Terza obiezione di Mosè (4,1-9)

  1 Mosè replicò dicendo: "Ecco, non mi crederanno, non daranno ascolto alla mia voce, ma diranno: "Non ti è apparso il Signore!"". 2Il Signore gli disse: "Che cosa hai in mano?". Rispose: "Un bastone". 3Riprese: "Gettalo a terra!". Lo gettò a terra e il bastone diventò un serpente, davanti al quale Mosè si mise a fuggire. 4Il Signore disse a Mosè: "Stendi la mano e prendilo per la coda!". Stese la mano, lo prese e diventò di nuovo un bastone nella sua mano. 5"Questo perché credano che ti è apparso il Signore, Dio dei loro padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe". 6Il Signore  gli  disse  ancora: "Introduci  la  mano  nel  seno!". Egli  si mise in seno la mano e poi la ritirò: ecco, la sua mano era diventata lebbrosa, bianca come la neve. 7Egli disse: "Rimetti la mano nel seno!". Rimise in seno la mano e la tirò fuori: ecco, era tornata come il resto della sua carne. 8"Dunque se non ti credono e non danno retta alla voce del primo segno, crederanno alla voce del secondo! 9Se non crederanno neppure a questi due segni e non daranno ascolto alla tua voce, prenderai acqua del Nilo e la verserai sulla terra asciutta: l'acqua che avrai preso dal Nilo diventerà sangue sulla terra asciutta". 

Mosè avanza la sua terza obiezione: come potrà provare agli Israeliti l'apparizione di JHWH? Il Signore ri­sponde con altri tre segni che dovrebbero spazzare via le obiezioni di Mosè e confermarne l'investitura come suo ambasciatore. È Dio stesso a dare questi segni, prevedendo lo scetticismo degli Israeliti, e Mosè dovrà farli parlare.

Il bastone trasformato in serpente. Il normale ba­stone di Mosè diventa il bastone di Dio (cfr. Sal 23[22],4); questo «pastorale» richiama lo «scettro» simbolo di potere delle divinità e dei faraoni d'Egitto. Nell'immaginario biblico e di al­tre culture (in particolare quella egiziana), per le sue caratteristiche, il serpente è un animale ambiguo e misterioso (cfr. Pr 30,18-19), che evoca venerazione e ri­brezzo; è il simbolo dell'energia sotterranea che crea vita, delle potenze caotiche del mare (Is 27,1), del ciclo del tempo, dell'immor-talità, della fecondità, della sapienza e del potere oracolare (la stessa radice «nachash» in ebraico significa «divinazione»; cfr. Dt 18,9-10; cfr. Gen 3,1). In Egitto rappresentava il fluido vita­le e incoronava la testa del faraone come simbolo del suo alter ego divino. La fuga di Mosè dinanzi al serpente testimonia il suo timore verso questo ani­male ritenuto soprannaturale; tuttavia, all'ordine di Dio, esperto addomesticatore, egli supera lo sgomento, «stende la mano» e il serpente si ritra­sforma in bastone.

Con questo primo segno vengono donati a Mosè la sapienza e il potere divino sulle energie nascoste del cosmo e sul tempo; può trasformarli in caos e viceversa. Siffatto potere si rivelerà in tutta la sua forza sbaragliando la sapienza e l'energia dell'Egitto

La mano che diventa lebbrosa. La lebbra era una affe­zione ripugnante particolarmente temuta e compor­tava l'emarginazione dalla vita comunitaria; secondo la mentalità dell'epoca solo Dio aveva il potere di colpire o guarire da que­sto morbo (2Re 5,7), considerato una «morte civile» che sovente puniva peccati di orgoglio e di usurpa­zione (cfr. Nm 12,9-10; cfr. 2Cr 26,16-21). Nella Bibbia è un potere che egli concede soltanto a Mosè e a Eliseo (cfr. Nm 12,13; cfr 2Re 5).

Questo secondo segno investe Mosè del potere di­vino di trasferire nella morte o reintegrare nella vita uomini, animali e ambiente: appare in tutta la sua evidenza nella sesta piaga, quella delle ulcere pusto­lose (cfr. 9,8-11).

