STREPITOSA LA SUA VITTORIA (15,1-21)

 
Sulla sponda della vita, per la prima volta, un quartetto d'eccezione - Mosè, gli Israeliti, Miriam e le donne - canta lo strepitoso trionfo di JHWH. Si tratta di un canto di vittoria che al tempo stesso suona come un rendimento di grazie e una professione di fede. Chi canta entusiasta e qua­si incredulo per quanto è appena accaduto, dimenti­ca i giorni bui dell'oppressione e celebra l'unico e im­pareggiabile protagonista del miracolo del mare: JHWH. 

È possibile distinguere nel cantico due voci che si alternano, una di confessione di fede e una di me­moria storica. 

Il cantico di vittoria (15,1-21) 

Capitolo 15 

1 Allora Mosè e gli Israeliti cantarono questo canto al Signore e dissero: 

"Voglio cantare al Signore, 

perché ha mirabilmente trionfato: 

cavallo e cavaliere 

ha gettato nel mare. 

2Mia forza e mio canto è il Signore, 

egli è stato la mia salvezza. 

È il mio Dio: lo voglio lodare, 

il Dio di mio padre: lo voglio esaltare! 

3Il Signore è un guerriero, 

Signore è il suo nome. 

4I carri del faraone e il suo esercito 

li ha scagliati nel mare; 

i suoi combattenti scelti 

furono sommersi nel Mar Rosso. 

5Gli abissi li ricoprirono, 

sprofondarono come pietra. 

6La tua destra, Signore, 

è gloriosa per la potenza, 

la tua destra, Signore,

annienta il nemico; 

7con sublime maestà 

abbatti i tuoi avversari, 

scateni il tuo furore, 

che li divora come paglia.

8Al soffio della tua ira 

si accumularono le acque, 

si alzarono le onde come un argine, 

si rappresero gli abissi nel fondo del mare. 

9Il nemico aveva detto: 

"Inseguirò, raggiungerò, 

spartirò il bottino, 

se ne sazierà la mia brama; 

sfodererò la spada, 

li conquisterà la mia mano!". 

10Soffiasti con il tuo alito: 

li ricoprì il mare, 

sprofondarono come piombo 

in acque profonde.

11Chi è come te fra gli dèi, Signore? 

Chi è come te, maestoso in santità, 

terribile nelle imprese, 

autore di prodigi? 

12Stendesti la destra: 

li inghiottì la terra. 

13Guidasti con il tuo amore 

questo popolo che hai riscattato, 

lo conducesti con la tua potenza 

alla tua santa dimora. 

14Udirono i popoli: sono atterriti. 

L'angoscia afferrò gli abitanti della Filistea. 

15Allora si sono spaventati i capi di Edom, 

il pànico prende i potenti di Moab; 

hanno tremato tutti gli abitanti di Canaan. 

16Piómbino su di loro 

paura e terrore; 

per la potenza del tuo braccio 

restino muti come pietra, 

finché sia passato il tuo popolo, Signore, 

finché sia passato questo tuo popolo, 

che ti sei acquistato. 

17Tu lo fai entrare e lo pianti 

sul monte della tua eredità, 

luogo che per tua dimora, 

Signore, hai preparato, 

santuario che le tue mani, 

Signore, hanno fondato. 

18Il Signore regni 

in eterno e per sempre!".

19Quando i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri furono entrati nel mare, il Signore fece tornare sopra di essi le acque del mare, mentre gli Israeliti avevano camminato sull'asciutto in mezzo al mare. 20Allora Maria, la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano un tamburello: dietro a lei uscirono le donne con i tamburelli e con danze. 21Maria intonò per loro il ritornello: 

"Cantate al Signore, 

perché ha mirabilmente trionfato: 

cavallo e cavaliere 

ha gettato nel mare!".

 

Si crea ora nel racconto quasi una sorta di oasi: di fronte all’evento dell’Esodo Mosè e gli Israeliti si fermano per cantare al Signore liberatore, che è la loro «forza» e il loro «canto». Il trionfo di JHWH si articola in un duplice movi­mento spaziale di innalzamento/abbas-samento che caratterizza tutto il carme. Di lui si dice che «ha mirabilmente trion­fato»; tale verbo spesso indica la piena tracimante e rumorosa delle onde, per cui alcuni traducono: «la sua vittoria è stata strepitosa». Questo innalzamento ha comportato un violento sprofondamento: « cavallo e cavaliere ha gettato nel mare» (15,1). 

JHWH appare co­me un arciere o un fiondatore che scaglia i cavalli e i loro cocchieri come frecce o sassi in fondo al mare. La salvezza collettiva di Israele (nome assen­te, ma sottinteso) diventa salvezza e vittoria personale dell'orante: «egli mi ha salvato». 

Il poeta si vanta di questo Dio guerriero, che è il «suo Dio» e il Dio dei padri (15,2) e che ha affondato i carri e la potenza dell'eser­cito egiziano nel mare; la «crema» degli eroi o uffi­ciali egiziani è stata  sommersa nel Mare dei Giunchi, ricoperta dagli abissi, sprofondan­do come pietra. Si sottolinea l'inesorabilità della di­sfatta degli Egiziani, ingoiati dalle potenze del caos acquatico, incapaci di salvarsi proprio a causa della lo­ro «pesantezza».  

La «destra» del Signore, figura della sua potenza invincibile, letteral-mente «sbriciola» gli avversari, così come la sua «mae­stà» abbatte coloro che gli si ergono contro (15,6-8). L'immagine del «furore» divino che divora i ne­mici come paglia rimarca l'inconsi­stenza dei nemici che sembravano forti e prepara quella del «vento». Acqua, fuoco e vento poeticamen­te possono richiamare gli elementi di Es 14. Questo vento o «alito» di Dio interviene in due fasi, che in­corniciano i progetti del faraone. Qui serve a magni­ficare il potere del Dio trasformatore, che meravigliosamente rende solido ciò che per natura è liquido; dapprima, infatti, serve ad «accatastare le acque» co­me una diga e a congelare gli abissi nel cuore del ma­re.  

