19Per sette giorni non si trovi lievito nelle vostre case, perché chiunque mangerà del lievitato, quella persona, sia forestiera sia nativa della terra, sarà eliminata dalla comunità d'Israele. 20Non mangerete nulla di lievitato; in tutte le vostre abitazioni mangerete azzimi"".

Questo brano istituisce la festa di Pasqua e ne motiva la liturgia come «memoriale» perenne dell'uscita dall'Egitto. «Memoriale» è un ter­mine liturgico e deve essere inteso non come un semplice ricor­do o una rivisitazione nostalgica, ma come un'attualizzazione nel presente di un evento passato, con lo sguardo rivolto al futuro. Tale istitu­zione ha come autore lo stesso JHWH e avviene «nel paese d'Egitto»; è una precisa volontà di Dio, che Mosè e Aronne dovranno comunicare «a tutta la co­munità d'Israele» vista nella sua dimensione di assemblea. Si tratta di una istituzione eccezionale perché tutte le leggi verranno date al Sinai. Questa «anteriorità-cronologica significa che la Pasqua precede e fonda il Sinai: solo la liberazione permetterà a un popolo di entrare liberamente nell'Alleanza e accettarne le nor­me. La Pasqua è l'«inizio» del «tempo» d'Israele, è il «principio» (cfr. Gen 1,1) di una nuova creazio­ne: nella notte di Pasqua un popolo di schiavi liberati diventa «Israele» e al Sinai imparerà a vivere e ser­vire come «Israele». Questa festa cambierà il calendario degli Israeliti: dall'autunno, il «primo dei mesi dell'anno» si sposta in primavera, al mese di Abib, delle spighe mature (13,4), in seguito chiamato Nisan (marzo-aprile).

La festa celebra due riti: quello del sacrificio dell'a­gnello pasquale e quello dei pani azzimi. Non sono feste nuove; originariamente, infatti, erano due fe­ste diverse e distinte, legate al ciclo della natura.

Il rito del sacrificio dell'agnello pasquale (12,1-14) è descritto minuzio-samente da JHWH a Mosè e ad Aronne: è una sorta di pasto sacro e fami­liare, congiunto all'uso del sangue come segno che allontana o annulla un’influenza maligna. Questo rito richiama quello più antico del sacrificio offerto dai pastori a primavera, in occasione della transu­manza, per proteggere il bestiame nel momento critico del parto. Il rito antico veniva celebrato di notte, nell'accampamento, senza la presenza di sacerdoti, altari o santuari; si sgozzava un giovane animale maschio, normalmente un agnello, senza difetti, nato nell'anno e, pertanto, commestibile per la sua carne tenera. Le sue ossa non venivano spezzate perché si riteneva che la sua vita ritornasse nei parti futuri del gregge. L'agnello veniva poi arrostito sulla brace e con il suo sangue si spruzzavano i pioli e gli ingressi delle tende dell'accampamen-to per allontanare ogni pericolo di sterminio. Il pane era mangiato "azzimo" (= senza lievito), cioè come focaccia non fermentata cotta direttamente sulla brace, il che permetteva rapidità e conservazione; le erbe amare del deserto sostituivano le spezie o gli aromi. Il mo­mento della festa coincideva con la prima luna piena e con la notte più luminosa di marzo/aprile. L'abbigliamento dei pastori era quello più comodo per una pronta partenza: sandali ai piedi, fianchi cinti, basto­ne in mano. Il pasto sacrificale esprimeva la comunione con il clan d'appartenenza e la divinità, e dove­va essere consumato interamente, senza sprechi e avanzi, per evitare ogni profanazione.

Tutti questi dettagli rientrano nel rito prescritto dal testo; la «novità» sta nel fatto che i due riti vengono sradicati dal loro primitivo fondale nomadico e agri­colo, per essere storicizzati e fusi in un'unica festa che diventa memoriale dell'esodo degli Israeliti. Quella che era una festa di cambiamento o «passaggio» della natura, viene adottata per esprimere una "svolta" decisiva nella sto­ria d'Israele; essa viene trasformata nel memoriale di un fatto storico, quello della liberazione dall'Egitto e della "transumanza" degli Israeliti verso il "pascolo" di una terra stabile: diventa la «Pasqua del Signore» (12,11). L'etimologia del termine «pa­squa» («pesach») è discussa; alcuni vi intravedono la presenza di una radice egiziana che significa "colpo", ma normalmente la si fa derivare dal verbo «pasach» che significa "zoppicare" o "saltare, passare oltre", forse con riferimento a una danza sacra. Nel libro dell'Esodo lo si chiarisce come un movimento di «oltrepassare»: JHWH passa e colpisce i primogeniti Egiziani, mentre «salta», cioè «passa oltre», le case degli Israeliti, contrassegnate dal sangue della Pasqua.

JHWH stesso sigilla la notte e il mattino della Prima Pasqua come memoriale della sua festa (12,14), come "il giorno" per antonomasia della vita d'Israele e lo consegna come "ordine" al futuro di ogni generazione. perché attualizzato nel culto, diventi rivivibile per sempre. Nella Bibbia questo è il primo «ordine/decreto» che Dio incide nel tempo e nella storia di Israele e che permetterà di non ricadere nella schiavitù di Egitto.

Al rito dell'a­gnello segue immediatamente quello della festa degli Azzimi (12,15-20). L'inizio della festa, il «quattordici del mese», coincide con l'immolazione dell'agnello pasquale (12,6.18). Il termine greco «Azymos» significa "cibo senza lievito" e potrebbe derivare dall'ebraico «mazzot», "cibo senza gusto". Anche questo rito ha origini antiche; diversamente dalla Pasqua, festa di pastori seminomadi che si celebrava in famiglia e non richiedeva santuari, quella degli Azzimi era una festa tipica di agricoltori sedentari, che si celebrava in un pellegrinaggio di maschi adulti a un santuario. Era collegata al primo raccolto stagionale, quello dell'orzo, e consisteva nell'offerta del primo covone e nella cottura del primo pane che se ne ricavava, im­pastato senza lievito. La festa durava sette giorni, perché tale era il tempo necessario per la trasformazione della farina in lievito. Anche questa festa celebrava un passaggio e una «purificazione» nel ciclo naturale; l'eliminazione primaverile di ogni vecchio lievito dell'anno precedente indicava l'epurazione di ogni ele­mento di corruzione e di impurità che, nella menta­lità ebraica, sono causate da ogni fermentazione.

