Lo sguardo di Mosè e lo sguardo di Dio (3,1-9)

  

1Mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l'Oreb. 2L'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. 3Mosè pensò: "Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?". 4Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: "Mosè, Mosè!". Rispose: "Eccomi!". 5Riprese: "Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!". 6E disse: "Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe". Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio.

7Il Signore disse: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. 8Sono sceso per liberarlo dal potere dell'Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l'Ittita, l'Amorreo, il Perizzita, l'Eveo, il Gebuseo. 9Ecco, il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto come gli Egiziani li opprimono.

 

Nella quotidianità del suo lavoro di pastore Mosè vive un giorno decisivo: quello in cui si spinge oltre il deserto e giunge al monte di Dio, l'Oreb. Il deserto qui va visto nella sua valenza negativa: è luogo di solitudine e vuoto, steppa arida e tenebrosa, spazio invivibile e irto di agguati, ma comunque da attraversare per poter trovare pascolo. Pascendo il suo gregge, Mosè giunge al monte santo. Il monte nella Bibbia e nella storia delle religioni è solitamente il luogo dell'incon­tro con la divinità, la sua sede. Oreb in ebraico significa «siccità, devastazione, macerie» ed è qui chiamato «il monte di Dio», anticipando quanto Mosè speri­menterà da lì a poco.

A questo punto inizia un gioco di sguardi tra Mosè e il Signore che lo chiama dal mezzo di un roveto che brucia senza consumarsi (3,2). Dio dapprima viene presentato come «angelo del Signore», che si lascia vedere «come in fiamma di fuoco», poi come «Signore» («JHWH») e «Dio» («'Elohim») che parla. Il fuoco è uno dei simboli di manifestazione divina privilegiati in tutte le religioni: esso raffigura Dio vicino e presente (illumina e riscalda), purificante e trasformante ma nel contempo inafferrabile e misterioso (infatti, non è possibile sfiorarlo). Nella Bibbia è il simbolo della presenza dinamica di Dio (cfr. Gen 15,17; cfr. Dt 1,33), della sua gloria (cfr. Es 24,17; cfr. Ez 1), della potenza della sua parola (cfr. Dt 4,33; cfr. Ger 20,9), del suo amore (cfr. Ct 8,6), visto nel duplice versante di gelosia e rivendicazione (cfr. Dt 32,22; cfr. Sof 1,18).

Mosè non è consapevole della presenza divina; la sua attenzione non si dirige tanto sul fuoco, quanto, soprattutto, sul roveto che arde e non si consuma... Il Signore vede questo guardare di Mosè e lo chiama per nome due volte, invitandolo ad entrare nella sua ottica: lo sguardo di Mosè deve coincidere con quello di Dio. Pur ignorando chi sia il suo interlocutore Mosè risponde «eccomi».

Per la prima volta nella Bibbia si di­ce che un luogo è «santo» o «consacrato» (letteral­mente «separato»); similmente alla consacrazione del tempo del sa­bato (cfr. Gen 2,3), è come se Dio dicesse «questo spa­zio è una mia proprietà privata». Per accedervi, allora, Mosè deve purificarsi compiendo il rito della spoliazione dei calzari. Nel Medio Oriente i sandali rappresentavano la digni­tà di una persona libera, il suo potere d'acquisto (cfr. Am 2,6; cfr. Sal 60[59],10), oggi potremmo dire la sua auto­nomia e la sua carta di credito; togliere i sandali dai piedi era un gesto di rispetto e di riconoscimento della santità di un luogo, un segno di povertà (cfr. Ger 2,25), di umiltà (cfr. 2Sam 15,30) e della condizione di chi è schiavo e depone il proprio onore dinanzi a un supe­riore (cfr. Is 20,2); giuridicamente, si­gnificava rinunciare ai propri diritti di possesso (cfr. Dt 25,9; cfr. Rut 4,7-8).

Dalla curiosità, Mosè passa al riconoscimento di una Presenza che rivela la sua identità: Egli è il Dio che ha fatto la storia dei padri, chia-mando e guidando i patriarchi nelle loro peregrinazioni. La sua potenza e il suo splendore sono insopportabili all'uomo, creatura limitata che scopre la propria piccolezza dinanzi alla presenza divina, affascinante e misteriosa. Sentendosi inadeguato, Mosè reagisce con paura e si copre il volto per non vedere Dio, riconoscendone rispetto-samente la trascendenza; tuttavia in questo suo gesto può affiorare anche la vo­lontà di prendere le distanze, di sottrarsi a qualcosa di inaspettato e imprevedibile (cfr. al contrario il Ser­vo che non si copre la faccia in Is 50,6).