L'autore riporta quindi il monologo del nemico, dipinto come un avido predatore che intendeva privare Israele di ogni speranza di eredità (15,9-10); ma ciò si è rivelato soltanto un delirio impotente, perché il mare, spinto dal vento/alito divino, ha sommerso gli Egiziani, che si sono inabissati in verticale, come zavor­rati con la pesantezza di un elemento quale il piombo. La domanda: «Chi è come te?» (15,11) rappresenta il vertice di quanto le piaghe e il miracolo del mare hanno già dimostrato: procla­ma l'unicità di JHWH, la sua impareggiabilità, la sua maestosa santità. Il poeta non nega l'esistenza di altre divinità, ma afferma che nes­sun altro dio può essere efficace quanto JHWH. Gli attributi «terribile nelle imprese» e «autore di prodigi», esprimono che solo Dio è in grado di compiere miracoli mai visti e misteriosi. Poi l'autore sacro ci presenta il Signore che guida amorevolmente il suo popolo nel­la propria dimora divina (15,13). La sua guida è presen­tata come quella di un pastore: è la stessa azione vista nell'uscita dall'E­gitto che ritornerà come compito di Mosè dopo il peccato del vitello d'oro (cfr. 32,34). Il verbo «conduce» può forse allude­re anche al sostentare con acqua. Il popolo è libero, è davvero un figlio riscattato (cfr. 6,6).  

Quattro popoli assistono al passaggio del popolo di Dio (15,13-16): Filistei, Edom, Moab, Canaan, tradizionali avversari di Israele nel viaggio verso la terra promessa. Alla sola notizia del passaggio di questo popolo «acquistato» o «creato» da Dio, la reazione è di paura: se nel passaggio del mare Israele camminò tra mura di acqua pietrificata, ora cammina tra popoli «pietri­ficati» dalla potenza del braccio di Dio. Per il «passaggio» del popolo il poeta usa due volte un verbo («avar») che non appare mai nei racconti d'uscita dall'Egitto, ma solo in quelli della traversata del Giordano, quasi a dirci che il Ma­re dei Giunchi trova il suo compimento nel guado del Giordano.  

Alla fine si descrive la meta di questa «via santa» attorniata da muti convitati di pietra: «il monte dell'eredità», il «seggio», il «san­tuario» di Dio. È una destinazione che JHWH ha preparato - lui e nessun altro - da tempo e che ora riserva al suo popolo, la dimora di Dio è al tempo stesso terrestre e celeste; JHWH il Dio della liberazione è il Creatore del mondo. Il popolo viene introdotto in questa casa, come una sposa viene introdotta dallo Sposo. Il canto di Mosè si trasforma, allora, in un salmo del Tempio di Sion, tant'è vero che la finale contiene un’antifona liturgica in onore del Signore re (15,18). 

I vv. 19-20 sono una ripresa sintetica di quanto è avvenuto in Es 14; rispetto al poema precedente, ag­giungono un elemento mancante, vale a dire il pas­saggio degli Israeliti all'asciutto; nello stesso tempo preparano l'ingresso in scena della terza voce, quella di Miriam e delle donne. II «cantico di Miriam» funge da ritornello, o antifona di chiu­sura del brano, che viene rilanciato ad altri («canta­te»). Miriam è la prima di una serie di voci femminili che, passando per Debora, Anna, Giuditta, si con­clude con il Magnificat di un'altra Miriam. Una storia di salvezza che si era aperta con delle donne (Es 2), si chiude nuovamente con il loro canto. Nella tradizione ebraica, il poema ha espanso la sua portata per diven­tare il canto dei risorti. 

La Mekiltà, il più antico com­mento rabbinico all'Esodo, nota che il verbo in Es 15,1 è al singolare e in una forma che corrisponde al nostro futuro «canterà» per­tanto ne deduce che Mosè non ha intonato il canto, ma deve ancora can­tarlo; lo canterà nel giorno della sua risur­rezione. 

Un'altra riflessione nello stesso commento si interroga sul perché si parla al plurale di «carri e ca­valli» e al singolare di «cavallo e cavaliere»; questo sta a dirci che, quando gli Israeliti fanno la volontà di Dio, i nemici diventano un unico avversario, più facile da battere; quando si allontana­no da Dio, quelli ridiventano pericolosamente sei­cento! 

Sulla stessa lunghezza d'onda è «il Cantico di Mosè e dell'Agnello» di Ap 15,1-4. A una comunità sco­raggiata, che rischia di essere sconcertata dal trionfo del male sul bene, il poeta-veggente dell'Apocalisse anticipa, com'è suo solito, quanto accadrà alla fine. La sua visione è dalla sponda del cielo, stavolta il ma­re è di cristallo misto a fuoco, simboli rispettivamen­te di salvezza divina e di giudizio, e i cantori sono i martiri di ogni nazionalità che godono già di questa salvezza e cantano la vittoria di Dio con strumenti che surclassano ogni musica umana. I verbi sono tut­ti al futuro, nella incrollabile certezza della vittoria finale di Dio, inaugurata dalla Pasqua, dei suoi giusti giudizi su ogni sistema oppressivo (= la Bestia), che nel corso delle epoche pretende di ergersi come anta­gonista. Alla dossologia segue l'immagine del santua­rio celeste, dove è Dio ad avere dimora come unico sovrano che controlla e dirige la storia. Per chi è an­cora nel deserto della chiesa pellegrinante (Ap 12,6) è la partitura da imparare già qui, per cantarla defini­tivamente dopo la risurrezione finale. 

Nella liturgia cristiana il nostro poema ha il suo parallelo nel Canto dell'«Exultet», durante la Veglia Pa­squale del sabato santo: il passaggio del Mare dei Giunchi è «tipo» della Pasqua di Gesù e figura del battesimo cristiano: davanti al credente si dispiega l'orizzonte luminoso della vita nuova.

 

NEL DESERTO: LE TAPPE VERSO IL SINAI (15,22-16,36)  

 

Conclusa l’epopea del passaggio del mare, davanti a Israele si aprono ora le distese desertiche. Il cammino riprende quando Mosè leva l'accampamento (15,22) e si conclude davanti al monte Sinai (19,2). Il racconto è scandito da cinque episodi che rappresentano le tappe progressive di un itinerario di rivelazione. L'unità del racconto è data dal deserto e dagli attori presenti in tutti gli episodi: Dio, Mosè e il popolo. 