La settimana della festa è aperta e chiusa da due «convocazioni sacre», che corrispon­dono a due «sabati» (il primo e il settimo) di asten­sione dal lavoro, segnali che riconsegnano il tempo alla Signoria di Dio. Anche questa festa è storicizzata e di­venta «osservanza» (12,17), valida per ogni generazio­ne, dell'uscita di Israele dall'Egitto: se il rito dell'a gnello pasquale insiste più sul passaggio di JHWH, che fa distinzione tra gli Israeliti e gli Egiziani, il rito de­gli Azzimi insiste più sull'uscita dall'Egitto. L'elimi­nazione del lievito («chamets») acquista un senso più profondo: gli Israeliti liberati devono eliminare, la­sciare in Egitto o nel profondo del Mare dei Giun­chi, ogni residuo di un passato di violenza («chamas») egiziana.

 

Celebrazione della Pasqua (12,21-28) 

21Mosè convocò tutti gli anziani d'Israele e disse loro: "Andate a procurarvi un capo di bestiame minuto per ogni vostra famiglia e immolate la Pasqua. 22Prenderete un fascio di issòpo, lo intingerete nel sangue che sarà nel catino e spalmerete l'architrave ed entrambi gli stipiti con il sangue del catino. Nessuno di voi esca dalla porta della sua casa fino al mattino. 23Il Signore passerà per colpire l'Egitto, vedrà il sangue sull'architrave e sugli stipiti; allora il Signore passerà oltre la porta e non permetterà allo sterminatore di entrare nella vostra casa per colpire. 24Voi osserverete questo comando come un rito fissato per te e per i tuoi figli per sempre. 25Quando poi sarete entrati nella terra che il Signore vi darà, come ha promesso, osserverete questo rito. 26Quando i vostri figli vi chiederanno: "Che significato ha per voi questo rito?", 27voi direte loro: "È il sacrificio della Pasqua per il Signore, il quale è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l'Egitto e salvò le nostre case"". Il popolo si inginocchiò e si prostrò.

28Poi gli Israeliti se ne andarono ed eseguirono ciò che il Signore aveva ordinato a Mosè e ad Aronne; così fecero.

Le direttive di questo brano sono un supplemento a quelle precedentemente elencate. Si ribadisce l'importanza del ri­to del «sangue», ma si aggiunge che nessun parteci­pante alla Pasqua dovrà uscire di casa fino al mattino. 

La morte dei primogeniti (12,29-30)

29A mezzanotte il Signore colpì ogni primogenito nella terra d'Egitto, dal primogenito del faraone che siede sul trono fino al primogenito del prigioniero in carcere, e tutti i primogeniti del bestiame. 30Si alzò il faraone nella notte e con lui i suoi ministri e tutti gli Egiziani; un grande grido scoppiò in Egitto, perché non c'era casa dove non ci fosse un morto!

Quanto era stato più volte preannunciato (4,21-23; 11,1-8; 12,12-14) avviene! Questo colpo decisivo merita pochi versetti, rispetto alle descrizioni delle piaghe prece­denti. Tre elementi sono importanti: è lo stesso JHWH che «percuote» (12,29); la morte si estende a ogni primogenito di uomini e bestie egizia­ni, dal gradino più alto a quello più infimo della scala sociale: il faraone è impotente quanto il suo ultimo carcerato (cfr. Sap 18,11); la reazione è il grande grido dell'Egitto.

L'eliminazione dei pri­mogeniti va compresa, sullo sfon­do di una concezione che vuol esprimere la totale so­vranità di JHWH. Nonostante la minaccia, il faraone ha osato attentare a Israele, primogenito di Dio, pertanto per­de tutti i suoi primogeniti. Chi ha minacciato il futuro d'Israele si trova privato del pro­prio futuro. La personalità corporativa di un monarca, la sua responsabilità, non è mai sin­gola, ma ha conseguenze collettive: è il re a determi­nare la sorte del suo popolo. A questo si aggiunge il fatto che gli antichi Ebrei non distin­guevano tra «peccato e peccatore», era normale l'equazione tra l'atto malvagio e la persona che lo compiva: l'eliminazione del male comportava l'eliminazione del suo autore. La solidarietà nel male tra il faraone e il suo popolo, incapace di protezione, anzi apportatrice di sangue, mette in rilievo per contrasto quella di JHWH con i suoi; la morte dei primogeniti non era altro che l'ultima occasione di «conversione» per il faraone.

La partenza degli Israeliti (12,31-42)

31Il faraone convocò Mosè e Aronne nella notte e disse: "Alzatevi e abbandonate il mio popolo, voi e gli Israeliti! Andate, rendete culto al Signore come avete detto. 32Prendete anche il vostro bestiame e le vostre greggi, come avete detto, e partite! Benedite anche me!". 33Gli Egiziani fecero pressione sul popolo, affrettandosi a mandarli via dal paese, perché dicevano: "Stiamo per morire tutti!". 34Il popolo portò con sé la pasta prima che fosse lievitata, recando sulle spalle le madie avvolte nei mantelli.

35Gli Israeliti eseguirono l'ordine di Mosè e si fecero dare dagli Egiziani oggetti d'argento e d'oro e vesti. 36Il Signore fece sì che il popolo trovasse favore agli occhi degli Egiziani, i quali accolsero le loro richieste. Così essi spogliarono gli Egiziani.