L'acqua che si muta in sangue. Qui il segno è rinviato al futuro, perché si compirà in Egitto: parte dell'acqua attinta dal Nilo si trasformerà in «san­gue», simbolo di morte. Si tratta di un anticipo, par­ziale, che prima servirà a convincere gli Israeliti, ma in seguito sarà destinato a convincere gli Egiziani, colpendo tutta l'acqua del Nilo e del paese d'Egitto.

Questo terzo segno, anticipa il fatto che Mosè viene inve­stito del potere sull'acqua e sulla terra, sulla vita e sulla morte, sul Nilo stesso, dio e «padre dell'Egitto». Il potere di JHWH, il Dio «trasformatore» (cfr. Sal 114[113],8; cfr. Am 5,8; cfr. Is 42,15) diventa quello di Mosè. Tale investitura suona polemica contro la ma­gia egiziana e va letta come anticipo di ciò che acca­drà nella sequenza delle «piaghe». L'Egitto (cfr. Is 19,1-15), come Babilonia (cfr. Is 47,10-15), ma an­che i popoli di Canaan (cfr. Dt 18,9-13) era una delle nazioni più rinomate e seducenti per la sua raffinata cultura della magia. Nell'anti­chità l'arte magica coincideva con la religione e la medicina e si divideva in «magia bianca» e «magia nera»; la prima prevedeva tecniche particolari per scongiurare malattie, morte e disastri naturali, men­tre la seconda serviva a provocarli. La Bibbia si dimo­strerà molto severa contro la magia, condannandola come abominazione (cfr. Dt 18,9) e idolatria (cfr. Sap 15,2-8) e mettendo in guardia Israele dal lasciarsi af­fascinare da tali pratiche.

Mosè non è un mago, ma un profeta. La sequenza delle «piaghe», a partire dal cap. 7, sarà la battaglia tra la potenza di Dio e la potenza magica degli Egiziani.

Quarta obiezione di Mosè (4,10-12)

10Mosè disse al Signore: "Perdona, Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono stato né ieri né ieri l'altro e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua". 11Il Signore replicò: "Chi ha dato una bocca all'uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore? 12Ora va'! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire".

Nonostante i segni, Mosè avanza la quarta obie­zione: pur cosciente di esse­re entrato in dialogo con Dio, egli avverte di non posse­dere le idee e la persuasività necessarie per essere un buon comunicatore (4,10). Il Signore confuta questo alibi, riaffermando il proprio potere trasformante su ogni organo di comuni­cazione/recezione (cfr. Sal 94[93],9; cfr. Pr 20,12). «Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò», è la garanzia che sarà il Signore a colmare le lacune di Mosè, co­me colmerà quelle del titubante Geremia (cfr. Ger 1,9; 15,19). Il linguaggio di Mosè sarà «suggerito» da Dio: per la prima volta nel Pentateuco compare que­sto verbo "insegnare, suggerire" («jarah», da cui deriva Torah «insegnamento, legge»). «Io sono colui che so­no» si rivelerà tramite la bocca di Mosè, che diven­ta un profeta, per questo potrà essere capo e giudice d'Israele.

Quinta obiezione di Mosè (4,13-17)

13Mosè disse: "Perdona, Signore, manda chi vuoi mandare!". 14Allora la collera del Signore si accese contro Mosè e gli disse: "Non vi è forse tuo fratello Aronne, il levita? Io so che lui sa parlare bene. Anzi, sta venendoti incontro. Ti vedrà e gioirà in cuor suo. 15Tu gli parlerai e porrai le parole sulla sua bocca e io sarò con la tua e la sua bocca e vi insegnerò quello che dovrete fare. 16Parlerà lui al popolo per te: egli sarà la tua bocca e tu farai per lui le veci di Dio. 17Terrai in mano questo bastone: con esso tu compirai i segni". 

