Introduzione
LEGGERE L'ESODO
Il Libro dell'Esodo è il secondo della Bibbia e del Pentateuco. Il titolo italiano deriva dal greco «Èxodos», che significa "Uscita", e definisce il cuore dell’intera opera, che si sviluppa attorno all'«uscita» materiale, sociale e spirituale del popolo ebraico, oppresso dalla terra dei Faraoni, verso la libertà e la patria promessa da Dio ai padri. Gli ebrei sono soliti indicare i libri della Sacra Scrittura con le prime parole del testo biblico e chiamano quest'opera con l'espressione «We'elleh Shemòt» (="E questi sono i nomi").
Tra tutti i testi dell’Antico Testamento il Libro dell’Esodo occupa senza dubbio un posto di primissima importanza. Per Israele esso rappresenta il cuore della Torah (il Pentateuco), la parte principale della Scrittura, che i profeti ed i sapienti non hanno mai cessato di rileggere, ascoltare e commentare, riconoscendovi il fondamento sempre vivo ed attuale della loro fede.
Sullo stesso fondamento storico-salvifico gli autori del Nuovo Testamento non hanno potuto fare a meno di leggere il racconto dell’Esodo per comprendere la persona, la missione e l’opera del Signore Gesù, che con la sua autenticità di vita ha ripercorso tutta la vicenda del popolo, portandola a compimento con la sua pasqua, sigillo della nuova ed eterna alleanza e del suo comandamento nuovo.
Un libro polifonico
Tradizionalmente attribuito a Mosè, l'Esodo è invece stato scritto da vari autori ed è frutto di una attività letteraria che si è protratta per secoli, il cui risultato è un'opera che ci appare come una composizione polifonica, che ha assemblato e arrangiato nel corso del tempo voci e partiture dallo stile diverso; esso è infatti  il risultato di tradizioni orali o brevi cicli di racconti indipendenti su determinati eventi legati a personaggi (ad es. Mosè, Aronne) o a luoghi e situazioni (Oreb, Madian, Kadesh), che confluirono in testi scritti in epoche diverse, talvolta in forma di semplici canovacci, per poi essere integrati in racconti più ampi e unitari fino ad approdare, dopo mirate revisioni, alla compilazione definitiva del testo attuale. È difficile ricostruire i modi e i momenti precisi di questo complesso processo di formazione; quel che possiamo affermare con certezza è che il libro dell'Esodo ha trovato la sua forma definitiva e attuale nel periodo del post-esilio, nella orchestrazione finale avvenuta tra il 400 e il 300 a.C.
Semplificando forse troppo, ma a scopo di chiarezza, potremmo dire che il testo si presenta come una combinazione di quattro fonti o tradizioni (a volte piuttosto intricata e non sempre certa), anche se una proposta più recente si limita cautamente all'identikit di tre «scuole».
• La fonte Jahvista (sigla J), così chiamata, perché adotta il nome JHWH per Dio (che nel testo italiano è sempre tradotto con «Si-gnore»); sarebbe la fonte più antica e più estesa, scritta in Giuda, sotto il regno di Salomone (X secolo), o più tardi (VIII seco¬lo), fino al primo post-esilio (500 a.C. circa). Questa «voce», che ama dipingere Dio in modo antropo-morfico, sembra tifosa della monarchia davidica. Nel libro dell'Esodo la sua teologia ribadirebbe alcu¬ni punti fermi: JHWH è il Signore della storia e sceglie Israele come mediatore del suo piano di salvezza universale; Mosè viene presentato come l'ultimo dei patriarchi; Israele come nazione nasce nell'uscita dall'Egitto e al Sinai; la relazione tra JHWH e il popolo sgorga dalla gratuità divina ed esige unicamente la fede come risposta; questa relazione può essere di¬storta dalla libertà uma-na che sul momento può ri¬fiutare e ostacolare il disegno divino - da qui l'im¬portanza delle «piaghe» e di un testo paradigmatico come Es 32-34-; l'ultima parola, però, è del Signo¬re, sempre disposto a dimenticare gli errori e a rinno¬vare il suo progetto. «Dono-peccato-castigo-perdo¬no» è l'intuizione che sembra soggiacere alla voce dello Jahvista qui, come nel resto del Pentateuco. La monarchia viene considerata quale erede della leadership di Mosè e il compimento delle promesse pa¬triarcali.