Il Signore non è esclusivamente il Dio della famiglia di Mosè, bensì di tutto Israele, che egli chiama «mio popolo» (3,7); è il Dio fedele e compassionevole che si ricorda delle promesse fatte ai patriarchi e viene per liberare dalla schiavitù i loro discendenti dopo averne udito il «grido». Ora Mosè sa che la que­rela degli Israeliti (cfr. 2,23-25) non è caduta nel vuoto, ma è stata accolta da Dio che ha "appurato dav-vero con attenzione" (così alla lettera) l'oppressione, ha «ascoltato» la denuncia di un popolo tiranneggia­to da «aguzzini» e ne «ha conosciu-to» le sofferenze e le ferite; il popolo umilia­to sembra avere gli stessi tragici connotati del Servo sofferente (cfr. Is 53,4-7). Dio «scende» (3,8) per un'u­scita in vista della realizzazione della promessa fatta ai patriarchi finora restata ina­dempiuta. Il verbo «liberare», in ebrai­co esprime uno «strappare» con violenza il popo­lo dalla «mano/potenza» e dalla terra d'Egitto, sbarazzandolo dei suoi nemici. Il verbo «salire», è geograficamen­te esatto, perché dall'Egitto si sale in Canaan, in dire-zione di una terra fertile e vasta (cfr. Ne 9,35), verso un paese dove «scorre latte e miele», una terra la cui ferti­lità è dono e dipende sola-mente dalla benedizione di Dio, non dal possesso e dal lavoro agricolo degli abi­tanti; qui sono presenti sei po­poli, Israele sarà il settimo.

La missione, l'investitura e le obiezioni di Mosè (3,10-4,17)

La missione di Mosè scaturisce dall'agire di Dio che gli fa tre richieste, aperte sempre dall'imperativo «va'»:

1) presentarsi dal faraone per far uscire il popolo dall'Egitto;

2) convocare gli anziani per recarsi nel deserto a fare un sacrificio al Signore

3) parlare come bocca di JHWH.

Ad ogni richiesta Mosè cerca di tirarsi indietro, muove obiezioni, soprattutto pone interrogativi che ricevono una puntuale controreplica di Dio. Va notato che ci tro­viamo dinanzi al racconto biblico di vocazione che presenta il maggior numero di obiezioni, ben cinque, da parte dell'interpellato. L'accavallarsi di un così gran numero di obie­zioni serve a confermare che Mosè non "si è" scelto, ma "è stato" scelto; l'ultima parola sarà quella di Dio, decisiva e arrab­biata.

Prima richiesta di Dio e prima obiezione di Mosè (3,10-12)

10Perciò va'! Io ti mando dal faraone. Fa' uscire dall'Egitto il mio popolo, gli Israeliti!". 11Mosè disse a Dio: "Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall'Egitto?". 12Rispose: "Io sarò con te. Questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, servirete Dio su questo monte".

 

La prima richiesta di Dio è perentoria, in due imperativi:

·  il primo -«va'»- assomiglia a quello rivolto ad Abramo (cfr. Gen 12,1), ma questa volta è in favore di un popolo;

·  il secondo -«fai uscire»- è il classico verbo dell'esodo.

Mosè obietta, negando ogni sua possibile leadership: si sente privo di auto­revolezza e del necessario «carisma» (cfr. 2,14; cfr. Ger 1,6; cfr. 1Sam 9,21; cfr. Gdc 6,15). Dio lo rassicura «Io sarò con te»; questa compagnia fonda l'identità di Mose e legittima la sua missione. Il segno di questa compagnia sta nel futuro: «servirete Dio su questo monte». Il verbo «servire», finora è stato usato nel senso negativo di schiavizzare; la promessa divina è il pas­saggio dalla «schiavitù d'Egitto», al «servizio cultuale» di Dio.


Seconda obiezione di Mosè (3,13-15)

13Mosè disse a Dio: "Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: "Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi". Mi diranno: "Qual è il suo nome?". E io che cosa risponderò loro?". 14Dio disse a Mosè: "Io sono colui che sono!". E aggiunse: "Così dirai agli Israeliti: "Io-Sono mi ha mandato a voi"". 15Dio disse ancora a Mosè: "Dirai agli Israeliti: "Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi". Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.

Mosè avanza una seconda obiezione, prevedendo che gli Israe­liti chiederanno il nome di Colui che lo invia. La do­manda «qual è il suo nome?» equivale a "che cosa è in grado di fare?", "qual è il suo pote­re, la sua credibilità, a confronto con gli dei degli oppressori egiziani?". Gli Israeliti accetteranno di essere figli di quel Dio che sembra averli abbandonati in questo inferno e del quale paiono essersi dimenticati fino ad ora?

In risposta alla richiesta di Mosè, Dio rivela il proprio Nome, quello che finora non ha mai voluto rivelare neppure ai patriarchi, neppure a Giacobbe, che glielo aveva espressamente richiesto (cfr. Gen 32,30): «Ehjeh ashèr èhjeh» (3,14), dal quale deriva il tetragramma JHWH.