37Gli Israeliti partirono da Ramses alla volta di Succot, in numero di seicentomila uomini adulti, senza contare i bambini. 38Inoltre una grande massa di gente promiscua partì con loro e greggi e armenti in mandrie molto grandi. 39Fecero cuocere la pasta cheavevano portato dall'Egitto in forma di focacce azzime, perché non era lievitata: infatti erano stati scacciati dall'Egitto e non avevano potuto indugiare; neppure si erano procurati provviste per il viaggio.

40La permanenza degli Israeliti in Egitto fu di quattrocento-trent'anni. 41Al termine dei quattrocentotrent'anni, proprio in quel giorno, tutte le schiere del Signore uscirono dalla terra d'Egitto. 42Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dalla terra d'Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione.

Il Faraone finora ostinato, getta la spugna e acconsente adesso a tutte le richieste, senza limiti. Non solo ordina: «Andate», ma aggiunge: «Benedite anche me» (12,32). Non è più il faraone che si considerava divinamente onni­potente; sente la sua vita in pericolo, come quella di qualsiasi altro servo. L'oppressore ha bisogno della benedizione dei suoi oppressi: se avesse conosciuto Giuseppe, non avrebbe commesso questi errori.

Questa volta sono gli stessi Egizia­ni a fare pressione (12,33) perché il popolo se ne vada al più presto dal paese, sentendo sul collo il fiato gelido della morte. Gli oppressi trovano la loro rivincita, secondo quanto era stato predetto da JHWH: la men­zione del pane non lievitato conferma la loro parten­za in tutta fretta, non prima di avere spogliato, a loro piacimento, gli Egiziani consenzienti (cfr. 3,21; 11,2)!

La promessa di Dio si avvera: partono come «schie­re/squadroni di JHWH» (cfr. 6,26; 7,4). Tuttavia, tra loro c'è gente eterogenea, raccogliticcia (cfr. Nm 11, 4; Lv 24,10; Gs 8,35; Is 14,1); questa promiscuità, definita con un termine ebraico che suona sprezzan­temente come «gentaglia, accozzaglia», non troppo raccomandabile!

Il brano si chiude con un breve sommario (12,40-42), che ricapitola la durata del soggiorno degli Israeliti in Egitto: 430 anni (in Gen 15,13-14 la cifra è di 400 anni). Questa volta è il narratore stesso, dopo Dio e Mosè, a ribadire il valore unico della notte della liberazione, con una professione di fede che, nuovamente, fonde passato storico e presente dei lettori di ogni epoca e chiarisce i protagonisti. Una traduzione più fedele suona: «Notte di veglia fu quella da parte del Signore per farli uscire dal pae­se d'Egitto. Questa stessa notte appartiene al Signo­re: veglia per tutti gli Israeliti, attraverso tutte le loro generazioni».

Prescrizioni sui partecipanti alla Pasqua (12,43-13,16)

43Il Signore disse a Mosè e ad Aronne: "Questo è il rito della Pasqua: nessuno straniero ne deve mangiare.

44Quanto a ogni schiavo acquistato con denaro, lo circonciderai e allora ne potrà mangiare.

45L'ospite e il mercenario non ne mangeranno.

46In una sola casa si mangerà: non ne porterai la carne fuori di casa; non ne spezzerete alcun osso.

47Tutta la comunità d'Israele la celebrerà. 48Se un forestiero soggiorna presso di te e vuol celebrare la Pasqua del Signore, sia circonciso ogni maschio della sua famiglia: allora potrà accostarsi per celebrarla e sarà come un nativo della terra. Ma non ne mangi nessuno che non sia circonciso.

49Vi sarà una sola legge per il nativo e per il forestiero che soggiorna in mezzo a voi".

50Tutti gli Israeliti fecero così; come il Signore aveva ordinato a Mosè e ad Aronne, in tal modo operarono.

51Proprio in quel giorno il Signore fece uscire gli Israeliti dalla terra d'Egitto, ordinati secondo le loro schiere.

Capitolo 13

1Il Signore disse a Mosè: 2"Consacrami ogni essere che esce per primo dal seno materno tra gli Israeliti: ogni primogenito di uomini o di animali appartiene a me".

3Mosè disse al popolo: "Ricòrdati di questo giorno, nel quale siete usciti dall'Egitto, dalla dimora di schiavitù, perché con la potenza del suo braccio il Signore vi ha fatto uscire di là: non si mangi nulla di lievitato. 4In questo giorno del mese di Abìb voi uscite. 5Quando il Signore ti avrà fatto entrare nella terra del Cananeo, dell'Ittita, dell'Amorreo, dell'Eveo e del Gebuseo, che ha giurato ai tuoi padri di dare a te, terra dove scorrono latte e miele, allora tu celebrerai questo rito in questo mese.

6Per sette giorni mangerai azzimi.

Nel settimo giorno vi sarà una festa in onore del Signore.

7Nei sette giorni si mangeranno azzimi e non compaia presso di te niente di lievitato; non ci sia presso di te lievito entro tutti i tuoi confini.

8In quel giorno tu spiegherai a tuo figlio: "È a causa di quanto ha fatto il Signore per me, quando sono uscito dall'Egitto".

9Sarà per te segno sulla tua mano e memoriale fra i tuoi occhi, affinché la legge del Signore sia sulla tua bocca. Infatti il Signore ti ha fatto uscire dall'Egitto con mano potente. 10Osserverai questo rito nella sua ricorrenza di anno in anno.

11Quando il Signore ti avrà fatto entrare nella terra del Cananeo, come ha giurato a te e ai tuoi padri, e te l'avrà data in possesso, 12tu riserverai per il Signore ogni primogenito del seno materno; ogni primo parto del tuo bestiame, se di sesso maschile, lo consacrerai al Signore. 13Riscatterai ogni primo parto dell'asino mediante un capo di bestiame minuto e, se non lo vorrai riscattare, gli spaccherai la nuca. Riscatterai ogni primogenito dell'uomo tra i tuoi discendenti. 14Quando tuo figlio un domani ti chiederà: "Che significa ciò?", tu gli risponderai: "Con la potenza del suo braccio il Signore ci ha fatto uscire dall'Egitto, dalla condizione servile. 15Poiché il faraone si ostinava a non lasciarci partire, il Signore ha ucciso ogni primogenito nella terra d'Egitto: i primogeniti degli uomini e i primogeniti del bestiame. Per questo io sacrifico al Signore ogni primo parto di sesso maschile e riscatto ogni primogenito dei miei discendenti". 16Questo sarà un segno sulla tua mano, sarà un pendaglio fra i tuoi occhi, poiché con la potenza del suo braccio il Signore ci ha fatto uscire dall'Egitto".

