GIOVINEZZA DI MOSÈ (2,1-22)

I

 nizia ora la storia di Mosè, la grande guida dell'Esodo. Egli nasce ebreo per diventare alla fine anche egiziano; la sua è una sorta di doppia nascita. Le sue origini sono immerse in un’atmosfera mitica, infatti l’autore biblico sembra ricorrere a un modello narrativo antico che, ad esempio, è applicato anche al Re Sargon, potente sovrano mesopotamico della metà del terzo millennio a.C.. Le ana­logie sono sorprendenti, ma vi sono anche importanti differenze: le origini di Mosè non sono oscure né ille­gittime, non viene preannunciato da rivelazioni straordinarie, non è figlio di dèi, non di­venterà mai un re né un eroe.... Tuttavia, la sua è una nascita di un bambino speciale, destinato a gran­di imprese.

Scelto da Dio per liberare il suo popolo dalla schiavitù egiziana, Mosè è presente in ogni pagina del libro dell'Esodo. La tradizione biblica parla di lui come del “servo di Dio” per eccellenza (cfr. Sal 105,26) e del suo “eletto” (cfr. Sal 106,23), come di un uomo “amato da Dio e dagli uomini” (cfr. Sir 45,1). Nel Nuovo Testamento con il suo nome si indica la Legge di Dio (cfr. Lc 16,29; 24,27) e Gesù viene presentato come nuovo Mosè (cfr. Mt 5,17).

La nascita di Mosè (Es 2,1-10)

  

Un uomo della famiglia di Levi andò a prendere in moglie una discendente di Levi. 2La donna concepì e partorì un figlio; vide che era bello e lo tenne nascosto per tre mesi. 3Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre, prese per lui un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi adagiò il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo. 4La sorella del bambino si pose a osservare da lontano che cosa gli sarebbe accaduto.

5Ora la figlia del faraone scese al Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle passeggiavano lungo la sponda del Nilo. Ella vide il cestello fra i giunchi e mandò la sua schiava a prenderlo. 6L'aprì e vide il bambino: ecco, il piccolo piangeva. Ne ebbe compassione e disse: "È un bambino degli Ebrei". 7La sorella del bambino disse allora alla figlia del faraone: "Devo andare a chiamarti una nutrice tra le donne ebree, perché allatti per te il bambino?". 8"Va'", rispose la figlia del faraone. La fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. 9La figlia del faraone le disse: "Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario". La donna prese il bambino e lo allattò. 10Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli fu per lei come un figlio e lo chiamò Mosè, dicendo: "Io l'ho tratto dalle acque!".

 

Il racconto si apre con un matrimonio e una na­scita. Al narratore preme soltanto dirci che moglie e marito sono discendenti della famiglia di Levi (che in futuro sarà quella sacerdotale) poi si concentra sulla nascita di questo figlio che non è né il primo né l'unico, avendo una sorella (2,4) e un fratello maggiore, Aronne (cfr. 4,14; 7,7). Nella Bibbia, solitamente avara di descrizioni estetiche, è significativamente la prima e unica volta che si parla di un neonato «bello», un aggettivo che esprime una gamma di significati che spaziano dal bello, al buono, al sano e robusto e rinvia allo sguardo di Dio durante la creazione («e vide che era cosa "buona"; cfr. Gen 1); forse questo spiega il fascino che Mosè eserciterà sulla figlia del faraone, oppure, ci anticipa che si tratta di un bambino davvero «raccomandato». La madre partorisce nel segreto e cerca di nascondere come un tesoro questo bimbo (cfr. 2Re 11,2), ma poi decide di deporlo in un cesto bitumato, tra i giunchi del Nilo; in ebraico il termine «cestello» («tevab», 2,3.5) è lo stesso che designa l'arca di Noè, anch'es­sa spalmata di bitume, che serve a scampare al dilu­vio (cfr. Gen 6,14; 7,1).

