LA CRISI

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osè, coadiuvato da Aronne, sembra aver avuto successo nel primo compito di parlare al suo popolo e gli Israeliti sembrano aver accolto il suo messaggio. Ora, insieme ad Aronne, si accinge al secondo, quel­lo di parlare al faraone.

Questo secondo annuncio non fa altro che peg­giorare le cose, esasperando sia il re d'Egitto sia gli stessi Israeliti, condannati a un inasprimento dei lavori forzati. Mosè e Aronne subiscono un doppio «processo»; sono accusati dal faraone di essere falsi e di fomentare l'insubordinazione degli Israeliti, così come sono accusati dagli scribi israeliti, dinanzi al tribunale di JHWH, di aver scatenato l'odio mortale del faraone contro di loro. A questo punto Mosè sfoga la sua delusione contro Dio, traditore delle sue promesse, ma soprattutto traditore dell'incarico affi­dato al suo stesso inviato.    

1In seguito, Mosè e Aronne vennero dal faraone e gli annunciarono: "Così dice il Signore, il Dio d'Israele: "Lascia partire il mio popolo, perché mi celebri una festa nel deserto!"". 2Il faraone rispose: "Chi è il Signore, perché io debba ascoltare la sua voce e lasciare partire Israele? Non conosco il Signore e non lascerò certo partire Israele!". 3Ripresero: "Il Dio degli Ebrei ci è venuto incontro. Ci sia dunque concesso di partire per un cammino di tre giorni nel deserto e offrire un sacrificio al Signore, nostro Dio, perché non ci colpisca di peste o di spada!". 4Il re d'Egitto disse loro: "Mosè e Aronne, perché distogliete il popolo dai suoi lavori? Tornate ai vostri lavori forzati!". 5Il faraone disse: "Ecco, ora che il popolo è numeroso nel paese, voi vorreste far loro interrompere i lavori forzati?".

6In quel giorno il faraone diede questi ordini ai sovrintendenti del popolo e agli scribi: 7"Non darete più la paglia al popolo per fabbricare i mattoni, come facevate prima. Andranno a cercarsi da sé la paglia. 8Però voi dovete esigere il numero di mattoni che facevano finora, senza ridurlo. Sono fannulloni; per questo protestano: "Vogliamo partire, dobbiamo sacrificare al nostro Dio!". 9Pesi dunque la schiavitù su questi uomini e lavorino; non diano retta a parole false!". 

10I sovrintendenti del popolo e gli scribi uscirono e riferirono al popolo: "Così dice il faraone: "Io non vi fornisco più paglia. 11Andate voi stessi a procurarvela dove ne troverete, ma non diminuisca la vostra produzione"".

12Il popolo si sparse in tutto il territorio d'Egitto a raccogliere stoppie da usare come paglia. 13Ma i sovrintendenti li sollecitavano dicendo: "Portate a termine il vostro lavoro: ogni giorno lo stesso quantitativo come quando avevate la paglia". 14Bastonarono gli scribi degli Israeliti, quelli che i sovrintendenti del faraone avevano costituito loro capi, dicendo: "Perché non avete portato a termine né ieri né oggi il vostro numero di mattoni come prima?".

15Allora gli scribi degli Israeliti vennero dal faraone a reclamare, dicendo: "Perché tratti così noi tuoi servi? 16Non viene data paglia ai tuoi servi, ma ci viene detto: "Fate i mattoni!". E ora i tuoi servi sono bastonati e la colpa è del tuo popolo!". 17Rispose: "Fannulloni siete, fannulloni! Per questo dite: "Vogliamo partire, dobbiamo sacrificare al Signore". 18Ora andate, lavorate! Non vi sarà data paglia, ma dovrete consegnare lo stesso numero di mattoni".

19Gli scribi degli Israeliti si videro in difficoltà, sentendosi dire: "Non diminuirete affatto il numero giornaliero dei mattoni". 20Usciti dalla presenza del faraone, quando incontrarono Mosè e Aronne che stavano ad aspettarli, 21dissero loro: "Il Signore guardi a voi e giudichi, perché ci avete resi odiosi agli occhi del faraone e agli occhi dei suoi ministri, mettendo loro in mano la spada per ucciderci!".

22Allora Mosè si rivolse al Signore e disse: "Signore, perché hai maltrattato questo popolo? Perché dunque mi hai inviato? 23Da quando sono venuto dal faraone per parlargli in tuo nome, egli ha fatto del male a questo popolo, e tu non hai affatto liberato il tuo popolo!".