Il narratore aggiunge prescrizioni pasquali supple­mentari. Il rito dovrà essere celebrato in una precisa cornice domestica e da tutta la comunità d'Israele (12,46-47). Vengono esclusi gli «avventizi», cioè gli stranieri di passaggio, e i «mercena­ri», cioè i servi salariati, perché non radicati saldamente nel paese; gli schiavi permanenti e gli stranieri con residenza fissa, possono parteci­pare alla celebrazione, a condizione di farsi circonci­dere (cfr. Gen 17,13). Anche se non ne viene espressa la motivazione come altrove (cfr. Dt 10,19), gli Israeliti, un tempo «stranieri» in Egitto, «incorporano» come cittadini del paese altri stranieri; questi ultimi, al pari dei nativi, dovranno però adeguarsi alle stesse leggi d'Israele (cfr. Lv 17,15; 24,16-22). Il re­quisito della circoncisione rientra in questi obblighi inderogabili (cfr. Nm 9,14).

 

Pasqua come «zikkaron» (="memoriale")

«In ogni tempo ciascuno è obbligato a pensare come se fosse egli stesso, uscito dall'Egitto... Perciò è nostro dovere e nostra gioia ringraziare, lodare, ma­gnificare, esaltare colui che ha compiuto in noi e nei nostri padri cose prodigiose. Egli ci conduce dalla schiavitù alla libertà, dall'amarezza alla gioia, dal lut­to alla festa, dalle tenebre alla luce, dalla schiavitù alla liberazione. Davanti a lui cantiamo Alleluja» (Pe­sachim, 10,5). Questo passo della Mishna esprime perfettamente il significato della celebrazione della Pasqua per Israele; è un memoriale, in ebraico «zikkaron», che rende contemporaneo per ogni Israelita di ogni generazione un duplice «passaggio»: quello di Dio, che salvò le case degli Israeliti e colpì quelle degli Egiziani e quello del po­polo che Dio «ha fatto uscire». La Pasqua è questa immedesimazione con la storia che Dio ha fatto nel passato con i padri, da vivere nel presente della propria vita, da consegna­re nel futuro ai propri figli. Ma la ten­sione si dirige verso la Pasqua ultima e definitiva. Come recita il Poema delle quattro Notti, quella d'E­gitto fu la penultima notte delle quattro in cui Dio ha scandito la sua creazione del mondo: «La prima notte fu quella in cui JHWH si manifestò per creare il mondo; la seconda notte fu quando si manifestò ad Abramo, promettendogli la nascita di un figlio. La terza notte fu quando si manifestò agli Egiziani a me­tà della notte. La quarta notte sarà quando verrà il Messia e finirà il mondo; è la notte di Pasqua, per il nome di JHWH, notte fissata e riservata per la salvezza di tutte le generazioni d'Israele» (Targun Neofiti a Es 12,42).

La Pasqua come identità e scuola di solidarietà

La celebrazione pasquale segna l'identità d'Israele; può partecipare al rito solo chi è un autentico Israe­lita ed è un autentico Israelita solo chi celebra la Pa­squa. Va notato che è una festa «democratica» rivolta a tutta la comunità e non prerogativa di po­chi privilegiati. Rispetto a chi non è Israelita, non c'è chiusura, ma proposta: i requisiti richiesti a chi è straniero, perché possa sentirsi «nativo», sono segni concreti di accettazione di una storia di salvezza che Dio ha cominciato con i padri e di una scelta di ap­partenenza a questa storia e a questa identità.

I riti sono una scuola di professione di fede, di lode, di racconto e condivisio­ne della propria esperienza, di solidarietà, di essenzia­lità. Il protagonista è JHWH e lui solo viene magnifi­cato; tutto è dipeso da lui: Israele può solo narrare, celebrare, vivere questa libertà, come azione di gra­zie, di lode e di tradizione.

«Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!» (1Cor5,7)

La Pasqua cristiana si innesta su quella ebraica, in una logica di continuità e di superamento. Gesù, stando ai vangeli, ha celebrato, da perfetto laico ebreo, il rito della Pasqua almeno quattro volte, una con i suoi genitori, le altre con i suoi discepoli. Nella sua epoca il rito veniva celebrato in famiglia o in un gruppo di persone: ci si procurava un agnello, lo si portava al tempio di Gerusalemme per immolar­lo e poi alla sera, in casa, lo si consumava tra preghie­re e canti, facendo memoria della liberazione dall'E­gitto. L'ultima Pasqua di Gesù, attesa ardentemente, è stata celebrata così. Curiosamente, i sinottici parla­no del pane e del calice, ma evitano di menzionare la carne dell'agnello; una «svista» forse deliberata, per dirci che l'Agnello era lui, come fa espressamente il IV Vangelo, dall'inizio alla fine. Il Vangelo di Gio­vanni presenta Gesù come colui che porta a pienezza la Pasqua ebraica: egli è l'«Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo»; il suo cammino verso la croce inizia a mezzogiorno del giorno di Parasceve, cioè nello stesso momento in cui venivano sgozzati al tempio gli agnelli per la celebrazione della Pasqua (cfr. Gv 19,14). La sua morte ha chiare allusioni pasquali: l'aceto gli viene porto su un ramo d'issopo (la pianta richiesta in Es 12,22; tradotta dalla Cei con «canna») e non gli viene spezzato alcun osso, come è prescritto per l'a­gnello pasquale (cfr. Es 12,46). Gesù dilata la salvezza della Pasqua ebraica, aprendola non solo alle pecore del popolo d'Israele, ma al «mondo», a tutta l'umani­tà fino ad allora straniera. Il suo "deporre la vita" diventa il nuovo memoriale per sempre: «Fate questo in me­moria di me» (cfr. 1Cor 11,23-26). L'antico memoriale ebraico prefigurava questa Pasqua di Gesù, «agnello senza difetti e senza macchia, predestinato già prima della fondazione del mondo» (cfr. lPt 1,19-20), figura in cui si fondono quella di Isacco e quella del Servo sof­ferente. Gli antichi segni diventano simboli di una nuova esistenza: nella prima lettera ai Corinzi (cfr. 1Cor 5,6-13) Paolo raccomanderà ai cristiani di essere «azzimi», cioè integrali (non «in­tegralisti»!), liberi da ogni fermento di corruzione e di peccato, privi del lievito di Erode, che è violenza e menzogna, e di salvaguardare la propria identità di persone impastate dallo Spirito, prendendo le distan­ze da compromessi e da incoerenze che inquinano e pervertono la fede. Anche la Pasqua cristiana è «zikkaron» che rende contemporanei tutti i credenti alla Pasqua del Cristo. Ogni credente, battezzato nel suo nome e segnato dal «sigillo» del suo sangue, vive sin d'ora la salvezza e, nel grande mistero pasquale che è ogni Eucaristia, annun­cia e ricorda la morte e la risurrezione del Signore, nell'attesa della sua venuta (cfr. 1Cor 11,26)