Mosè non si ma­schera più e pronuncia la sua quinta e ultima obiezione giungendo quasi a dare ordini a Dio: il senso della sua frase è «manda chi vuoi, non me!». Dio, stavolta, replica arrabbiandosi e propo­ne una soluzione definitiva: l'assistenza di Aronne, un fratello di Mosè di cui ignoravamo l'esistenza. Dio suggerirà al solo Mosè quello che deve dire e Aronne, che è un buon parlatore, sarà la sua «bocca», il suo portavoce, comunicando a Israele e al faraone le parole stentate del patriarca in modo convincente, proprio come fa il profeta che è la «bocca» attraverso cui Dio parla e comunica con gli uomini. Il Signore suggerirà a entrambi quel che devono fare.

Mosè è ormai rassegnato: deve accettare questa missione. Dio lo conforta assicurandogli che la sua vita non è in pericolo, anzi, gli promette che col bastone che ha in mano egli potrà compiere prodigi grandiosi da presentare al faraone ostinato. Il ba­stone di Mosè non è più quello di un pastore, ma il bastone dei prodigi del Signore.

Ogni vocazione nasce dalla vocazione di Dio; è un acconsentire, un dire un sì che risponde (= re­sponsabilità) al sì originario e fondante di Dio, nel rischio e nell'avventura della libertà. Ogni vocazione non è mai fine a se stessa, ma in vista di una missione per altri, in vista di una me­diazione: nel senso che riceve il dono e il compito di fare da tramite tra gli uomini e Dio e tra Dio e gli uomini (cfr. Eb 5,1). Il primo passo di ogni vocazione è entrare in comunione con Dio. Soltanto respirando questa in­timità, la vocazione diventa una autentica missione. La comunione precede la missione e la nutre; come dice un vecchio adagio: «nessuno dà ciò che non ha».

Ogni vocazione è lasciarsi amare da Dio per quel che si è, così come significa amare se stessi, sen­za vivere di confronti, svendendo o non riconoscen­do la propria unicità. Dal punto di vista «psicologi­co» è interessante come il Signore conduca pian piano Mosè a vincere le proprie insicurezze, ad autoaccettarsi e a maturare una stima di sé in modo realistico. Ogni vocazione è affidamento e scommessa sul futuro, con l'unica certezza della bussola di una Pa­rola. «Venite e vedrete», così come il nome stesso di Dio è «Io sarò quel che sarò». La tentazione è quella di voler vedere prima, poi casomai mettersi in cammino, perché una fede nomade fa paura. Concludendo, ogni vocazione è scoperta di un «sopra», di un «accanto», di un «dentro».

Da Madian in Egitto (4,18-31)

18Mosè partì, tornò da Ietro suo suocero e gli disse: "Lasciami andare, ti prego: voglio tornare dai miei fratelli che sono in Egitto, per vedere se sono ancora vivi!". Ietro rispose a Mosè: "Va' in pace!". 19Il Signore disse a Mosè in Madian: "Va', torna in Egitto, perché sono morti quanti insidiavano la tua vita!". 20Mosè prese la moglie e i figli, li fece salire sull'asino e tornò nella terra d'Egitto. E Mosè prese in mano il bastone di Dio.

21Il Signore disse a Mosè: "Mentre parti per tornare in Egitto, bada a tutti i prodigi che ti ho messi in mano: tu li compirai davanti al faraone, ma io indurirò il suo cuore ed egli non lascerà partire il popolo. 22Allora tu dirai al faraone: "Così dice il Signore: Israele è il mio figlio primogenito. 23Io ti avevo detto: lascia partire il mio figlio perché mi serva! Ma tu hai rifiutato di lasciarlo partire: ecco, io farò morire il tuo figlio primogenito!"". 24Mentre era in viaggio, nel luogo dove pernottava, il Signore lo affrontò e cercò di farlo morire. 25Allora Sipporà prese una selce tagliente, recise il prepuzio al figlio e con quello gli toccò i piedi e disse: "Tu sei per me uno sposo di sangue". 26Allora il Signore si ritirò da lui. Ella aveva detto "sposo di sangue" a motivo della circoncisione.