Il capitolo 5 si apre con l'euforia di Mosè e Aronne, che si recano in udienza dal faraone e, in nome di JHWH, qui per la prima volta chiamato «Dio d'Israele» e «Dio degli Ebrei», chiedono il permesso di partire in pellegri­naggio per prestargli culto nel deserto. Curiosamente, Mosè e Aronne non compiono nessun segno e non parlano affatto della rivendicazione di JHWH sul suo primogenito Israele, né della minaccia contro il primogenito del faraone. Questa richiesta si tramuta in un boomerang inatteso; il faraone domanda sarcastico «chi è JHWH?» (cf. Es 3,14) ed afferma di non «conoscerlo», esattamente come il suo predecessore. La storia non cambia. Il faraone non sopporta un «dio» antagonista e, per tutta rispo­sta, non «lascia partire liberi» gli Israeliti; egli è preoccupato per la minaccia che costituiscono per la popolazione locale egiziana e decide un giro di vite nei lavori forzati. Per lui il «sogno» di Mosè e Aronne è soltanto insubordi-nazione e sabo­taggio e con un vendi­cativo ordine esige dagli schiavi israeliti la produ­zione dello stesso quantitativo di mattoni, senza però rifornirli di paglia, che stavolta i «suoi» schiavi devo­no procurarsi da soli. La gestione di questa produzione viene affidata a «sorveglianti» egiziani e agli «scribi» israeliti. I pri­mi sono già noti: il termine in ebraico designa gli «aguzzini», ma anche gli «esattori» (cfr. Dt 15,2; cfr. Dn 11,20) e i «tiranni» (cfr. Is 9,3; 14,2). Per la prima volta essi risultano affiancati dagli «scribi» del popo­lo, cioè da capisquadra israeliti chiamati a controllare i loro stessi fratelli di sangue. Probabilmente sono scelti tra gli "anziani", gli stessi a cui Mosè aveva comunicato il programma di libertà di Dio. Questo aggravamento dei lavori viene motivato dal faraone con l'accusa che gli Israe­liti sono «fannulloni/lassisti» (5,8) e si lascia­no ipnotizzare dalle menzogne di Mosè e di Aronne, il cui reclamo viene respinto e disprezzato (5,9).

I sorveglianti egiziani e gli scribi israeliti si recano dal popolo e comunicano scrupolosamente le disposizioni del faraone, avviando un controllo ser­rato. Le nuove modalità di produzione ovviamente richiedono più tempo e diventano particolarmente dure, specialmente sotto il cocente sole egiziano: la raccolta di paglia obbliga gli Israeliti a una "diaspo­ra", a disperdersi per tutto il paese d'Egitto, per rac­cattare stoppie. Ora, sono proprio i "poliziotti" israe­liti a pagare per primi la scarsa efficienza nel mante­nere il livello di produzione richiesto: vengono così esemplarmente picchiati da chi li aveva promossi (5,14).

I capisquadra israeliti si recano in udienza dal faraone; la scena è un po' in­verosimile, giacché non era possibile che degli schiavi potessero entrare in rapporto diretto con il sovrano. Sono loro a reclamare (5,16), non il popolo, ma complici del potere, volonta­ri o per coercizione, non contesta­no la schiavitù in sé, bensì solo la mancanza di paglia; si confermano così «servi» fedeli del faraone perché temono più di entrare in conflitto con il sovrano, piuttosto che con la «peste» di JHWH e, pur di scagionarsi, non esitano ad addossare la colpa sul popolo degli Israeliti. Le loro parole rivelano solo una codardia e un servilismo smaccati. Essi rivelano una «malattia» che contraddistingue-rà tutto il popolo nel prosieguo del racconto; hanno un cuore schiavo, vigliacco, incapace di oriz­zonti di libertà; come sono lontani dall'astu-zia e dal co­raggio delle levatrici e della sorella di Mosè (cfr. cc 1-2)!

Il faraone ben due volte rilancia l'accusa che gli israeliti sono «fannulloni» (5,17); devono tornare al loro lavoro e produrre la quantità di mattoni ri­chiesta senza rifornimento di paglia.