Il nome di Dio non viene pronunciato dagli Ebrei, nemmeno durante la lettura del testo biblico; ad esso si sostituiscono le parole "Adonaj" (“Signore”) oppure "Shem" (“Nome”). Si tratta di un'espressione unica in tutta la Bibbia: è collegata al verbo «essere» («asher») e andrebbe tradotta come «Io sarò colui che sarò», anche se, nella maggioranza delle traduzioni cor­renti, viene resa comunemente con «Io sono colui che sono». Questo Nome non è un gioco di parole, né un rifiuto a rispondere alla precisa richiesta di Mo­sè; la sua inter­pretazione ha fatto versare fiumi d'inchiostro, non sempre con esiti persuasivi. Indubbiamente è un'asserzione di esistenza e può suonare in oppo­sizione ai falsi dèi che non sono niente, significa che il Signore non è un'altra divinità, ma il Dio del passato (Colui che si è manifestato e ha agito con i patriarchi), del presente (Colui che interviene per il popolo), del futuro (Colui che si manifesterà e agirà). Ed è un'esistenza che è assistenza; le parole «Io sarò con te» si traducono in una compagnia che non verrà mai meno.

Per la mentalità semitica il nome è la perso­na stessa, così come il nome di un sovrano costituiva la credenziale di un messaggero; conoscere il nome di un Dio, significava esercitare un potere su di lui; di conseguenza, per la prima volta, Dio rivelan­do il proprio nome, scommette la sua identità per un popolo che è ancora un'accozzaglia di schiavi (3,14).

Seconda richiesta di Dio (3,16-22)

16Va'! Riunisci gli anziani d'Israele e di' loro: "Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, mi è apparso per dirmi: Sono venuto a visitarvi e vedere ciò che viene fatto a voi in Egitto. 17E ho detto: Vi farò salire dalla umiliazione dell'Egitto verso la terra del Cananeo, dell'Ittita, dell'Amorreo, del Perizzita, dell'Eveo e del Gebuseo, verso una terra dove scorrono latte e miele". 18Essi ascolteranno la tua voce, e tu e gli anziani d'Israele andrete dal re d'Egitto e gli direte: "Il Signore, Dio degli Ebrei, si è presentato a noi. Ci sia permesso di andare nel deserto, a tre giorni di cammino, per fare un sacrificio al Signore, nostro Dio".

19Io so che il re d'Egitto non vi permetterà di partire, se non con l'intervento di una mano forte. 20Stenderò dunque la mano e colpirò l'Egitto con tutti i prodigi che opererò in mezzo ad esso, dopo di che egli vi lascerà andare. 21Farò sì che questo popolo trovi grazia agli occhi degli Egiziani: quando partirete, non ve ne andrete a mani vuote. 22Ogni donna domanderà alla sua vicina e all'inquilina della sua casa oggetti d'argento e oggetti d'oro e vesti; li farete portare ai vostri figli e alle vostre figlie e spoglierete l'Egitto".

Un secondo «va'» chiarisce che la mis­sione di Mosè è riunire gli «anziani d'Israele», qui menzionati per la prima volta nella Bib­bia. Essi appaiono distinti dal popolo e sono coloro che garantiranno la continuità della leadership di Mosè nella storia successiva. Il contenuto del messaggio introduce elementi nuovi:

(a) Anzitutto il tema della «sicura visita» di Dio, preannunciata da Giuseppe (cfr. Gen 50,24).

(b) Un inaspettato «viaggio di tre giorni nel deserto, per fare un sacrificio al Signore, nostro Dio». Questo viaggio rappresenta un espediente per fuggire senza insospettire gli Egiziani, ma la richiesta implica anche una chiara presa di distanza dalla religione egiziana: il «Dio degli Ebrei» non è una delle divinità egiziane, né il dio-faraone.

(c) Si anticipa l'esito degli avvenimenti. Qui l'uscita viene presentata sia come «fuga», che come «espulsione». La «mano» per i semiti è simbolo di po­tere, di azione, di forza; l'immagine della «mano for­te» è la mano del Potente di Giacobbe (cfr. Gen 49,24), che interviene per liberare e ricreare (cfr. Is 41,20; 51,9; 52,10), asso­ciata al «braccio teso» (cfr. 6,6) che è invincibile e non viene meno. Il termine «prodigi» designa eventi misteriosi, che manifestano la presenza di Dio e, soprattutto in ambito liturgico, ne esaltano la fantasia stupefacente e la fedeltà spiaz­zante e imprevista

(d) Come fu detto ad Abramo, si preannuncia che Israele non partirà a mani vuote. L'abbondanza di ricchezze e la spoliazione dell'Egitto appaiono un po' esagerate (cfr. Esd 1,4-6): possono risuonare come il saccheggio di un vincitore nei confronti di un vinto (cfr. Gs 7,21), ma anche come il dovuto risarcimento a uno schiavo che viene affrancato (cfr. Dt 15,13-14).

 

In questa anticipazione degli eventi sorprende il fatto che accadranno sicuramente, ma anche la loro indeterminatezza (quando e come accadran­no?). Solo Dio, infatti, conosce i momenti e le mo­dalità precise del loro compimento.