• La fonte Elohista (sigla E), così chiamata, perché adotta il nome divino 'Elohim (sempre tradotto con «Dio» nella traduzione della Bibbia Cei). Sarebbe stata scritta dopo lo scisma, nel Regno di Samaria (IX-VIII secolo), influenzata dalla spiritualità di profeti del nord come Elia, Eliseo e Osea. Evita gli antropomorfismi, mentre sottolinea la trascendenza di Dio, introducendo gli angeli come mediatori. Nel libro dell'Esodo presenterebbe Mosè come il modello supremo del profeta, taumaturgo e impavido combattente del faraone, come i profeti con i re d'Israele; enfatizzerebbe, con un certo nazionalismo, la preoc¬cupazione di Dio per il popolo eletto, separato dagli altri popoli che appaiono più come nemici o seduttori che come destinatari di un messaggio di salvezza; insisterebbe sull'alleanza come una fedeltà reciproca, la cui esigenza radicale è «il timore di Dio», visto non come paura, ma come rispetto e obbedienza; darebbe spazio a raccolte legislative (come al Codice dell'Alleanza). Qui il condizionale è d'obbligo, visto che questa fonte appare come la «cenerentola» del quartetto: molti ne negano l'identità o la ridimensionano in quanto frammentaria o come una revisione della seguente.
• La fonte Deuteronomica/Deuteronomista (sigla D). Tale fonte, o meglio corrente di pensiero, viene collocata tra la fine del VII secolo sino al post-esilio inoltrato, sotto l'impulso della classe dirigente di Gerusalemme. Si caratterizza per il suo «gergo» par¬ticolare. In una prima fase, questa corrente cerca di riaggiornare le fonti antiche, di rileggere e ristrutturare le tradizioni religiose mediante la categoria dell'«alleanza», la centralizzazione del culto e il pri¬mato della Legge. Il risultato fu la prima redazione del libro del Deuteronomio, la cui visione teologica si può riassumere nel motto «un solo Dio, un solo tempio, una sola Legge per il popolo eletto nella terra donata a tutti». Durante e dopo l'esilio, una scuola di sapienti laici, alla luce di questo programma, ha riletto il percor-so storico da Giosuè all'ultimo re in quella grandiosa opera storiografica (Gs-2Re) che viene denominata «Storia Deuteronomistica»; questa scuola rivela la sua mano nella redazione di numerosi passi dell'Esodo. I punti salienti della teologia di D nel libro dell'Esodo sono: la presentazione del patto tra Dio e Israele come un'alleanza condizionata, dipendente cioè non solo dalla fedeltà di Dio, ma anche da quella del popolo, per cui l'esilio è stato la conseguenza di questa infedeltà; l'importanza accordata all'esodo dall'Egitto e alla terra promessa; la presentazione di Mosè come il profeta per antonomasia d'Israele per l'esperienza originale sull'Oreb (nome tipico di D per il Sinai), e come mediatore e servo sofferente totalmente sottomesso a JHWH; il ruolo d'Israele come comunità convocata da Dio e quindi responsabile dell'immagine stessa di JHWH nel mondo; l'importanza della Torah come principio di vita; la liturgia come attuazione nell'«oggi» del passato di salvezza di Dio.
• La fonte Sacerdotale (sigla P, dal tedesco Priester = sacerdotale). Questa fonte fu l'opera dei gruppi sacerdotali, guide prima della comunità ebraica in esilio, poi di quelle di Gerusalemme e di tutte le altre disperse nel vasto regno persiano nel post-esilio, prima del 520 a.C. P conosce le antiche tradizioni e le reinterpreta. Come «voce» è la più facile da identificare per il suo stile un po' «burocratico», per il suo interesse alle genealogie, alle cronologie, con una preoccupazione particolare per il culto e la legislazione. Nell'Esodo questa tradizione fa la parte del leone. La sua teologia cerca di rispondere al silenzio di Dio dimostrando che, dietro la catastrofe dell'esilio, c'è lo stesso Signore, che ha fatto uscire Mosè dall'Egitto e Abramo dal paese dei Caldei, lo stesso in cui vivono da deportati. P congiunge la storia delle origini, quella patriarcale ed esodale, rileggendole come autosvelamento di Dio in tre tappe: l'esodo è quella finale in cui il «Dio» generico della creazione, «Onnipotente» dei patriarchi si rivela come JHWH, il «Go'el» (Es 6,2-8) e il «Dio di gloria» (Es 14) per antonomasia. Per P l'esilio non ha annullato le promesse fatte ai patriarchi; la vera alleanza non è quella del Sinai, ma il giuramento fatto da Dio a Noè (Gen 9), ad Abramo e alla sua discendenza (Gen 17); questo garantisce per sempre l'esistenza di Israele, nonostante il diluvio dell'esilio. L'obiettivo di P è dimostrare la continuità di una storia di benedizione e confermare l'identità dell'Israele post-esilico con quello pre-esilico; la promessa della terra rientra nel piano divino. Presenta l'uscita dall'Egitto e la costruzione del santuario come un atto di nuova creazione, che prepara Israele a essere la dimora della sua «Gloria». L'ideale di P è la costituzione di una società teocratica il cui motto è «Legge, sacerdozio e tabernacolo», di una nazione «santa», separata dalle altre, che appartiene solo a JHWH, guidata non più dal re, ma dai sacerdoti: tipico di P, in tal senso, è il personaggio di Aronne. Rispetto alle voci precedenti, P descrive Mosè soprattutto come un inviato di Dio; tuttavia non dimentica la sua umanità, segnalando il suo peccato che gli impedirà di entrare nella terra.