 

 ISRAELE NASCE ALLA LIBERTÀ (13,17-15,21) 

Gli Israeliti stanno finalmente lasciando l'Egitto, in­camminati verso la propria libertà, ma il faraone si pente di averli lasciati partire e decide di recuperare con la forza la preziosa manodopera di schiavi perduta. Ancora una volta la promessa di JHWH e la libertà ap­pena assaporata rischiano di essere in pericolo. A questo punto JHWH interviene con un atto sorprendente e gra­tuito: divide le acque del Mare dei Giunchi perché Israele possa passare, mentre quelle stesse acque diventa­no la tomba degli Egiziani.

Il genere letterario adottato dal narratore esalta l'unico grande protagonista, JHWH, e lo propone alla memoria e alla celebrazione di tutte le generazioni.  Le attese, le tensioni drammatiche della trama di Es 1-15 trovano così il loro scioglimento in questo «passaggio» del mare, che è un evento unico, fondante, che è al cuore del Primo Testamento, in quanto «giorno» memorabile che segna per la prima volta la nascita di Israele come popolo.

Secondo il racconto Jahvista (J), Israele non ha attraversa­to nessun mare. Ciò che viene detto è che è stato salvato presso il mare. Israele viene intercettato dagli Egiziani in una zona paludosa, ma sfugge a causa di una colonna di nube. Di notte un vento orientale rende asciutto un guado, nel quale si inoltrano gli Egiziani, ma subito, con la cessazione del vento, l'acqua risale e i carri del faraone s'impantanano. A questo punto gli Egiziani tentano di tornare indietro, ma affonda-no. Questo evento, come abbiamo visto nell'introduzione, può avere una sua attendibilità sto­rica e rientrare in un fenomeno naturale. Ciò che il racconto J mette in evidenza è la mentalità da schiavista del faraone e il cuore da schiavo d'Israele, la sua paura, le sue mormora-zioni. Più che il passaggio del mare, per J l'Esodo è un pas­saggio dalla paura alla fede.

Nel racconto Sacerdotale (P), invece, l'esodo è un vero pas­saggio del mare e viene presentato come un atto di nuova creazione, analogo a Gen 1 e a Gen 8. Per P il miracolo del mare è un giudizio: se la schiavitù, come l'esilio, rap­presentano una profanazione del nome di JHWH, egli rivendica la gloria e la santità del suo nome liberando Israele.

All'inizio ab­biamo una presentazione dell'itinerario d'Israele verso il Mare dei Giunchi (13,17-22) cui segue il racconto vero e proprio che si snoda in tre scene (14,1-31). La prima scena presenta il problema, cioè l'inse­guimento d'Israele da parte degli Egiziani; si svolge di sera e resta sospesa, come punto di «svolta», sulla risposta fiduciosa di Mosè alla protesta degli Israeliti. La seconda scena narra il passaggio dentro il mare e avviene di not­te. La terza scena costituisce lo scioglimento del racconto; si svolge all'alba e suppone Israele al sicuro sull'altra sponda, mentre le acque sommergono gli Egiziani.

Partenza d'Israele per la strada del deserto (13,17-22)

17Quando il faraone lasciò partire il popolo, Dio non lo condusse per la strada del territorio dei Filistei, benché fosse più corta, perché Dio pensava: "Che il popolo non si penta alla vista della guerra e voglia tornare in Egitto!". 18Dio fece deviare il popolo per la strada del deserto verso il Mar Rosso. Gli Israeliti, armati, uscirono dalla terra d'Egitto. 19Mosè prese con sé le ossa di Giuseppe, perché questi aveva fatto prestare un solenne giuramento agli Israeliti, dicendo: "Dio, certo, verrà a visitarvi; voi allora vi porterete via le mie ossa". 20Partirono da Succot e si accamparono a Etam, sul limite del deserto. 21Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco, per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. 22Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte.

Il brano riprende il filo del racconto della partenza degli Israeliti narrato in 12,31-39, presentando in modo generico l'itinerario verso il deserto e motivandone la ragione teologica. La partenza degli Israeliti viene presentata come un «affrancamento» concesso dal faraone (13,17) e successivamente come «fuga» (14,5b).