Ogni tappa del viaggio si configura come una «prova», della quale l'autore sacro generalmente si avvale per giustificare i nomi delle varie località; all'inizio Dio mette alla prova Israele esplicitamente con la mancanza d'acqua che causa sete e malattia (a Mara; 15,22-26), con la mancanza di cibo e la conseguente fame (nel deserto di Sin; 16,1-36), con la sete-assenza di Dio (a Refidim; 17,1-7). Ma la prova può essere anche implicita, come nella sosta di Elìm, dove gli Israeliti potrebbero esser tentati di restare al sicuro e godere dell'oasi (15,27). Nei due episodi di Refidim, poi, il problema insorge per cause umane: in conseguenza dell'attacco degli Amaleciti (17,8-16) e a causa di un sistema giudiziario che rischia di andare in tilt (18,1-27). 

Ogni prova, ogni tentazione,  prepara Israele all’accoglienza del dono di Dio e a comprendere che la sua esistenza dipende unicamen­te da lui. Nei primi tre episodi la reazione del popolo dinanzi alla prova non sembra altro che la «mormorazione» (15,24; 16,2.7.8; 17,3), l'«accusa», la «protesta» (17,2.7); in ognuno di questi episodi risuona il termine «Egitto/egiziani», sempre nostalgico sulle labbra degli Israeliti. Diversamente da quanto avverrà in incidenti analoghi del libro dei Numeri, il popolo non viene punito per queste mormorazioni, perché ancora non è entrato in alleanza con Dio.  

Mosè è il portavoce privilegiato di JHWH, senza usurparne il primato. Di volta in volta si staglia come intercessore ricoprendo il ruolo di buon pastore d'I­sraele, che conduce il suo gregge all'acqua e al cibo e lo protegge dai suoi nemici, di legislatore che tra­smette le istruzioni di JHWH, di profeta che le inter­preta, e di giudice che garantisce il diritto; nelle sue mani ritroviamo il bastone che aveva operato effica­cemente nelle piaghe e nel passaggio del mare. 

JHWH appare dietro le quinte del racconto, come un maestro che sonda le intenzioni d'Israele, come padre/madre che nutre il suo popolo a tempo oppor­tuno, esigendo la condivisione e l'equità in mezzo ai suoi sudditi. Egli riconferma il suo potere di Creatore, già dimostrato nelle piaghe e nel passaggio del mare. In ogni episodio, il narratore fa emergere un titolo riassuntivo dei suoi prodigi: JHWH è «il Medi­co» (15,26), «il Saziatore» (16,29.32), il «Dio in mezzo a Israele» (17,7), «il Vessillo» (17,15), il «Li­beratore e il più grande di tutti gli dèi» (18,10-11).

 

Le acque di Mara e di Elìm (15,22-27) 

22Mosè fece partire Israele dal Mar Rosso ed essi avanzarono verso il deserto di Sur. Camminarono tre giorni nel deserto senza trovare acqua. 23Arrivarono a Mara, ma non potevano bere le acque di Mara, perché erano amare. Per questo furono chiamate Mara. 24Allora il popolo mormorò contro Mosè: "Che cosa berremo?". 25Egli invocò il Signore, il quale gli indicò un legno. Lo gettò nell'acqua e l'acqua divenne dolce. In quel luogo il Signore impose al popolo una legge e un diritto; in quel luogo lo mise alla prova. 26Disse: "Se tu darai ascolto alla voce del Signore, tuo Dio, e farai ciò che è retto ai suoi occhi, se tu presterai orecchio ai suoi ordini e osserverai tutte le sue leggi, io non t'infliggerò nessuna delle infermità che ho inflitto agli Egiziani, perché io sono il Signore, colui che ti guarisce!".

27Poi arrivarono a Elìm, dove sono dodici sorgenti di acqua e settanta palme. Qui si accamparono presso l'acqua.

 

La prima tappa del viaggio d'Israele nel deserto è Mara dove gli Ebrei giungono stremati da uno dei drammi del deserto: l’assenza di acqua. Là c'è uno specchio d'acqua ma è salmastra: ecco spiegato il nome «Mara» (che in ebraico significa «amara»; 15,23). Scatta la protesta d'Israele assetato e sfinito, ma il Signore si prende cura del suo popolo in difficoltà. Il singolare episodio del legno che rende dolce l’acqua non potabile di Mara riflette una convinzione ancor oggi presente presso i beduini, secondo la quale alcuni arbusti sono ritenuti dotati di poteri disinfettanti e purificatori. 

Poi JHWH rivelandosi come «Colui che guarisce», dà al popolo una legge da osservare (15,25-26): il suo è un monito contro la tentazione della sfiducia ed un invito ad ascoltarne la parola per evitare di cadere sotto il suo giudizio com’era accaduto all'Egitto, monito e invito che saranno spesso trascurati da Israele nel deserto. A questo punto davanti a Israele in marcia si profila un’oasi lussureggiante, Elim («alberi»; 15,27). In quel luogo si vedono ben dodici sorgenti e settanta palme, numeri rappresentativi per indicare una località fertile.

Nel deserto di Sin: la manna, le quaglie e il sabato (16,1-36) 

   Capitolo 16 

1Levarono le tende da Elìm e tutta la comunità degli Israeliti arrivò al deserto di Sin, che si trova tra Elìm e il Sinai, il quindici del secondo mese dopo la loro uscita dalla terra d'Egitto. 

2Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. 3Gli Israeliti dissero loro: "Fossimo morti per mano del Signore nella terra d'Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine". 

4Allora il Signore disse a Mosè: "Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge. 5Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che dovranno portare a casa, sarà il doppio di ciò che avranno raccolto ogni altro giorno".

6Mosè e Aronne dissero a tutti gli Israeliti: "Questa sera saprete che il Signore vi ha fatto uscire dalla terra d'Egitto 7e domani mattina vedrete la gloria del Signore, poiché egli ha inteso le vostre mormorazioni contro di lui. Noi infatti che cosa siamo, perché mormoriate contro di noi?". 8Mosè disse: "Quando il Signore vi darà alla sera la carne da mangiare e alla mattina il pane a sazietà, sarà perché il Signore ha inteso le mormorazioni con le quali mormorate contro di lui. Noi infatti che cosa siamo? Non contro di noi vanno le vostre mormorazioni, ma contro il Signore".

9Mosè disse ad Aronne: "Da' questo comando a tutta la comunità degli Israeliti: "Avvicinatevi alla presenza del Signore, perché egli ha inteso le vostre mormorazioni!"". 10Ora, mentre Aronne parlava a tutta la comunità degli Israeliti, essi si voltarono verso il deserto: ed ecco, la gloria del Signore si manifestò attraverso la nube. 11Il Signore disse a Mosè: 12"Ho inteso la mormorazione degli Israeliti. Parla loro così: "Al tramonto mangerete carne e alla mattina vi sazierete di pane; saprete che io sono il Signore, vostro Dio".