27Il Signore disse ad Aronne: "Va' incontro a Mosè nel deserto!". Egli andò e lo incontrò al monte di Dio e lo baciò. 28Mosè riferì ad Aronne tutte le parole con le quali il Signore lo aveva inviato e tutti i segni con i quali l'aveva accreditato.

29Mosè e Aronne andarono e radunarono tutti gli anziani degli Israeliti. 30Aronne parlò al popolo, riferendo tutte le parole che il Signore aveva detto a Mosè, e compì i segni davanti agli occhi del popolo. 31Allora il popolo credette. Quando udirono che il Signore aveva visitato gli Israeliti e che aveva visto la loro afflizione, essi si inginocchiarono e si prostrarono. 

Finalmente, dopo tanto indugiare, Mosè parte, eseguendo i tre «va'» di Dio. Ritorna da letro, ma stranamente si tiene il segreto della missione ricevuta; questa reticenza serve a evidenziare che i veri destinatari della parola di Mosè sono Aronne e il popolo. L'informazione divina della morte di quanti attentavano alla vita di Mosè pulisce in fondo la sua fedina penale e lo prepara agli eventi. Ora il Mo­sè che vuole recuperare le sue radici, in nome di una solidarietà con i suoi fratelli, è un Mosè diverso, con una missione e una compagnia: quella di Dio. Nel frat­tempo, il patriarca ha avuto altri figli oltre a Ghersom e parte con loro, con la moglie e, soprattutto, con il bastone di Dio. Nel suo ruolo di confidente intimo del Signore, come Abramo (cfr. Gen 18,17-18), egli appare suo pro­feta e mediatore, chiamato a pronunciare un oracolo («così dice JHWH», 4,22). Nei versetti 21-23, Dio gli anticipa il program­ma di quanto accadrà e le difficoltà della missione. Questo sommario prevede tre elementi che sono le chiavi del racconto che seguirà:

a)  I «prodigi». Mosè per primo dovrà «vedere» i prodigi che Dio ha posto nelle sue mani, come se, oltre al faraone, egli stesso debba sperimentarne per primo la potenza. Il termine «prodigio» indica un segno da interpretare per impararne la lezione.

b)  L'indurimento del cuore del faraone. JHWH anticipa che «indurirà il cuore» del faraone rivelandosi il regista che prevede e integra l'opposizione negativa del Re nel suo piano di salvezza. Il «cuore» nella tradizione biblica è la sede della razionalità, dei pensieri, delle decisioni: corrisponde alla mente umana. Nel testo ebraico dell'Esodo que­sto «indurire il cuore» viene espresso con altri sinoni­mi come «irrigidire, sclerotizzare il cuore», «appesantire il cuore»; il senso è quello di una ostinazione, di una caparbietà, di un'impermeabilità dinanzi alle parole e ai fatti (cfr. 7,22). Altri sinonimi sono «indurire la nuca» (cfr. 2Re 17, 14), «indurire l'orecchio» (cfr. Zc 7,11), «indurire la fac­cia» (cfr. Ger 5,3) che equivalgono a non accettare umil­mente i propri limiti, a rifiutare di comprendere una correzione e ad agire da stupidi.

L'ostinazione del faraone è attribuita a Dio stesso («io renderò duro il suo cuore») perché nella Storia Sacra si vuole mettere tutto, il bene e il male, sotto il dominio dell'unico Signore. Nei capitoli 7-14, ricorrono tre modi differenti per esprimere l'«indurimento del cuore» del faraone e talvolta dei suoi ministri e degli Egiziani. Si tratta della medesima realtà, espressa da un du­plice punto di vista, teologico (= Dio indurisce il cuore) e antropologico (= il faraone indurisce il cuo­re). Privilegiando il punto di vista teologico, il narra­tore vuol dirci che il faraone non è sullo stesso piano di Dio; resta una creatura, mentre Dio è il sovrano della storia. Il faraone resta libero di contrastare Dio, ma la sua opposizione, alla fine, non può bloc­care il piano di Dio che risulta vittorioso. JHWH nella sua onnipotenza prevede, cioè integra questa sua ri­bellione negativa nel suo piano di salvezza. Ecco allora perché «rifiutare Dio» equi­vale a «Dio che rifiuta», è un modo di dire che egli, rispettando la libertà delle creature, detiene il controllo delle vicende umane e nulla può impedirgli di attuare il suo disegno d'amore. Con un gioco di parole, l'indurimento («kaved») servirà a di­mostrare la sua gloria («kavod»).