A questo punto compare la principessa, la figlia del nemico, che apre il ce­sto e «vede» il bambino piangente. Il suo sguardo è lo stesso della madre e della sorella di Mosè, lo stesso delle levatrici (cfr.1,17). La sua compassio­ne, o meglio, la sua decisione di risparmiarlo (cfr.         1Sam 15,3.9; cfr. Ger 13,14), precede la constatazione che è un bimbo ebreo. Proprio la figlia del faraone è la prima a trasgredire l'ordine di suo padre, come Mikal e Gionata violeranno quello del loro pa­dre Saul per salvare Davide (cfr. 1Sam 19,11-17; cfr. 1Sam 20).

Con calcolata tempestività, irrompe la sorella: nella sua proposta di trovare una nutrice ebrea che allatti il bambino gustiamo l'astuzia, ma anche la chiara affermazione che questo bimbo verrà svezzato da sua madre, una donna d'Israele, anche se successivamente riceverà l'identità dalla fi­glia del faraone. Qui il «latte» può essere inteso come alimento concreto, ma anche come metafora di sapienza segreta ed elitaria, di purificazione e di partecipazione alla forza divina. Mosè verrà nutrito dalla sapienza e dalla tradizione del suo popolo.

Dopo lo svezzamento (circa tre anni, cfr. 2Mac 7,27), la principessa decide di volere per sé questo bambino, il che implicitamente comporta impar­tirgli una educazione egiziana: la frase «egli divenne un figlio per lei» è una formula di adozione (cfr. Est 2,7), così come il fatto di imporgli il nome.

Il testo interpreta il nome Mosè (in ebraico «Mosheh») con «l'ho tratto dalle acque» (da «mashah» = "trarre fuori", 2,10); chi è stato tratto fuori, sarà colui che trarrà fuori Israele dalle acque del Nilo (come dirà Is 63,11). Tuttavia Mosè è anche un nome egi­ziano: in questa lingua "moses" significava «generato da/figlio di». Il bambino, dunque, cresce con una doppia identità e appartenenza, ma ben presto sarà chiamato ad una opzio­ne fondamentale.

 

Mosè e la sua passione per la giustizia (Es 2,11-22)

11Un giorno Mosè, cresciuto in età, si recò dai suoi fratelli e notò i loro lavori forzati. Vide un Egiziano che colpiva un Ebreo, uno dei suoi fratelli. 12Voltatosi attorno e visto che non c'era nessuno, colpì a morte l'Egiziano e lo sotterrò nella sabbia. 13Il giorno dopo uscì di nuovo e vide due Ebrei che litigavano; disse a quello che aveva torto: "Perché percuoti il tuo fratello?". 14Quegli rispose: "Chi ti ha costituito capo e giudice su di noi? Pensi forse di potermi uccidere, come hai ucciso l'Egiziano?". Allora Mosè ebbe paura e pensò: "Certamente la cosa si è risaputa". 15Il faraone sentì parlare di questo fatto e fece cercare Mosè per metterlo a morte. Allora Mosè fuggì lontano dal faraone e si fermò nel territorio di Madian e sedette presso un pozzo.

16Il sacerdote di Madian aveva sette figlie. Esse vennero ad attingere acqua e riempirono gli abbeveratoi per far bere il gregge del padre. 17Ma arrivarono alcuni pastori e le scacciarono. Allora Mosè si levò a difendere le ragazze e fece bere il loro bestiame. 18Tornarono dal loro padre Reuèl e questi disse loro: "Come mai oggi avete fatto ritorno così in fretta?". 19Risposero: "Un uomo, un Egiziano, ci ha liberato dalle mani dei pastori; lui stesso ha attinto per noi e ha fatto bere il gregge". 20Quegli disse alle figlie: "Dov'è? Perché avete lasciato là quell'uomo? Chiamatelo a mangiare il nostro cibo!". 21Così Mosè accettò di abitare con quell'uomo, che gli diede in moglie la propria figlia Sipporà. 22Ella gli partorì un figlio ed egli lo chiamò Ghersom, perché diceva: "Vivo come forestiero in terra straniera!".