13La sera le quaglie salirono e coprirono l'accampamento; al mattino c'era uno strato di rugiada intorno all'accampamento. 14Quando lo strato di rugiada svanì, ecco, sulla superficie del deserto c'era una cosa fine e granulosa, minuta come è la brina sulla terra. 15Gli Israeliti la videro e si dissero l'un l'altro: "Che cos'è?", perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: "È il pane che il Signore vi ha dato in cibo. 16Ecco che cosa comanda il Signore: "Raccoglietene quanto ciascuno può mangiarne, un omer a testa, secondo il numero delle persone che sono con voi. Ne prenderete ciascuno per quelli della propria tenda". 

17Così fecero gli Israeliti. Ne raccolsero chi molto, chi poco. 18Si misurò con l'omer: colui che ne aveva preso di più, non ne aveva di troppo; colui che ne aveva preso di meno, non ne mancava. Avevano raccolto secondo quanto ciascuno poteva mangiarne. 19Mosè disse loro: "Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino". 20Essi non obbedirono a Mosè e alcuni ne conservarono fino al mattino; ma vi si generarono vermi e imputridì. Mosè si irritò contro di loro. 21Essi dunque ne raccoglievano ogni mattina secondo quanto ciascuno mangiava; quando il sole cominciava a scaldare, si scioglieva. 

22Quando venne il sesto giorno essi raccolsero il doppio di quel pane, due omer a testa. Allora tutti i capi della comunità vennero a informare Mosè. 23Egli disse loro: "È appunto ciò che ha detto il Signore: "Domani è sabato, riposo assoluto consacrato al Signore. Ciò che avete da cuocere, cuocetelo; ciò che avete da bollire, bollitelo; quanto avanza, tenetelo in serbo fino a domani mattina"". 24Essi lo misero in serbo fino al mattino, come aveva ordinato Mosè, e non imputridì, né vi si trovarono vermi. 25Disse Mosè: "Mangiatelo oggi, perché è sabato in onore del Signore: oggi non ne troverete nella campagna. 26Sei giorni lo raccoglierete, ma il settimo giorno è sabato: non ve ne sarà". 

27Nel settimo giorno alcuni del popolo uscirono per raccoglierne, ma non ne trovarono. 28Disse allora il Signore a Mosè: "Fino a quando rifiuterete di osservare i miei ordini e le mie leggi? 29Vedete che il Signore vi ha dato il sabato! Per questo egli vi dà al sesto giorno il pane per due giorni. Restate ciascuno al proprio posto! Nel settimo giorno nessuno esca dal luogo dove si trova". 30Il popolo dunque riposò nel settimo giorno.

31La casa d'Israele lo chiamò manna. Era simile al seme del coriandolo e bianco; aveva il sapore di una focaccia con miele. 

32Mosè disse: "Questo ha ordinato il Signore: "Riempitene un omer e conservatelo per i vostri discendenti, perché vedano il pane che vi ho dato da mangiare nel deserto, quando vi ho fatto uscire dalla terra d'Egitto"". 33Mosè disse quindi ad Aronne: "Prendi un'urna e mettici un omer completo di manna; deponila davanti al Signore e conservala per i vostri discendenti". 34Secondo quanto il Signore aveva ordinato a Mosè, Aronne la depose per conservarla davanti alla Testimonianza.

35Gli Israeliti mangiarono la manna per quarant'anni, fino al loro arrivo in una terra abitata: mangiarono la manna finché non furono arrivati ai confini della terra di Canaan. 36L'omer è la decima parte dell'efa.

Il cammino è ancora lungo ed è necessario allontanarsi dalle acque fresche di «Elim», lasciando tutte le proprie certezze.  

La promessa divina dei «tre giorni di cammino» (cfr. 3,18) sembra essere beffardamente smentita da un viaggio interminabile. Gli Israeliti sono ormai in marcia da un mese e mezzo («il quindici del secondo mese», corrispondente a maggio-giugno; 16,1) rispetto alla notte della Pasqua (cfr. 12,18) ed arrivano al deserto di «Sin», ubicato vagamente tra Elim e il Sinai. 

Dopo la crisi della sete esplode quella della fame: la mancanza di pane equivale a una situazione di morte. Come a Mara (15,24), tut­ta la comunità d'Israele «mormora», questa volta contro Mosè e Aronne (16,2). Non si tratta di un semplice brontolio, ma di una vera e propria protesta, di un rimproverare rivolto ai capi. La lamentela diventa nostalgia della schiavitù egizia­na e un'accusa contro Mosè e Aronne, simile a quella già udita prima di affrontare l'incognita del passaggio del mare (16,3; cfr. 14,11-12); l'automaledizione riconferma il cuore schiavo d'Israele, che preferisce una morte a pancia piena. 

Mosè e Aronne denunciano che le mormorazioni contro di loro sono in realtà accuse allo stesso JHWH; nel duplice interrogativo «infatti, noi cosa siamo?» spicca tutta l'umiltà di chi ben conosce i propri limiti, sapen­dosi fragile strumento del vero Protagonista! 

Aronne ordina alla comunità di avvicinarsi alla presenza del Signore; questo avvicinarsi va inte­so come ascolto e obbedienza, atteggiamenti antiteti­ci alla mormorazione (Is 48,16), e provoca la visione della Gloria preannunciata all'indomani. Infatti, pro­prio nel momento in cui Aronne sta parlando, gli Israeliti «volgono la faccia» verso il deserto (probabil­mente in direzione del Sinai) e contemplano l'apparizione anticipata della Gloria di JHWH, nascosta in una nube. Come nel passaggio del mare, la Gloria riappare per dispie­gare tutto il suo misterioso «esserci», visibile e nel contempo invisibile, carica di fecondità (Sir 43,22). 

