La vocazione di Mosè  (2,23- 4)

I

l racconto della vocazione di Mosè è una delle pagine più celebri del Primo Te­stamento; per il suo carattere eccezionale, basilare ed esemplare, può essere definita la «madre di tutte le vo­cazioni».

Per la prima volta Dio si rivela con il suo nome per­sonale, Jhwhe, fedele a questo nome, irrompe da dietro le quinte sul palcoscenico della storia per iniziare la grande liberazione dell'esodo. La vocazione di Mosè na­sce da quella di Jhwh, che lo chiama ad agire al suo posto: entrambe sono al servizio della vocazione di Israele, eletto ad essere il «popolo di Jhwh». È in questa coincidenza di vocazioni che troviamo le risposte alle domande lasciate in sospeso nel capitolo precedente: chi sarà Mosè, da chi riceverà la sua identità e autori­tà (2,14) e chi risponderà alla querela (= protesta/lamento) di Israele (2, 23-25).

Il rac­conto si chiude con quattro incontri: nel primo Mosè si congeda dal suocero letro; nel secondo si imbatte dram­maticamente nel mistero di un Dio «aggressore»; nel terzo incontra suo fratello Aronne; nel quarto i dirigenti e tutto il popolo d'Israele.

L'urlo d'Israele  (2,23-25)

23Dopo molto tempo il re d'Egitto morì. Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. 24Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. 25Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero.

Abbiamo tre notizie importanti: la prima è la mor­te del re egiziano oppressore, che chiude un ciclo, la seconda è la protesta del popolo d'Israele che è allo stremo, la terza è la reazione di Dio, che per la prima volta appare coinvolto nella dura situazione degli Israeliti.

La brutalità degli Egiziani ha oltrepassato il limite di una schiavitù ordina­ria (cfr. 1,13-14): la reazione degli Israeliti è molto più di un sempli­ce grido e agli orecchi del lettore suona come una vera e propria querela. Il verbo «gemettero»ed i sostantivi «gri­do» e«lamento» appartengono a un tipico vocabolario giuridico, che esprime un grido d'appello, un ricorrere in istanza (cfr. 2Re 8,3; Ger 20, 8; Gb 19,7). Non si dice che questa querela venga rivolta a Dio, o che Israele ne invochi il nome o l'intervento: per il momento sembra un grido nel vuoto.

 

Dio viene presentato ben cinque volte con il suo nome generico di 'Elohim, il Dio della creazione e di tutta l'umanità. La sua reazione appare quella di un giudice, che procede a un'inchie­sta per accertare la sussistenza del reclamo (cfr. Dt 13,13-15). Egli «ascolta» ed esaudisce la ri­chiesta, il che significa che decide di intervenire perché «si ricorda» della sua alleanza; questo termineappare qui per la pri­ma volta, nel libro dell'Esodo e rinvia al suo precedente vincolo con Abramo e con Giacobbe, stipulato in modo uni­laterale, cioè dipendente dalla fedeltà divina e non da quella dell'uomo. Il ricordare divino esprime un intervento efficace, in base a un impegno già pre­so dal quale Dio non può esimersi; egli «ve­de» gli Israeliti, cioè passa ad appurare la loro condizione e «se ne prende pensiero».