La scelta dell'itinerario è dovuta a una iniziativa personale di Dio che  scarta il più breve, cioè «la strada del paese dei Filistei», quella for­tificata che dal Delta egiziano conduceva a Gaza, seguendo la costa mediterranea, mentre sceglie quello più lungo, «la strada del deserto del Mare dei Giunchi (chiamata nella traduzione Cei «la strada verso il Mar Rosso»; 13,18). La localizzazione del «Mare dei Giunchi» resta incerta anche se quella più probabile è la zona dei Laghi Amari nell'attuale canale di Suez. Gli Israeliti sono presentati in schieramento di battaglia (13,18); in realtà e per ironia, si dimostreranno pavidi e non muoveranno un dito, perché sarà Qualcuno a combattere per loro. Qui solo JHWH è il protagonista, l'unico pastore che guida il suo gregge: con un gioco di parole, Dio «conduce» («nachah») Israele verso il deserto per evita­re che, dinanzi alla minaccia di attacchi mili­tari, «provi rimpianto/cambi idea» («nacham») e ritorni in Egitto. Per la prima volta appare il pericolo della «nostal­gia» dell'Egitto che fra poco esploderà e costituirà la «malattia» d'Israele nel suo lungo viaggio nel deser­to (cfr. 14,11; cfr. Nm 11,4; 14,1). JHWH sa bene che Israele ha un cuore schiavo, incapace di affrontare le incognite di una neonata libertà e che dinanzi alle prime difficoltà rimpiangerà i sentieri sicuri della schiavitù.

Mosè prende con sé le «ossa di Giuseppe»; è un gesto solenne che adempie il giu­ramento di Gen 50,25, sancisce irrevocabilmente la fine di ogni legame con la terra d'Egitto, visto come sepolcro temporaneo e rappresenta una sorta di ca­parra della terra promessa, la terra del «riposo» (cfr. Gs 24,32).

Dopo la prima tappa a Succot, il testo registra la seconda a Etam, sul limite del deserto (13,20). Sia­mo al secondo giorno di una marcia in più tappe la cui identificazione geografica ci sfugge: questo «par­tire e accamparsi» scandirà come un rosario di nomadi tutto il viaggio nel deserto. JHWH marcia come condottiero militare alla testa delle schiere degli Israeliti, di giorno come una colonna di nube, di notte come una colonna di fuoco, in mo­do da consentire un viaggio ininterrotto. Nube e fuoco sono segnali teofanici, simboli della presenza e della provvidenza permanente di Dio, che marcano una distinzione tra Israele ed Egitto (cfr. 14,20.24); sono il segno in particolare della sua «gloria» che non tarderà a manifestarsi in modo inaudito.

La terza tappa, è l'ac­campamento degli Israeliti davanti a Pi-Achirot, per espresso ordine di Dio. 

Sulle rive del mare, di sera (14,1-14)

Capitolo 14

1Il Signore disse a Mosè: 2"Comanda agli Israeliti che tornino indietro e si accampino davanti a Pi-Achiròt, tra Migdol e il mare, davanti a Baal-Sefòn; di fronte a quel luogo vi accamperete presso il mare. 3Il faraone penserà degli Israeliti: "Vanno errando nella regione; il deserto li ha bloccati!". 4Io renderò ostinato il cuore del faraone, ed egli li inseguirà; io dimostrerò la mia gloria contro il faraone e tutto il suo esercito, così gli Egiziani sapranno che io sono il Signore!". Ed essi fecero così.

5Quando fu riferito al re d'Egitto che il popolo era fuggito, il cuore del faraone e dei suoi ministri si rivolse contro il popolo. Dissero: "Che cosa abbiamo fatto, lasciando che Israele si sottraesse al nostro servizio?". 6Attaccò allora il cocchio e prese con sé i suoi soldati. 7Prese seicento carri scelti e tutti i carri d'Egitto con i combattenti sopra ciascuno di essi. 8Il Signore rese ostinato il cuore del faraone, re d'Egitto, il quale inseguì gli Israeliti mentre gli Israeliti uscivano a mano alzata. 9Gli Egiziani li inseguirono e li raggiunsero, mentre essi stavano accampati presso il mare; tutti i cavalli e i carri del faraone, i suoi cavalieri e il suo esercito erano presso Pi-Achiròt, davanti a Baal-Sefòn.

10Quando il faraone fu vicino, gli Israeliti alzarono gli occhi: ecco, gli Egiziani marciavano dietro di loro! Allora gli Israeliti ebbero grande paura e gridarono al Signore. 11E dissero a Mosè: "È forse perché non c'erano sepolcri in Egitto che ci hai portati a morire nel deserto? Che cosa ci hai fatto, portandoci fuori dall'Egitto? 12Non ti dicevamo in Egitto: "Lasciaci stare e serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire l'Egitto che morire nel deserto"?". 13Mosè rispose: "Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza del Signore, il quale oggi agirà per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! 14Il Signore combatterà per voi, e voi starete tranquilli".

Questo brano si impernia sull'antitesi tra JHWH e il faraone, drammatizzata in quattro forti contrasti:

·         il primo tra due summit, quello di JHWH con Mosè e quello del faraone con i suoi ministri (14,1-4);

·         il se­condo è tra il popolo d'Israele che esce e il poderoso esercito d'Egitto che insegue (14,6-10);

·         il terzo è quello tra l'Egitto e il deserto (14,11);

·         il quarto tra uno sguardo di paura e uno sguardo di vittoria (14,13-14).

La scena si apre con il discorso di JHWH che, on­nisciente, legge nel cuore del faraone, detta la tatti­ca agli Israeliti e anticipa ciò che avverrà. Si tratta di una strategia che inganna il faraone e lo induce a una lettura tronfia e trionfale della situazione (cfr. Ne 4,5); l'idea di inseguire Israele e di agguantarlo come una facile preda (14,4.8.9) si trasformerà in una trappola mortale alla quale gli Egiziani non riu­sciranno a sfuggire (14,25). JHWH spinge il faraone ad andare fino in fondo nel suo rifiuto con lo scopo di «dimostrare la sua gloria» (14,4.17-18) cioè il suo «peso» nella storia e nel­la natura. Gli Israeliti si dimostrano obbedienti ed eseguono le sue direttive.