Il testo ci dice che la mormorazione degli Israeliti arriva direttamente alle orecchie di Dio, non più nella forma di un'invocazione (come in 3,9), ma come ribellione contro di Lui (16,7.12); stavolta JHWH inter­viene in prima persona, senza il concorso di Mosè, che dovrà comunicare solo il suo programma. Nel suo «eccomi» (16,4), il Signore si coinvolge in modo totale, chiedendo di entrare nella sua prospet­tiva. Egli farà piovere «pane» dal cielo; il ter­mine in ebraico può significare più genericamente «cibo» e inglobare sia il pane che la carne. Nel prosie­guo del racconto, ci accorgeremo che designerà il pa­ne. JHWH, però, detta alcune regole per la raccolta; il popolo, durante i primi cinque giorni, dovrà racco­glierne quotidianamente solo la razione giornaliera, mentre il sesto giorno (= venerdì) dovrà raccoglierne la razione doppia. Nell'espressione "razione di un giorno" («debar-jom») risuona suggestivamente in sordina il termine "parola" («dabar»). Tutto ciò rientra espressamente nella strategia divina di un test peda­gogico («affinché io li metta alla prova», già cominciato a Mara (15,25), finalizzato a sondare se gli Israeliti «camminano o no secondo la legge di JHWH»; qui il termine ebraico torah, reso comune­mente con «legge», va meglio tradotto con «istruzione, insegnamento».  

Dopo il precetto della Pasqua e della circoncisione, dati prima del passaggio del mare (cfr. cc. 12-13), stiamo per assistere al dono di un'altra istituzione fondamentale: quella del sabato (16,23). 

Alla sera gli Israeliti riconosceranno che è stato JHWH (nominato 7 volte) a farli uscire dall'Egitto per la vita e non per la morte, e all'indomani mattina potranno contemplarne la Gloria, esperienza già vissuta nel passaggio del mare. Gli Israeliti constateranno adesso questa presenza salvifica nei segni tangibili della carne e del pa­ne, donati rispettivamente «alla sera e al mattino»; tale polarità temporale richiama quella che scandi­sce i sette giorni della creazione, in cui Dio inventa la vita (cfr. Gen 1). 

La promessa misteriosa di JHWH si realizza; è dav­vero un dono, senza fatica e sudore (cfr. Gen 3,17-19) da parte degli Israeliti! Le qua­glie che migrano verso l'Africa, sfinite dal viaggio, piombano a terra e possono essere facilmente catturate e mangiate, così come i beduini si nutrono di un particolare alimento di sapore dolciastro prodotto da un arbusto (Tamarix marmifera), che si solidifica in forma di semi bianchi durante la notte, ma si scioglie al calore del sole; si tratta quindi di fenomeni naturali ma ciò non sminuisce la provvi­denza di JHWH. Questa «pioggia di Vita» richiama per contrasto la sua sovranità sul cosmo; diversamente dalla ottava e nona piaga dove aveva fatto piovere grandine e salire le cavallette che avevano ri­coperto l'Egitto (Es 9,18.23; 10,14-15), adesso fa piovere pane e salire le quaglie, che ricoprono l'accampamento. 

Mosè detta le condizioni poste dal Signore; ognuno vie­ne autorizzato a raccogliere la razione di un 'omer (una misura pari a circa 4 litri). Il primo miracolo è quello di una splendida uguaglianza, per cui ognuno riceve esattamente ciò di cui ha bisogno. Nonostante l'or­dine di Mosè di consumare interamente la manna raccolta nell'arco della sera, taluni, non troppo fidu­ciosi nell'assicurazione divina di un rifornimen-to quotidiano, la conservano; la loro «prudenza» falli­sce, perché il piccolo tesoro raccolto imputridisce, fa­cendo esplodere l'ira di Mosè (16,20). 

Conformemente alle direttive divine (16,5), nel se­sto giorno gli Israeliti raccolgono una razione doppia di cibo. La reazione allarmata dei capi della comunità permette a Mosè di ribadire l'ordine di Dio e di de­cretare per la prima volta l'osservanza del «sabato» («shabbaton»). Questo termine (che non compare in Gen 2,1-3) viene fatto derivare dal verbo «riposare, cessare» («shabat») e designa il settimo giorno della set­timana come giorno di riposo assoluto, perché con­sacrato al Signore; si tratta di un anticipo del precetto che verrà codificato, con precise motivazio­ni, nel Decalogo donato al Sinai (20,8-11). Sottil­mente, possiamo percepire un ironico contrasto tra la mormorazione degli Israeliti che rimpiangevano l'«accoccolarsi» presso la pentola mangiando a sazietà il pane della schiavitù e questo «ripo­so» del «settimo giorno», segno della pienezza donata da Dio, che va oltre le necessità materiali. 

Di nuovo, alcuni del popolo trasgrediscono l'ordine di assoluto riposo nel settimo giorno, ma senza trovare la manna. Questo conferma la sopran­naturalità del dono, sottraendolo alla sua dimensione di fenomeno naturale, ma scatena pure la reazione dello stesso JHWH: nonostante il dono della manna, gli Israeliti continuano a rifiutare i suoi comandamenti e il suo «insegnamento». 

Il racconto fotografa la crisi costante nell'impervio cammino della fede; per alcuni la prova si tramuta spesso in un terremoto che può sgretolare il cuore e fomentare un acido risentimento verso Dio e i fratel­li; per altri, può diventare l'occasione di una vera conversione. Le tentazioni non si evitano, ma si at­traversano. Sicuramente la prova ci costringe a guar­dare più profondamente dentro noi stessi e a sma­scherare le nostalgie del nostro «uomo vecchio» sem­pre in agguato, a capire dov'è veramente il nostro tesoro e, dunque, il nostro cuore. 

Il testo ci invita allo stupore per la provvidenza spiazzante, ma sempre fedele di Dio; dinanzi a ogni bene, ognuno di noi dovrebbe sempre chiedersi «che cos'è» («man hu») come gli Israeliti nel deserto, senza mai dare nulla per scontato.

 

Il SIgnore è in mezzo a noi, sì o no? (17,1-18,27)

 

Israele continua il suo viaggio. Fin qui, rimarcata dall'assonanza dell'ebraico, ogni tappa («ms'») si è rive­lata una prova («msh»), dovuta non al capriccio di JHWH, ma alla sua volontà di offrire una bussola per il cammino; tale esame di maturità è lo stesso che ha promosso Abramo (Gn 22,1). Solo l'«ordine» di JHWH (17,1) continua a delimitare il tragitto come ar­gine di salvezza; rispettarlo impedisce di ricadere nella passata schiavitù egiziana. Se nel deserto Israele non conosce la pista concreta, ha però una rotta precisa: ascoltare la voce del Signore e prestare orecchio ai suoi ordini (15,26; 16,4).

