L’ultimo saluto a don Enrico Carocci: la celebrazione delle esequie ad Altopascio

di Alessio Minicozzi

«Don Enrico si è lasciato baciare e abbracciare da Dio». Con queste parole don Bruno De Rosa ha comunicato ai fedeli la morte, sopraggiunta nel pomeriggio di venerdì 13 novembre, di don Enrico Carocci, 80 anni, più della metà trascorsi come sacerdote nelle parrocchie di Altopascio e della Valdinievole (Vergine dei Pini, Pieve a Nievole, Massa e Cozzile). Chi scrive ha avuto il dono di conoscerlo negli ultimi anni, quelli del ritorno a Altopascio: perciò, il racconto non sarà distaccato, non vuole neanche esserlo. Non sarà neanche irrigato dalla tristezza, perché sarebbe contrario al patrimonio di amore e di gioia che sempre don Enrico ha comunicato.

Mi è stato chiesto di scrivere a proposito delle esequie, celebrate dal vescovo Roberto Filippini nella chiesa di San Jacopo Maggiore domenica 15 novembre alle ore 15:30. Stante l’impossibilità, per la chiesa altopascese, di contenere tutte le persone che avrebbero voluto esserci – la capienza è attualmente ridotta a circa 180 persone -, è stata predisposta una diretta sulla pagina Facebook della Parrocchia. La salma di don Enrico si trovava all’interno della chiesa già dalle 12:30, dopo che, nella giornata di sabato, un fiume composto e silenzioso di persone si era recato nei locali parrocchiali del Piaggione, dove era stata allestita la camera ardente.

La celebrazione delle esequie ha previsto le letture della domenica: del resto, è stato il Vescovo a ricordare subito che non c’è giorno migliore della domenica, per un sacerdote, per celebrare il ritorno al Padre. Nel corso dell’omelia Filippini, parafrasando l’incipit della prima lettura, ha scandito: «Un uomo forte, chi potrà trovarlo? Superiore alle perle è il suo valore. Ecco, noi lo abbiamo trovato». La forza cui si riferiva il Vescovo non era quella, fisica, di un uomo alto due metri e che ha avuto una brillante carriera agonistica nel basket toscano. Al contrario, era la forza affascinante – «non illusoria e fugace» - della contemplazione di Dio, manifestata attraverso gli occhi grandi e gioiosi con cui compiva il suo ministero di ascolto e di assistenza spirituale. «È indubbio – ha continuato Filippini – che don Enrico abbia messo a frutto i talenti, che non li abbia sotterrati. Per questo abbiamo la ferma speranza che sentirà la voce del Signore dirgli «Servo buono e fedele, prendi parte alla mia gioia». Prima della benedizione finale, don Bruno De Rosa ha rivolto parole di straordinaria bellezza ai fedeli: parlando di don Enrico – «il Carocci» – ha ribadito che «la sua caratteristica - ciò che lo ha reso un esempio per tutti i preti - era la paternità. Ciò non significa che non potesse sbagliare, ma che, in quanto padre, amava». Tenerissime anche le parole rivolte a Antonella e Enola, le due donne che per quaranta giorni, notte e giorno, hanno assistito don Enrico: in particolare si è voluta celebrare «la forza della donna – di esempio per tutti i preti - che sa stare accanto a un prete meraviglioso, notte e giorno, con una dedizione unica, senza mai far trasparire un velo di stanchezza». Altri frammenti del discorso di don Bruno meritano di essere trascritti per intero: «non escludo le tante persone che hanno pregato in silenzio. E a nome di Enrico forse chiedo scusa a tutte le persone che non si sono sentite coinvolte. Non amava essere al centro dell’attenzione: era il suo stile, il silenzio e il nascondimento. Non voleva disturbare». La sofferenza di don Enrico negli ultimi mesi è stata accettata e affrontata in modo sereno, lieto, come partecipazione al dolore del Padre, come modo per essere ancora più intimo con Gesù. Il feretro, diretto al cimitero di Altopascio, ha lasciato la chiesa tra gli applausi dei fedeli presenti.

L’atmosfera in chiesa era davvero particolare: la tristezza per la perdita umana era frammista alla gioia per un momento festoso, l’accompagnamento del passaggio di don Enrico al Padre, a «i’ babbo» come amava dire.

Per ultimo, prima che l’emozione prenda completamente il sopravvento e mi impedisca di scrivere, torno per un attimo alla giornata di ieri. Davanti a don Enrico, sotto la croce, mentre pregavo pensavo a lui e a tutte le parole, i gesti, le attenzioni con cui, nel quotidiano, testimoniava Dio. Nel mentre, solo poche parole riuscivano, chiare, a emergere nel mio intimo: per la bellezza dei suoi occhi e del suo sorriso paterno e amorevole, don Enrico mette voglia di credere in Dio.

 15dicembre2  

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