Che cosa ci raccontano i nostri padri nel libro dell'Esodo
L'Esodo rappresenta il cuore dell'Antico Testamento, perché narra l'evento fondante della storia d'Israele: è il racconto di come una massa di schiavi senza diritti né dignità, in "mano" agli oppressori Egiziani, diventa un popolo libero grazie alla "mano" di Dio e tramite la "mano" di Mosè. Si tratta di un evento basilare perché registra la prima rivelazione del Signore come JHWH, la nascita d'Israele come popolo e quella di un mediatore eccezionale come Mosè. In virtù di questa liberazione, che coincide con una nuova creazione, JHWH si rivela come il Signore della libertà, che non è indifferente al grido degli oppressi, rivendica e dimostra la propria sovranità su Israele e sull'universo, gli propone la sua alleanza-legge e lo sceglie come sua dimora, accompagnandolo nel cammino verso la terra promessa.

Esodo: dove, come, quando?
Anche se le modalità precise con cui si sono svolti i fatti narrati si sottraggono a una puntuale e rigorosa indagine storiografica, possiamo ritenere verosimile che alla base ci sia un fondamento storico, un'esperienza vissuta da gruppi diversi in epoche diverse, in seguito riletta e fatta propria in modo corporativo da quanti si riconoscevano come «Israeliti».
Una domanda inevitabile è: qual è l'attendibilità storica degli eventi raccontati dal libro dell'Esodo e, più precisamente, quando, dove e come avvenne l'esodo?
Le fonti extrabibliche, in particolare egiziane, non registrano affatto la venuta d'Israele in Egitto, né menzionano le varie vicende narrate dalla Bibbia, in particolare eventi così eclatanti come la morte dei primogeniti e la totale disfatta dell'esercito egiziano nel passaggio del mare. Abbiamo testimonianze iconografiche e documenti scritti che attestano la presenza e la circola-zione di gruppi semiti sin dal terzo millennio come commercianti, come invasori (ad es. gli Hyksos, che regnarono in Egitto dal 1720 al 1550 a.C), come funzionari di corte e come manodopera straniera utilizzata per lavori. Se è possibile affermare la verosimiglianza del racconto biblico, tuttavia non si è ancora in grado di individuare una precisa epoca in cui gruppi provenienti da Canaan si sarebbero stabiliti in Egitto, o di provare che vi sia stato un esodo così come viene narrato dalla Bibbia.
La schiavitù degli ebrei
Il racconto di ebrei costretti a lavorare come schiavi è attendibile; l'iconografia egiziana attesta schiavi di origine semitica che fabbricano mattoni, facilmente identificabili per la loro fisionomia
Mosè
Questo personaggio così basilare nella storia d'Israele non sembra aver lasciato tracce nelle fonti egiziane, se non in alcuni scritti antigiudaici tardivi a partire dal III secolo a.C. Egli ha un ruolo chiave nel Pen-tateuco, mentre nel resto della Bibbia ebraica viene poco ricordato. L'unica cosa sicura è che il suo nome ha origini egiziane: moses è un suffisso che significa «figlio di», altri, invece, lo fanno derivare dalla combinazione dei due geroglifici m + sh, che significano «nello stagno». Questo potrebbe deporre in favore della storicità di Mosè: se il suo per-sonaggio fosse stato inventato dagli Israeliti, non gli avrebbero dato un nome egiziano, ma ebraico.
In ogni caso l'intenzione del testo biblico non è fornirci una biografia «storica» di Mosè, che resta inverificabile, quanto presentarlo come un personaggio emblematico della situazione di Israele nel post-esilio.