c)   Israele figlio primogenito di Dio. Per la prima volta nel Pentateuco, Israele viene chiamato da Dio stesso «mio figlio primogenito»: è la primizia del suo raccolto, il primo figlio tra le nazioni (Ger 31,7). Israele non è figlio di nessuno, ma ha JHWH come padre e da questi riceve nome (il nostro cognome), nutrimento, educazione; proprio per questa «familiarità genera-trice-creatrice» (cfr. Is 44,24), il Signore interviene a reclamarne i diritti, che sono i suoi diritti. Se il faraone non ascolterà e non affrancherà il figlio primogenito di JHWH, JHWH colpirà il figlio primoge­nito del faraone. Pur sconcertante, questa applicazione della «legge del taglione» esprime radicalmente tutta la solidarietà paterna del Signore con il suo popolo, una solidarietà familiare che, come vedremo, nel corso del libro dell'Esodo si arricchisce di altri connotati: in 6,6 JHWH agirà come «redentore» («Go'El»), ovvero come il «parente più prossimo» che, per diritto, deve ga­rantire e restituire la libertà a suo figlio e impedirne l'alienazione.

Prima dell'incontro tra Mosè e Aronne e della loro missione presso il popolo d’Israele schiavo in Egitto, è narrato un episodio oscuro nel quale gli unici personaggi espressamente identi­ficati sono JHWH e Sipporà, mentre i profili degli altri (Mosè e il figlio) restano confusi dalla notte. Ora che Mosè, dopo ben cinque obiezioni per non impegnarsi, ha finalmente deciso di accettare la mis­sione e di partire, misteriosamente Dio lo aggredisce e cerca di farlo morire. Come nel caso della figlia del faraone, per la seconda volta è una donna straniera, una madianita, a salvare il patriarca. Sip­porà allontana la minaccia di morte da Mosè e lo salva grazie a una circoncisione, un'operazione normal­mente riservata al padre, ma che lei compie perché il marito è in pericolo di morte (cfr. 2Mac 6,10): con una selce tagliente ella recide il prepuzio del figlio e con esso tocca i «piedi» (eufemismo per i genitali) di Mosè. Alquan­to enigmatica resta la sua dichiarazione «tu sei per me uno sposo di sangui» (così alla lettera). Quel che possiamo dire è che ora, sembra suonare come una constatazione di aver riacquistato suo marito grazie al sangue della circoncisione, offrendo un «prezzo nuziale» che stavolta è di vita (a differenza di Davide in 1Sam 18,27).

Vi sono alcuni testi che possano aiutarci a far luce su questo episodio, tutti relativi alla circoncisione. In Gen 17 la circoncisione di Abramo e della sua fami­glia è il segno dell'alleanza con il Signore. In Gen 34 la circoncisione è il contrassegno dei figli di Giacob­be: circoncidersi significa diventare uno di loro (cfr. Gen 34,15). In Es 12,44-49 la circoncisione verrà impo­sta come condizione per mangiare la Pasqua, da cui è escluso ogni «straniero». In Gs 5,2-9, Giosuè fa circoncidere una nuova generazione e il Signore commenta: «Oggi ho allontanato da voi l'infamia d'Egitto», il disonore cioè di un passato fatto di schiavitù, di peregrinazione errante e di sospetti con­tro Dio durante il viaggio nel deserto.