Appena il faraone si rende conto della fuga degli Israeliti, cambia decisione, letteral­mente «ribalta il suo cuore» nei confronti del popolo d'Israele: la sua esclamazione (14,5) è l'autoaccusa di un errore grosso-lano. Egli decide d'inseguire gli Israeliti con una spedizione militare che conta tra le file del suo esercito ordinario il meglio della potenza militare egiziana: seicento carri scelti, affiancati da tutti gli altri carri, con un «ufficiale scelto» (cfr. 15,4) a bordo di ogni carro, contro i seicentomila uomini d'Israele (cfr. 12,37). Il contrasto tra la podero­sa e inarrestabile macchina da guerra egiziana e gli Israeliti che simultanea-mente escono «a mano alza­ta» (atteggiamento di persone libere e vit-toriose) ma ancora ignari del nemico alle spalle, accresce la tensione.

Finalmente gli Egiziani raggiungono Israele (14,10): l'effetto è scioccante e pa­ralizzante per chi credeva di essere ormai libero e sicuro e si traduce in una reazione di estrema paura e di protesta. A prima vista essi gri­dano a Dio, ma in realtà accusano Mosè. (14,11-12); l'insi­stenza sul pronome «noi» tradisce l'ansia di salvarsi a ogni costo. Israele preferisce l'Egitto al deserto, il passato al futuro, la sicurezza e il mondo già noto della schiavitù all'avventura e alle incognite della li­bertà. La domanda «che cosa ci hai fatto?» (14,11) in fondo coincide con «che cosa abbiamo fatto?» del faraone e dei suoi ministri (14,5); l'opzione «è meglio per noi» coincide con le valutazioni del faraone, per il quale la libertà dalla schiavitù è un progetto malvagio (cfr. 5,9 e 10,10). La menzione dei «sepolcri» è una abiura del giuramento fatto sulle ossa di Giuseppe e un rifiuto della terra promessa. Per gli Israeliti il deserto non rappresenta la libertà e la vita, ma equivale alla morte.

Alla reazione impaurita del popolo Mosè ri­sponde con una sorta di oracolo profetico che presenta una particolare insistenza sul verbo «ve­dere», sul pronome «voi» e sull'«oggi». Mosè non si giustifica dinanzi all'accusa, non rimprovera gli Israeliti, ma di sua iniziativa si spinge ad affermare che JHWH combatterà per loro. Israele non deve «temere» ma solo «guardare»; lo stesso at­teggiamento delle levatrici in 1,16-17 dinanzi alla «nascita» di bimbi israeliti. Poi Mosè sprona gli Israeliti a «resistere» («siate forti») e li invita a restare in silenzio («resterete tranquilli»). Israele non deve restare stre­gato dal passato, terrorizzato dai carri del faraone che non rivedrà più, ma deve guardare all'oggi della salvezza di JHWH.

In mezzo al mare, di notte (14,15-25)

15Il Signore disse a Mosè: "Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. 16Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all'asciutto. 17Ecco, io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone e tutto il suo esercito, sui suoi carri e sui suoi cavalieri. 18Gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando dimostrerò la mia gloria contro il faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri".

19L'angelo di Dio, che precedeva l'accampamento d'Israele, cambiò posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò dietro. 20Andò a porsi tra l'accampamento degli Egiziani e quello d'Israele. La nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte; così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte.

21Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la notte risospinse il mare con un forte vento d'oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero. 22Gli Israeliti entrarono nel mare sull'asciutto, mentre le acque erano per loro un muro a destra e a sinistra. 23Gli Egiziani li inseguirono, e tutti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri entrarono dietro di loro in mezzo al mare.

24Ma alla veglia del mattino il Signore, dalla colonna di fuoco e di nube, gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. 25Frenò le ruote dei loro carri, così che a stento riuscivano a spingerle. Allora gli Egiziani dissero: "Fuggiamo di fronte a Israele, perché il Signore combatte per loro contro gli Egiziani!".

La seconda scena si svolge nel mare, di notte (14,21-22) e come la prima si apre con un discorso di JHWH a Mosè. Dio parla della querela del patriarca, ma ad aver protestato è stato il popolo (14,10); c'è una solida­rietà che unisce il leader al suo popolo e che viene espressa in due atteggiamenti: protesta (del popolo) e fiducia (di Mosè). JHWH prosegue nel dettare la sua strategia e ordina di far riprendere il cammino agli Israeliti fermi. Ricompare il bastone: JHWH ordina a Mosè di alzarlo e di stendere la mano sul mare. Per la prima volta ci viene detto espressamente che JHWH dimostrerà la sua gloria pro­prio in questo evento. Il passaggio del Mar Rosso è descritto come una nuova creazione, utilizzando lo stesso vocabolario che ritroviamo nel testo che descrive la prima creazione (cfr. Gen 1,2.9-10) e la nuova creazione dopo il diluvio (cfr. Gen 8,1.13-14): si parla di «acque», di mare, di terra asciutta, dell'atto di «dividere», in seguito a un «forte vento d'o­riente». Come JHWH aveva sepa­rato le acque primordiali e aveva fatto emergere la terra asciutta perché diventasse il luogo dell'umani­tà, come dopo il ritorno dal caos del diluvio, per pu­rificare ogni violenza inquinante, aveva di nuovo se­parato le acque per dare terra asciutta a Noè, così adesso «crea» terra asciutta per far uscire o far «nascere» Israele. Nel Mare dei Giunchi Israele nascerà come popolo, mentre gli Egiziani, come la generazione «avariata» del diluvio, resteranno preda delle acque del caos primordiale. JHWH, il Dio Libe­ratore, è il Dio Creatore: libera creando, crea (o ri­crea) liberando. Le piaghe non sono state altro che una sorta di doglie che preludevano a questo parto grandioso.