 

Massa e Meriba: la sete (17,1-7) 

Capitolo 17 

1Tutta la comunità degli Israeliti levò le tende dal deserto di Sin, camminando di tappa in tappa, secondo l'ordine del Signore, e si accampò a Refidìm. Ma non c'era acqua da bere per il popolo. 2Il popolo protestò contro Mosè: "Dateci acqua da bere!". Mosè disse loro: "Perché protestate con me? Perché mettete alla prova il Signore?". 3In quel luogo il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: "Perché ci hai fatto salire dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?". 4Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: "Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!". 5Il Signore disse a Mosè: "Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d'Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va'! 6Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull'Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà". Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d'Israele. 7E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: "Il Signore è in mezzo a noi sì o no?". 

L'accampamento questa volta è a Refìdim (= «appog­gi»), nome la cui origine potrebbe anticipare i vari «sostegni» che si susse­guiranno in questa località che, pur non identificata con precisione, si trova nei pressi dell'Oreb/Sinai. Nuovamente il problema è vitale; nel de­serto, l'assenza d'acqua, ancor più del cibo, equivale alla morte (cf. Gn 21,15-19). A differenza di Mara, dove l'acqua era imbevibile, qui manca del tutto; tale assenza sembra confermare l'assenza del Signore. 

Pur chiamata a dipendere dalla «bocca» di JHWH, è ancora la «gola» d'Israele a prendere drammaticamente il sopravvento. La sete scatena di nuovo nel popolo la protesta e la mormorazione, che esplodono   in un aperto processo contro Mosè. Il verbo «protestare», oltre ad avere un senso generico di scontentezza e di rivalsa, è un termine tecnico della controversia bilaterale, dove due contendenti devono ri­solvere la lite senza l'intervento di un terzo giudice. 

Tentare Dio significa insegnargli il mestiere, cat­turarlo come ostaggio, ricattarlo pretendendo una manifestazione tangibile del suo potere e imponen­dogli scadenze. Metterlo alla prova significa ribaltare i ruoli, perché solo Lui, per amore, può «mettere alla prova» Israele. 

Mosè sprona JHWH a intervenire, come a Mara (15,25); è una querela che nasce non solo da un linciaggio morale che si profila mortale, ma so­prattutto dal fatto che è in gioco il nome di Dio; simultaneamente, è un assumere su di sé il grido del popolo. Questa invocazione è la reazione antitetica alla mormorazione; in tutti i frangenti di crisi, come è già avvenuto nel passaggio del mare, si rivelerà co­me l'arma vincente di Mosè, che confida in Dio (14,15). 

Stavolta è JHWH a rispondere all'appello di Mosè, con lo stesso «eccomi» con cui aveva risposto in oc­casione della manna (16,4). Mosè, accompagnato da alcuni anziani, dovrà letteralmente «passare davanti alla faccia» del popolo, recarsi su una «rupe» situata sull'Oreb, sulla quale Dio «starà dinanzi alla faccia» di Mosè; lì dovrà percuotere la roccia con il bastone in modo da far bere il popolo. «Passare dinanzi alla faccia di qual­cuno»  segnala la posizione di guida affi­data a Mosè, mentre «stare dinanzi alla faccia di qualcuno» indica una posizione di servizio esclusivo; JHWH, in modo straordinario, qui si dichiara un inti­mo collaboratore di Mosè! Al centro di questi due sguardi incrociati, Mosè si staglia come unico inter­mediario tra il popolo e JHWH, solidale con i diritti di ambedue. Il Signore, che spesso viene soprannominato «la Rupe» (Dt 32,4), la abita, ma non si identifica con essa!

 

Guerra contro Amalèk (17, 8-16)

8Amalèk venne a combattere contro Israele a Refidìm. 9Mosè disse a Giosuè: "Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio". 10Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalèk, mentre Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle. 11Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk. 12Poiché Mosè sentiva pesare le mani, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l'altro dall'altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. 13Giosuè sconfisse Amalèk e il suo popolo, passandoli poi a fil di spada. 

14Allora il Signore disse a Mosè: "Scrivi questo per ricordo nel libro e mettilo negli orecchi di Giosuè: io cancellerò del tutto la memoria di Amalèk sotto il cielo!". 15Allora Mosè costruì un altare, lo chiamò "Il Signore è il mio vessillo" 16e disse: 

 

"Una mano contro il trono del Signore! 

Vi sarà guerra per il Signore contro Amalèk, 

di generazione in generazione!". 

Dopo problemi di cibo («lechem») dovuti a cause na­turali, Israele deve fronteggiare, sempre a Refidim, un attacco militare («lacham»), dovuto a un nemico umano: anche questa è una prova. Si tratta, infatti, della prima battaglia "attiva" per Israele nel Penta­teuco; presso il Mare dei Giunchi a «combattere» era stato il Signore, mentre Israele era restato in silenzio e senza muovere un dito (14,14). L'aggressore Amalek (nome dal significato incerto: «piantagrane»?), se si rovista nel suo albo di famiglia biblico, appare come il nipote di Esaù, padre degli Edomiti, quindi «parente» dei figli di Giacobbe (cfr. Gen 36,12)! Qui il motivo dell'attacco di Amalek resta ignoto. Nei versetti 17-29 sarà spiegato come una gravissima violazione delle leggi di fraternità del deserto, per aver attaccato a tradimento la retroguardia di Israele, accanendosi contro un popolo sfinito e impossi­bilitato a difendersi. Non è improbabile che, dietro questo attacco, ci sia il tentativo di impossessarsi di pozzi d'acqua. 

L'iniziativa parte da Mosè, questa volta senza evide­nti preavvisi di JHWH. Come leader affida l'impresa al suo luogotenente Giosuè, capo militare di un battaglione scelto di Israeliti. Il nome Giosuè, che significa «JHWH salva/vince», è l'anticipazione del suo ruolo di aiutante (24,13) e successore di Mosè (cfr. Nm 27,16-23). La stra­tegia di Mosè prevede due campi: la centrale direttiva sulla cima del colle, dove egli opererà con l'assistenza di Aronne e Cur, e il campo della battaglia dove combatterà Giosuè. «Il colle» fa pensare a un'altura dell'Oreb. La menzione del «bastone di Dio» evita di credere che Mosè si affidi alle sue sole forze, confidando invece nel potere di JHWH che aveva sconfitto gli Egiziani; a questo punto il bastone sparisce confondendosi con la «mano» di Mosè. Il gesto delle sue  mani alzate viene variamente interpretato come quello di una preghiera d'intercessione, di un giuramento, di direzione della battaglia, di una benedizione/maledizione sui rispettivi contendenti, perfino di ostilità verso Amalek; il fatto importante è che la mano è collegata al «basto­ne», strumento salvifico già visto in opera nelle crisi precedenti. Mosè è un capo profondamente coinvolto con il suo popolo, campeggian-do ancora una volta come intercessore, nell'atteggia­mento ancora non «istituzionale» di sacerdote.  