Non risulta che Mosè fosse stato circonci­so, né che avesse circonciso i propri figli. Anch'egli proviene da un passato macchiato di sangue, di vita errabonda, perfino di dubbi; «infamia» è anche una situazione in cui si è «estraneo per i propri fratelli, un forestiero per i figli della propria madre» (Sal 69 [68], 9). La madre lo aveva partorito ebreo, la figlia del faraone ne aveva fatto un egizia­no, Sipporà lo aveva reso madianita; ora questa spo­sa diventa una «terza madre» (Mosè e il figlio si con­fondono...) che lo libera definitivamente dal suo passato egiziano e lo rende finalmente «israelita», così co­me anch'essa lo diviene. Così ella cambia l'impostazione delle relazioni familiari: da figlia di suo padre, suocero («choten») di Mosè, diventa moglie di un marito («chatan»). Viene reciso un duplice cordone ombelicale: ta­le recisione può avvenire solo nel sangue. Se un incirconciso era considerato «impuro» ed «estraneo» (cfr. Is 52,1), la circoncisione è il segno nella carne viva della nuova identità israelita di Mosè, del suo essere «riservato» a Dio, che lo connette ai di­scendenti di Abramo e all'alleanza: Mosè non è più straniero, è uno di loro. Egli vive anticipatamente nella propria pelle e con la sua famiglia, quello che avverrà nella notte tremenda e meravigliosa di Pasqua.

Resta ancora il mistero dell'aggressione di JHWH, che si presenta sotto i tratti oscuri, quasi «demonia­ci», dell'Avversario.

L'episodio sembra modellato sul racconto della lotta notturna tra Giacobbe e l’essere misterioso lungo le rive del fiume Iabbok (cfr.   Gen 32,23-31):

·      Sia Giacobbe sia Mosè sono sulla via del ritorno; ambedue dovranno affrontare avversari come Esaù e fa­raone.

·      Entrambi lottano di notte con un violento aggressore che alla fine (per Giacobbe) o sin dall'inizio (per Mosè) si rivela Dio.

·      Entrambi vengono «toccati» nella sfera della fecondità. Giacobbe è toccato nel femore da Dio, Mosè viene toccato nei «piedi» da Sipporà.

·      Entrambi ricevono una nuova identità; Giacobbe rice­ve il nome di «Israele», Mosè viene chiamato «sposo di sangue». Per Giacobbe l'incontro è «benedizione», per Mosè vita e «santificazione».

·      Entrambi escono vivi dal confronto e da questo esito dipende l'impresa successiva: dopo questo tremendo contatto con Dio, non hanno più paura di misurarsi con avversari umani. Pur consci della loro debolezza, l'incontro/scontro corrobora la consapevolezza di avere Dio dalla loro parte.

·      Entrambi dopo l'aggressione incontrano il rispettivo fratello: Giacobbe abbraccia e bacia Esaù, Mosè ab­braccia e bacia Aronne.

·      I due incontri vengono consegnati alla memoria di sempre, e collegati nel caso di Giacobbe a un luogo (Penuel) e a una prescrizione alimentare, mentre nel caso di Mosè a un rito (la circoncisione). 

Dopo l'incontro/scontro con Dio (4,24), ecco l'incontro (4,27) di Mosè con Aronne. Diversamente dalla reticenza avuta con Ietro, Mo­sè condivide con il fratello «tutte le parole» e «tutti i segni» della sua investitura: insieme radunano dapprima gli anziani, coloro che deten­gono la responsabilità del popolo, poi tutti gli Israeliti. Ora, come predetto, è Aronne a trasmettere tutte le parole e compiere i segni. Dinanzi alla «vi­sita» di Dio, cioè alla sua decisione di scendere in campo e al suo accertamento dei fatti, gli Israeliti rea­giscono «inginocchiandosi e prostrandosi»: sono due verbi liturgici che esprimono ac­coglienza e gratitudine per un fatto gratuito e inaspet­tato. Mosè è mediatore, insieme ad Aronne (profezia + sacerdozio) di un vangelo di sal­vezza. Il suo pessimismo (e quello di Dio...) per il momento sembrano smentiti dalla calorosa acco­glienza del popolo.