La narrazione di questa nuova creazione si articola in tre tappe. JHWH, sotto varie immagini (l'angelo di Dio, la colonna di nube), dalla posizione di avan­guardia si sposta nella retroguardia, frapponen-dosi tra l'accampamento d'Israele e quello degli Egiziani. La nube è tenebra per gli Egiziani, mentre illumina la notte per gli Israeliti: inoltre, impedisce ogni contatto tra i due accampa­menti. Mosè stende la mano sul mare e fa esplodere la potenza del «braccio teso» del Dio riscattatore (cfr. 6,6; 7,5). Il Signore aveva detto a Mosè di dividere il mare, ma è lui stesso a «far camminare» (14,21) il mare con un forte vento d'oriente, trasformandolo in «terra secca», facendo sì che le acque si dividano. È chiaro che non è Mosè a liberare il suo popolo, ma Dio; tuttavia Dio non salva senza la mediazione di Mosè. Gli Israeliti entrano nel mare camminando su un corridoio asciutto che ha due muraglie d'acqua a destra e a sinistra: nel sistema d'orientamento israe­lita la destra corrisponde al sud, la sinistra al nord, per cui la direzione della loro marcia è da ovest verso est.

Gli Egiziani, come aveva previsto JHWH, inseguo­no gli Israeliti: non esitano dinanzi al miracolo e imitano gli Israeliti, entrando in mezzo al mare, con tutta la loro potenza militare, ma stavolta JHWH interviene «nella veglia del mattino», vale a dire tra le due e le sei del mattino (14,24). Sono quattro ore condensate in tre verbi di disfatta: JHWH «getta uno sguardo», getta lo scompiglio e semina il panico nell'accampamento egiziano. A questo punto, per la prima volta, gli Egi­ziani «riconoscono» JHWH e la loro constatazione conferma che Egli combatte contro gli Egiziani in favore degli Israeliti (14,13-14). La loro emulazione diventa fatale; da inseguitori, si tramutano in insegui-ti e tentano di fuggire dinanzi alla «faccia» (14,25) d'Israele, così come il faraone non voleva più vedere la «faccia» di Mosè (cfr. 10,28-29). 

Sull'altra riva del mare, all'alba (14,26-31)

26Il Signore disse a Mosè: "Stendi la mano sul mare: le acque si riversino sugli Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri". 27Mosè stese la mano sul mare e il mare, sul far del mattino, tornò al suo livello consueto, mentre gli Egiziani, fuggendo, gli si dirigevano contro. Il Signore li travolse così in mezzo al mare. 28Le acque ritornarono e sommersero i carri e i cavalieri di tutto l'esercito del faraone, che erano entrati nel mare dietro a Israele: non ne scampò neppure uno. 29Invece gli Israeliti avevano camminato sull'asciutto in mezzo al mare, mentre le acque erano per loro un muro a destra e a sinistra.

30In quel giorno il Signore salvò Israele dalla mano degli Egiziani, e Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare; 31Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l'Egitto, e il popolo temette il Signore e credette in lui e in Mosè suo servo.

Questa volta Mosè non deve dire più niente agli Israeliti che assistono «silenziosi». Tutto ciò accade «sul far del mat­tino» (14,27), cioè all'alba, che, per la concezione biblica è un tempo significativo: normalmente il mat­tino è il momento in cui si ristabilisce la giustizia (cfr. 2Sam 15,2; Ger 21,12), in cui Dio esaudisce le sup­pliche a lui rivolte (cfr. Is     21,11-12; Sal 5,4; 30[29],6) e in cui spesso Israele consegue una vittoria militare.

Mosè riceve di nuovo l'ordine di «stendere la ma­no» sul mare; se precedentemente questo gesto ri­guardava la salvezza degli Israeliti (14,16.21), qui ri­guarda la rovina degli Egiziani. Le acque ritornano al loro livello consueto, ricoprono gli Egiziani in fuga, sommergendo senza superstiti tutta la potenza mili­tare con cui si erano mossi; ancora una volta si sotto­linea che è stato JHWH a «sballottarli» in mezzo al mare. Al contra­rio, gli Israeliti hanno varcato indenni il mare e si ripete il particolare che hanno camminato sull'asciut­to, attorniati da muraglie d'acqua a destra e sinistra. Queste pareti solide di un elemento liquido e infor­me dimostrano il potere di JHWH sul caos. L'immagine delle muraglie ri­chiama le «sponde» (lett. «le due pietre») che ab­biamo visto in un contesto di nascita nel pericolo in Es 1,16.

La direzione di marcia, da ovest verso est, risulta profondamente simbolica, vista alla luce della concezione solare degli antichi. Se­condo questa concezione «ciclica», il sole compiva ogni giorno un viaggio, che lo portava a scomparire a ovest, ad attraversare durante la notte l'oceano pri­mordiale sotterraneo (il Mare dei Giunchi) per poi risorgere a est, rinnovato e rigenerato. Israele, dun­que, percorre questo cammino di morte e risurrezio­ne; cammina da ovest, cioè dall'Egitto, dalla schiavi­tù, attraversa la notte e il mare e risorge, al di là della morte, a est, cioè verso la luce, la vita e la libertà.

 

I vv.30-31 sono l'epilogo di questo evento gran­dioso: con l'espressione «in quel giorno» basilare per la storia e l'esistenza d'Israele come popolo. La visione della «vittoria/salvezza» promessa da Mosè si realizza: Israele vede gli Egiziani morti sulla riva del mare, così come vede che «la mano potente» di JHWH è più forte della «mano» d'Egitto. L'Israele che fa questa esperienza appare trasformato; dalla paralisi, da un'estrema paura (14,10), crede all'invito a «non te­mere» di Mosè (14,13-14) e finalmente passa al «timore di Dio» (14,31): timore che non è più terrore, ma rispetto, riconoscimento e riconoscenza di un Altro e di un Oltre che si rivela come l'Unico Salvatore. L'affermazione «credettero nel Signore e nel suo servo Mosè» (14,31) è eccezionale, se si considera che, in tutto il Primo Testamento, Israele dimostra un'in­nata propensione all'incredulità (cfr. Nm 14,11; 20,12; Dt 1,32; 9,23; 2Re 17,14).