 
Le piaghe d'Egitto
Ben cinque capitoli di quest'opera sono dedicati al racconto delle «piaghe». Nella Bibbia il loro numero varia: sono dieci nell'Esodo, sette nel Sal 78(77),43-51 e nove in Sal 105(104),27-36 (tenendo conto dei duplicati), sei in Sap 11-18. Dal punto di vista storico, i fenomeni descritti sono comuni in Egitto, come l'acqua del Nilo che durante la piena di luglio-agosto diventa rossa (= sangue) trasportando detriti di argilla rossa e provocando la moria dei pesci. Così pure sono fenomeni naturali il proliferare di rane e zanzare, quando le acque si ritirano in autunno; è nota una specie di mosca tropicale che provoca malattie ulcerose che colpiscono uomini e bestie. La piaga delle tenebre può essere una tempesta di sabbia provo¬cata dallo scirocco nero. L'unico fenomeno insolito, raro in Egitto (ma non in Palestina), è la grandine, a cui il racconto biblico dedica molto spazio. Più arduo è spiegare la morte di tutti i primogeniti egiziani; nessuna fonte egiziana parla di questa terribile tragedia così eclatante, mentre, vale la pena ricordarlo, nel IV-III secolo a.C. ne circolava un'altra, fortemente xenofoba, secondo cui gli ebrei furono espulsi dall'Egitto a cau¬sa di un'epidemia (peste o lebbra) da cui erano affet¬ti, guidati da un Mosè soprannominato «Alfa».
L'uscita dall'Egitto
Anche l'uscita dall'Egitto e l'itinerario seguito dagli Israeliti sfuggono al tentativo di una accurata in¬dagine storica. La verosimiglianza è indubbia: diversi testi egiziani attestano vari passaggi di schiavi fuggiaschi verso il deserto. Il testo biblico sembra parlare di due modalità di uscita, di un esodo-espulsione e di un esodo-fuga, così come di due itinerari per raggiungere la Palestina. In base a ciò è stata formulata l'ipotesi  secondo cui vi furono due esodi, da parte di almeno due gruppi d'I¬sraeliti, da collocarsi probabilmente in tempi e modi diversi; il primo, l'«esodo-cacciata», seguì come itine¬rario la strada più breve e normale della costa medi¬terranea (la «Via Maris») a nord, verso Kadesh, pene-trando in Palestina dal sud, senza fare l'esperienza del Sinai; il secondo, l'«esodo-fuga», seguì un itinerario più lungo, deviando verso la penisola sinaitica, e filtrò in Palestina dalla Transgiordania. Quest'ulti¬mo sarebbe l'esodo «classico», quello del gruppo di Mosè, collocato cronologicamente intorno al 1250, durante il regno di Ramsete II o Mernefta. È più probabile, però, che vi furono non due, ma parecchi esodi di schiavi semiti fuggiti dall'Egitto, per cui lo storico non è in grado di identificare con assoluta certezza quale di essi fu quello di cui ci parla il testo, che resta vago.
 
Il Mare dei Giunchi
Connesso al precedente, un altro problema è l'identificazione del «mare» attraversato dagli Israeliti. Comunemente viene chiamato e tradotto «Mar Rosso» (a partire dalla versione greca dei LXX), ma il testo ebraico parla di «Mare dei Giunchi» o «Mare delle Canne». Qualcuno lo localizza tra i Laghi Amari, nella regione dove si trova attualmente il Canale di Suez, ricca ancor oggi di lagune e acquitrini; altri lo localizzano con una laguna chiamata lago Menzaleh (anticamente lago Sirbonide) sulla Via Maris che costeggiava il Mediterraneo.
Il passaggio del mare
Al di fuori del racconto biblico non abbiamo nessun altro documento che registra questo evento; le cronache egiziane ignorano questa sconfitta così clamorosa, che comportò il totale annientamento dell'esercito egiziano e la morte del Faraone. Va segnalato che le storiografie del tempo, più abituate al genere encomiastico e celebrativo di trionfi, erano difficilmente inclini a consegnare ai posteri disfatte ingloriose. Non sappiamo se si trattò di un voluto colpo di spugna di un'onta, o di uno o più episodi isolati insignificanti per la storiografia egiziana. Certamente non lo fu per l'autore biblico (anche lui a suo modo fazioso), che lo celebra come l'evento fondante della fede e dell'esistenza di Israele.
Il soggiorno nel deserto
Anche sul soggiorno degli Israeliti nel deserto non possediamo documenti al di fuori del racconto biblico.