Mosè compare sulla scena già adulto, sorvolando sul periodo della sua educazione egiziana. Egli "esce" -il primo esodo è il suo- e si rende conto con i propri occhi dell'op­pressione dei suoi fratelli e di chi sono gli oppressori (2,11.12), recuperando in modo consapevole il senso di una fraternità. Vedendo un egiziano che colpisce un suo fratello, Mosè lo contraccambia a morte (occhio per occhio, colpo su colpo).

Il giorno dopo, esce di nuovo e assiste a una rissa tra due ebrei. Redarguisce colui che ha torto, invi­tandolo ad una solidarietà fraterna, ma il suo interven­to è interpretato dall'ebreo come una indebita pretesa di potere, addirittura con intenzione omicida. Mosè viene contestato dai suoi stessi fratelli (come già Giuseppe in cfr. Gen 37) che, con la seconda domanda, lo inchiodano alla sua colpa nascosta. Egli raggela di paura; se l'omicidio si è subito risaputo in giro questo significa che non è stato protetto dall'o­mertà di coloro che sono del suo stesso sangue. La sua violenza si ritorce contro di lui, perché il farao­ne, informato, cerca di metterlo a morte; allora deci­de di fuggire e si stabilisce nel paese di Madian (2,15).

In questo primo brano emergono alcuni aspetti caratteriali di Mosè: è un uomo animato da un forte senso della giustizia e della solidarietà, ma si tratta di una giustizia violenta, solitaria e impulsiva. Sangui­gno, non si tira indietro, ma non ama la ribalta, pre­ferendo restare dietro le quinte. Costretto dai fatti a uscire allo scoperto, non ha il coraggio e l'astuzia del­le levatrici (cfr. Es 1,17-19), non gioca a fare l'eroe, ma scappa impaurito (cfr. Mc 14,50). Alla fine si ritrova un fallito, sia come ebreo, sia come egiziano: ha speri­mentato l'ingratitudine e il sospetto del suo popolo, ha perso il suo status e rischia la morte come traditore presso gli Egiziani. Fuggiasco come Caino, non ha però un marchio di protezione che lo tuteli (cfr. Gen 4,14).

Nelle terre di Madian Mosè trova ospitalità, lavoro e famiglia. Come spesso avveniva nell’Oriente Antico (si ricordi l’incontro di Rebecca col servo di Abramo o quello di Giacobbe con Rachele), in prossimità di un pozzo, incontra sette ragazze che, ve­nute come al solito ad abbeverare il gregge, vengono scacciate da pastori. Mosè di sua iniziativa interviene in loro difesa (lette­ralmente "le salva"), riconfermando la sua passione per la giustizia dinanzi a un sopruso. Questa vol­ta, però, il suo intervento è disinteressato, senza om­bre di sospetti: si leva da solo a tutelare delle donne straniere contro uomini stranieri.

 

Le ragazze fanno un resoconto al loro padre Reuel, presentando Mosè come un egiziano che le ha liberate e ha compiuto al loro posto il lavoro di attingere e abbeverare. Il testo insiste su questa azione del patriarca (2,17.19): si tratta di un lavoro umi­le, non certo da principe, riservato comunemente alle donne. L'invito di Reuel a «mangiare cibo» è un gesto di comunione e di amicizia (cfr. Gen 24,54), ma può essere anche un sottinteso invito a prendere moglie (cfr. Gen 39,6.9; Pro 9,17). Mosè accetta di buon gra­do la com-pagnia (letteralmente «il condividere il pane») della famiglia di Reuel. In un solo versetto il narratore condensa i tempi di questa sua scelta e la sua nuova condizione: l'ebreo-egiziano Mosè diventa pastore e trova finalmente una casa e una famiglia sta­bile, sposando Sipporà (="Passerotto"). Il racconto si chiude com'era cominciato, con un matrimonio e con la nascita di un figlio. Mentre solitamente era la madre a imporre il nome, qui è il padre a chia­marlo Ghersom, vale a dire "straniero" o "ospite".