Gli scribi si imbattono in Mosè e Aronne, li accusano di averli resi odiosi (letteralmente «puzzolenti»; 5,21) agli occhi del faraone e dei suoi servi; si preoccupano più di «puzzare» dinanzi agli Egiziani, piuttosto che offrire a JHWH il «profumo di sacrifici» nel deserto. La loro accusa è l'istruzione di un vero e proprio processo. Tutto ciò equivale a rinnegare non solo la verità e l'autorità di Mosè e di Aronne, ma anche quello stesso JHWH da loro annunciato; gli scribi non negano la sua esistenza, ma lo pongono al servizio del faraone, a difesa dell'oppressione! Essi sono seguaci di un Dio faraonico, non di quello scomodo di Mosè; non vogliono diventare «nomadi», ma restare parassiti del sistema.

Il capitolo si chiu­de con Mosè che «ritorna» al Signore, sfogando tutta la sua amarezza e la sua solitudine. Sfogo giustificato, perché da quando, ha accettato la missione, il suo annuncio non ha fatto altro che peggiorare i maltrattamenti degli Israeliti. Per la prima volta, Mosè ricorda a Dio che essi sono il suo popolo, come farà in altre occasioni decisive di crisi (cfr. Es 32,11-14; Nm 12,11-12).

Dopo Mosè, l'unico a domandarsi «chi» sia JHWH è proprio il faraone: "Chi è mai questo «dio minore» per esse­re ascoltato da lui?" Egli conosce soltanto se stesso ed è dio a se stesso. Si tratta dell'antitesi di due logiche, di due progetti: quella di JHWH è una logica di festa, di pellegrinaggio cultuale, di «riposo» (5,1.3.8.17); quella del faraone e dei suoi attendenti è unicamente di schiavitù, di lavoro forzato.

A questo punto sorgono delle domande: chi è il «vero» leader che parla e agisce nell'interesse di Israe­le? Chi incoraggia o scoraggia veramente il po­polo? Chi maltratta Israele: il faraone, i suoi mi­nistri e i collaborazionisti israeliti, oppure JHWH, tra­mite i suoi inviati?

Il faraone rimprovera a Mosè e Aronne di «distogliere» il popolo dalla sua «giusta vocazione» ai lavori forzati. Mosè, ferito nell'orgoglio lancia la sua accusa accorata, non esitando a de­nunciare l'inaffidabilità e la noncuranza di Dio al quale rinfaccia duramente di essersi ritrova­to a «portare iella» agli Israeliti, proprio per aver accettato di parlare in suo nome; ma è a Dio che affida la sua causa nel processo che gli è stato appena intentato.

La «sindrome di Stoccolma» 

La «sindrome di Stoccolma» è quello strano fenomeno registrato nel 1973 in una rapina nella capitale svedese, per cui alcuni seque­strati, superato lo shock iniziale, simpatizzano e si identificano con i sequestratori, manifestando ostili­tà verso il mondo esterno. È la stessa sindrome che qui colpisce gli scribi israeliti, la quale si rivelerà in tutta la sua virulenza nel passaggio del mare e nel de­serto, così come nella storia successiva d'Israele, che cercherà sempre la propria sicurezza nei suoi oppressori, Egitto o Babilonia, Siria o Roma! Questo tipo di sindrome nasce dalla paura della li­bertà, dall'incapacità di rischiare l'inatteso, arroccan­dosi invece nella falsa sicurezza del già noto. In antitesi a quello di Mosè, l'atteggiamento degli scribi israeliti, interpreti della «filosofia» oppressiva egiziana, richiama altre figure di leader, che non cer­cano il vero bene del popolo, ma il proprio interesse; il loro è un immobilismo ammantato di buon senso e cortesia, pauroso di cambiamenti e di novità, pronto a mirati «revisionismi» di istanze troppo pericolose di libertà. L'aspetto più tragico di questo capitolo è il fatto che la parola e l'intervento di Mosè sembrano inutili; del resto Dio stesso aveva preannunciato questo insuccesso e sembra tradire l'annuncio stesso, gettan­do fango e pettegolezzi sul proprio inviato. L'apparente fallimento serve a mettere in rilievo che tutto quello che avverrà, si realizzerà per la po­tenza di JHWH e non per la capacità oratoria di Mosè. La parola del profeta non è vana, né neutra; può dissodare il terreno, così come può, se rifiutata, indurirlo maggiormente; in ogni caso è Dio a compiere ciò che a occhi umani resta impossibile o impensabile. Il profeta non è un «servo inutile», ma semplicemente un servo: la sua parola resta segno di contraddizione che mira a smascherare i cuori, battistrada di una Pa­rola che risulterà vincente.