Il numero di quaranta anni non va preso alla lettera, ma è senza dubbio simbolico: nella Bibbia riappare in testi tardivi, post-esilici (16,35; cfr. Nm 14,34; Dt 1,3). Il numero «quaranta» esprime l'arco di una generazione o di vita completa in se stessa e, nelle intenzioni del narratore biblico, è un'equivalenza simbolica del periodo dell'esilio. I «miracoli» che accompagnano il viaggio di Israele possono avere una spiegazione naturale, per chi conosce le condizioni ambientali del deserto sinaitico; per quanto riguarda la potabilizzazione delle acque amare (15,22-25), sono note le proprietà terapeutiche di certi tipi di legno capaci di rendere salubre l'acqua imbevibile. La manna è un fenomeno comune nella penisola sinaitica: si tratta della secrezione bianca e dolciastra di un insetto che si nutre della linfa di una tamerice.
 
Il Sinai
Anche l'identificazione del Sinai (od Oreb) resta oggetto di discussioni. Vi sono almeno quattro proposte:
a)  tradizionalmente lo si localizza con l'attuale Gebel Musa nell'estremità meridionale della penisola sinaitica, dove sorge il monastero greco-ortodosso di Santa Caterina;
b)  recentemente, è stato proposto di identificarlo con l'Har-Karkom, un monte nel deserto del Neghev, presso l'oasi di Kadesh, nella penisola del Sinai;
c)  altri, in base alla descrizione di Es 19, in cui ravvisano un'eruzione vulcanica, lo localizzano in Arabia Saudita, a sud-est del Sinai nella parte settentrionale del massiccio montuoso di Al Hijaz, ricco di vulcani
d)  altri ancora lo localizzano a Petra, nella Transgiordania, dove secondo la tradizione araba fu Sepolto Aronne.
Le leggi di Israele
Secondo la Bibbia, è al Sinai che Israele diventa una nazione e riceve i cardini della sua esistenza: la Legge e il culto. Questi cardini occupano la maggior parte del libro dell'Esodo e si prolungano nei libri successivi del Pentateuco.
Suddivisione del testo
Possiamo dividere il libro dell'Esodo in tre parti principali, in base agli scenari, agli attori e ai tempi narrativi.
• 1,1-15,21. L’Egitto, luogo di schiavitù: la prova e la salvezza.
Questa prima sezione ha come scenario l'Egitto e introduce gli attori principali: gli Israeliti, il Faraone e gli Egiziani, Mosè, Dio e Aronne.
JHWH libera il popolo e si fa conoscere Gli Israeliti, divenuti un popolo, sono oppressi e minacciati di genocidio dal Faraone. Mosè viene salvato e, dopo varie vicende, incontra su un monte JHWH che gli si rivela come il sovrano d'Israele e dell'universo e lo incarica di liberare Israele. Inizia un confronto con il Faraone che rifiuta di liberare il popolo e di riconoscere l'autorità di JHWH; nella sequenza delle piaghe, poi nella notte di Pasqua e nel passaggio del mare, eventi di salvezza e di giudizio, JHWH dimostra definitivamente la sua sovranità. La situazione di oppressione in cui versa il popolo si ritorce contro gli stessi sudditi del faraone.  Questa sezione si chiude sulla sponda della libertà con un inno di vittoria che ricapitola gli eventi e si apre al futuro.
Da popolo di schiavi sfruttati e senza dignità, in grado solo di gridare la propria miseria, gli Ebrei sono divenuti un popolo libero capace di cantare, sotto la mano benefica di Dio, la gioia della sua salvezza, il mistero di una nuova nascita.

• 15,22-18,27. Il deserto, luogo della crescita: la tentazione e il dono.
Lo scenario di questa seconda sezione è il percorso nel deserto, dall'Egitto al Sinai. Israele è libero dai suoi oppressori, ma deve ancora imparare che cos’è la vera libertà al servizio del suo Dio e nell’affidamento totale a lui: deve subito fronteggiare le crisi di un popolo neonato qual è, come la sete, la fame, il dubbio della presenza di Dio, l'attacco militare dei primi nemici, l'organizzazione di un proprio apparato giuridico che garantisca il ristabilimento della giustizia.
Il deserto è il luogo tipico di tale apprendistato, la scuola della fiducia incondizionata nel Signore Dio, la pedagogia paziente che forma alla capacità di amare.

• 24,12-40,38. Dal Sinai in avanti: L'Alleanza e lo statuto d'Israele, dimora» di JHWH
Lo scenario di questa sezione, la più corposa del libro, diventa quello del Sinai. Si tratta di un mo¬mento costitutivo: JHWH chiede liberamente a Israele di entrare in alleanza con Lui, propone la sua legge, le sue norme cultuali, che sanciscono il nuovo status d'Israele e preparano la «dimora» della sua Gloria in mezzo al suo popolo.