Il narratore fa capire che l'esi­to della battaglia dipende dalle mani di Mosè: quan­do le alza, Israele prevale, quando le fa «riposare» per la stanchezza, a prevalere è Amalek (17,11). Decisiva è quindi la collaborazione di Aronne e Cur, che fan­no sedere Mosè e fungono loro stessi da supporti alle sue mani «pesanti» per la stanchezza (17,12); egli resta così con le mani ferme (letteralmente «fedeli») sino al tramonto del sole, permettendo a Giosuè di sconfiggere Amalek e di passare a fil di spada il suo esercito. Questo massacro parziale rientra nella logica della «vendetta» di JHWH come ristabilimento di una giustizia violata ed è un anticipo della sorte di quanti ostacole­ranno il cammino verso la terra promessa aggreden­do gli Israeliti.  

JHWH ordina a Mosè di registrare questo evento nel libro; l'articolo segnala che questo «libro o documento» è ben noto ai destinatari del racconto, anche se finora non è stato mai menzionato. Per la prima volta nella Bibbia compare l'ordine di scrivere un evento in un libro specifico; Mosè ne è il primo scriba e Giosuè il primo uditore («mettilo ne­gli orecchi di Giosuè», 17,14). È un anticipo dell'im­portante funzione scrittoria e legislativa che caratte­rizzerà Mosè da Es 19 a Dt 34 e della funzione di Giosuè nei confronti di questi scritti che diverranno Torah (cfr. Gs 1,8-9). Qui Giosuè appare il perfetto paradigma di ogni futuro «ascoltatore» della Parola scritta, chiamato a riviverla e a ricontestua-lizzarla co­me epifania, impegno, profezia di JHWH nel corso degli eventi. La scrittura mosaica perpetuerà come «memoriale» (zikkaron) per ogni generazione la can­cellazione sicura della «memoria» di Amalek sotto il cielo (17, 14; cfr. Dt 25,19; 29,19). La fissazio­ne per iscritto di un oracolo, secondo la concezione antica, comportava la sua efficacia permanente.  

Israele non vince né per la sua forza, né per la sua spada, bensì per il nome e la forza di JHWH. Sulla scia dei patriarchi, Mosè costruisce il suo primo altare, come espressione di gratitudine e attestazione della presenza del Signore (17,15). La dedicazione dell'altare serve a richiamare il senso dell'accaduto: JHWH è stato, e sempre sarà, il vessillo del suo popolo. L'immagine della bandiera è il segnale di potenza, di vittoria, di un'identità aggregante che serve a rianimarsi e ripartire. JHWH è sempre in mezzo al suo popolo pronto a difenderlo; la mano di Colui che, grazie alla mano di Mosè, ha liberato Israele dalla mano dell'Egitto, è sempre pronta a riaffermare la sua rega­lità su ogni mano ostile al suo popolo, destinato a essere il suo trono divino tra le genti. 

Amalek diventa il prototipo di tutti i nemici d'Isrraele nel corso della sua storia; la guerra contro di lui è nata dall'iniziativa di Mosè per scopi difensivi, con un intervento finale di Dio a ratificarne il trionfo. In fondo, ritroviamo la sconfitta di un nemico aggressore come quella presso il Mare dei Giunchi; se presso il mare JHWH era intervenuto di persona a combattere per la salvezza d'I­sraele, questa volta ratifica l'intervento degli Israeliti, che, gettati nella mischia, ripetono in modo più spic­catamente «umano» la vittoria precedente; come al­lora, tutto è dipeso dal bastone nelle mani di Mosè, in una «guerra» che è stata piuttosto una «liturgia». Ma il Dio d'Israele ama la guer­ra? Per alcuni commentatori JHWH combatte laddove è in gioco la vita del suo po­polo che non può abbandonare, sbaragliando i suoi avversari; per altri Egli è il Dio che combatte senza combattere, lasciando che chi lo attacca sia annienta­to da questa stessa scelta. 

L'arma segreta di Mosè 

La via d'uscita e la forza di Mosè nel superare an­che questa particolare prova stanno in un'arma po­tentissima: la preghiera. Le sue mani oranti, tese sino al tramonto del sole, sono il segreto della vittoria d'Israele e incarnano la sua fiducia, che è l'esatto contra­rio della mormorazione. Il testo non ci dice il conte­nuto di questa preghiera, ma ne coglie l'atteggiamen­to, quasi a suggerirci che prima viene la preghiera esistenziale di cui l'espressione verbale è una traduzio­ne parziale. Essa precede l'altare e il rituale, non viceversa, scaturendo dalla vita. È una preghiera che sa combinare uno sguardo verticale e orizzontale, che cerca il volto di Dio e si fa carico della storia degli uomini, riconoscendo il Signore come il vero protagonista negli eventi umani. La preghiera di Mosè, inoltre, non è solitaria, ma coadiuvata da Aronne e Cur sul monte e tradotta in azione da Giosuè nella polvere della mischia. 

Anche Gesù ha usato e raccomandato quest'arma segreta; i vangeli ce lo presentano continuamente in preghiera, specialmente in occasioni cruciali; non è difficile immaginarlo nel tipico gesto orante mentre alza le mani con gli occhi verso il cielo per benedire, ringraziare e supplicare il Padre, per restare fedele nella lotta della prova suprema, per perdonare, crocifisso, i suoi nemici; oppure, mentre le stende, accompagnandole con gli occhi, verso le persone, per liberarle dalla malattia e dalla morte, per preservare i suoi discepoli nell'ora della tentazione e dei tradimenti. Perfetto orante, Gesù preciserà il contenuto e la forza della preghiera. Il compendio ci viene offerto nel Padre Nostro e la prima fondamentale richiesta è quella del dono dello Spirito Santo (cfr. Lc 11,1-13). La preghiera suggerita da Gesù è squisitamente trini­taria; il suo termine ultimo è il Padre, per Cristo, nello Spirito. Gesù stesso ricorderà che «là dove due o più sono riuniti nel suo nome» la sinfonia della pre­ghiera crea la compagnia di Dio e sprigiona miracoli impensati (cfr. Mt 18,19-20); così come avvertirà che una preghiera non tradotta in impegno e un'azione non nutrita dalla preghiera e dal primato di Dio mancano il loro bersaglio e risultano ambedue sterili (cfr. Mt 7,21; Lc 10,38-42). È sempre Gesù ad avvisare che ci sono nemici diabolici in agguato, contro i qua­li l'unico antidoto è proprio la preghiera (cfr. Mc 9,29). Sulla sua scia, Paolo, ben consapevole che la fede è una stupenda e rischiosa battaglia (cfr. 1Tm 1,18) con­tro gli "Amalek" sovrumani e invisibili, invita gli Efesini a utilizzare «l'armatura della preghiera, lo scudo della fede, l'elmo della salvezza, la corazza della giustizia, i calzari dello zelo e la spada dello Spirito, cioè la Parola di Dio». 

I Padri della Chiesa hanno riletto questo brano come prefigurazione del potere della preghiera e della potenza della Croce; Amalek diven­ta tipo delle passioni che insidiano l'uomo, ma viene sconfitto da Israele, cioè da quanti si lasciano guidare dallo Spirito. Ciò ci aiuta a ripensare le modalità della nostra preghiera individuale e comunitaria sempre attente alla storia concreta.  

Rab­bi Nachman di Brazlaw dice: «La vita ci rende tutti guerrieri. Per vincere dobbiamo usare l'arma più potente: la preghiera. Quando preghi, apri il tuo cuore a Dio con onestà e con franchezza, come se parlassi al tuo migliore amico». La preghiera non seda immediatamente le bufere, ma dona energie per continuare a remare contro qualsiasi bufera. Sant'«l'Ignazio di Loyola afferma: «Dobbiamo pregare come se tutto dipendesse da Dio e agire come se tutto dipendesse da noi». Ce lo conferma un midrash, secondo il quale, quando Mosè presso il Mare dei Giunchi si mise a pregare dinanzi agli Egiziani minacciosi, Dio lo rimproverò aspramente dicendo: «Perché gridi a me in questo modo? Perché perdi tempo? Ora non è tempo di pregare, è tempo di agire!»; questo commento ci aiuta a capire che la preghiera non è un rito magico, né un'evasione dal reale, né la pretesa di costringere Dio dentro i nostri progetti, bensì l'offer­ta di una disponibilità totale nei suoi confronti. 

Mosè ritrova la sua famiglia (18,1-13) 

1Ietro, sacerdote di Madian, suocero di Mosè, venne a sapere quanto Dio aveva operato per Mosè e per Israele, suo popolo, cioè come il Signore aveva fatto uscire Israele dall'Egitto. 2Allora Ietro prese con sé Sipporà, moglie di Mosè, che prima egli aveva rimandata, 3con i due figli di lei, uno dei quali si chiamava Ghersom, perché egli aveva detto: "Sono un emigrato in terra straniera", 4e l'altro si chiamava Elièzer, perché: "Il Dio di mio padre è venuto in mio aiuto e mi ha liberato dalla spada del faraone". 5Ietro dunque, suocero di Mosè, con i figli e la moglie di lui, venne da Mosè nel deserto, dove era accampato, presso la montagna di Dio. 6Egli fece dire a Mosè: "Sono io, Ietro, tuo suocero, che vengo da te con tua moglie e i suoi due figli!". 7Mosè andò incontro al suocero, si prostrò davanti a lui e lo baciò; poi si informarono l'uno della salute dell'altro ed entrarono sotto la tenda. 8Mosè raccontò al suocero quanto il Signore aveva fatto al faraone e agli Egiziani a motivo di Israele, tutte le difficoltà incontrate durante il viaggio, dalle quali il Signore li aveva liberati. 9Ietro si rallegrò di tutto il bene che il Signore aveva fatto a Israele, quando lo aveva liberato dalla mano degli Egiziani. 10Disse Ietro: "Benedetto il Signore, che vi ha liberato dalla mano degli Egiziani e dalla mano del faraone: egli ha liberato questo popolo dalla mano dell'Egitto! 11Ora io so che il Signore è più grande di tutti gli dèi: ha rivolto contro di loro quello che tramavano". 12Ietro, suocero di Mosè, offrì un olocausto e sacrifici a Dio. Vennero Aronne e tutti gli anziani d'Israele, per partecipare al banchetto con il suocero di Mosè davanti a Dio. 

18,13-27 Istituzione dei giudici 

13Il giorno dopo Mosè sedette a render giustizia al popolo e il popolo si trattenne presso Mosè dalla mattina fino alla sera. 14Allora il suocero di Mosè, visto quanto faceva per il popolo, gli disse: "Che cos'è questo che fai per il popolo? Perché siedi tu solo, mentre il popolo sta presso di te dalla mattina alla sera?". 15Mosè rispose al suocero: "Perché il popolo viene da me per consultare Dio. 16Quando hanno qualche questione, vengono da me e io giudico le vertenze tra l'uno e l'altro e faccio conoscere i decreti di Dio e le sue leggi". 17Il suocero di Mosè gli disse: "Non va bene quello che fai! 18Finirai per soccombere, tu e il popolo che è con te, perché il compito è troppo pesante per te; non puoi attendervi tu da solo. 19Ora ascoltami: ti voglio dare un consiglio e Dio sia con te! Tu sta' davanti a Dio in nome del popolo e presenta le questioni a Dio. 20A loro spiegherai i decreti e le leggi; indicherai loro la via per la quale devono camminare e le opere che devono compiere. 21Invece sceglierai tra tutto il popolo uomini validi che temono Dio, uomini retti che odiano la venalità, per costituirli sopra di loro come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine. 22Essi dovranno giudicare il popolo in ogni circostanza; quando vi sarà una questione importante, la sottoporranno a te, mentre essi giudicheranno ogni affare minore. Così ti alleggerirai il peso ed essi lo porteranno con te. 23Se tu fai questa cosa e Dio te lo ordina, potrai resistere e anche tutto questo popolo arriverà in pace alla meta". 

24Mosè diede ascolto alla proposta del suocero e fece quanto gli aveva suggerito. 25Mosè dunque scelse in tutto Israele uomini validi e li costituì alla testa del popolo come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine. 26Essi giudicavano il popolo in ogni circostanza: quando avevano affari difficili li sottoponevano a Mosè, ma giudicavano essi stessi tutti gli affari minori. 27Poi Mosè congedò il suocero, il quale tornò alla sua terra.