Dal Vangelo secondo Luca Lc 1,26-56

L’annuncio dell’angelo a Maria.

26Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».

29A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».

34Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?».

35Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37nulla è impossibile a Dio». 38Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

La visita di Maria a Elisabetta.

39In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 40Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo 42ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? 44Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. 45E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

46Allora Maria disse:

«L’anima mia magnifica il Signore

47e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

48perché ha guardato l’umiltà della sua serva.

D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

49Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente

e Santo è il suo nome;

50di generazione in generazione la sua misericordia

per quelli che lo temono.

51Ha spiegato la potenza del suo braccio,

ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

52ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili;

53ha ricolmato di beni gli affamati,

ha rimandato i ricchi a mani vuote.

54Ha soccorso Israele, suo servo,

ricordandosi della sua misericordia,

55come aveva detto ai nostri padri,

per Abramo e la sua discendenza, per sempre».

56Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Introduzione

Di canto in canto

Il canto del “Magnificat” non inizia con Maria, ma con la storia di tutto il popolo dell’Antico Testamento ed esprime in modo indicibile l’intervento di Dio a suo favore. Il Magnificat è un canto di vittoria, la vittoria che la Madonna annuncia con il suo cuore e la sua bocca: la nascita e la vita di Gesù.

Il primo canto della storia biblica è quello di Adamo che, vedendo la donna, esulta di gioia: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta» (Gen 2,23).

Il canto è infatti sempre espressione di gioia, la gioia che scaturisce da una relazione, una relazione tra un uomo e una donna, una relazione tra Dio e tutto il popolo: sempre e comunque una relazione d’amore. Alla fine della giornata, la Chiesa da sempre canta il Magnificat, per unirsi a Maria nel ringraziare e lodare Dio, che continuamente rinnova il suo patto d’amore; cantiamo quindi e non recitiamo il Magnificat come anticipo di quello che sarà il canto nell’eternità, un’eternità dove non ci saranno più secondi vespri, ma vespri senza fine.

Il canto di Maria non è l’Ave Maria, ma è il Magnificat; riflettere su di esso e meditarlo vuol dire pregare uniti a lei nel lodare la grandezza di Dio Padre, vuol dire conoscere il cuore e i sentimenti di questa ragazza meravigliosa.

Nel cuore della Vergine troviamo infatti la lode, la gratitudine, la gioia infinita; non troviamo i suoi meriti o la sua bravura, ma l’esaltazione del Signore che fa della sua vita povera un prodigio stupendo.

Il Magnificat è un canto difficile, non tanto per il suo testo letterale, ma perché, per poterlo cantare veramente, dobbiamo avere un cuore puro, vergine e pieno di amore e gratitudine verso Dio, requisiti di cui spesso siamo carenti se non addirittura mancanti.

Nei vari commenti al Magnificat troviamo scritto che questo testo è “un artifizio letterario” di San Luca, il quale avrebbe utilizzato varie citazioni della scrittura antico testamentaria attribuendole a Maria.

Per quello che ci riguarda tuttavia, è importante che il Vangelo, ispirato dallo Spirito Santo, affermi che queste parole sono state cantate dalla Madonna e ciò è riconosciuto dalla Chiesa.

Il Magnificat è un canto di stupore che ci permette di entrare nel cuore meraviglioso di Maria, un cuore umile, orante, sempre rivolto verso Dio, come quello di Gesù, l’orante per eccellenza.

Il titolo “Di canto in canto” ci ricorda i cantici e le suppliche delle donne dell’Antico Testamento, donne spesso sterili e considerate perciò disgraziate, non benedette dall’Altissimo. Poiché di questo provavano vergogna, imploravano Dio incessantemente. Un esempio fra le tante è Anna, moglie di Elkana e madre di Samuele: «Signore degli eserciti se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me, se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita…» (1Sam 1,11).

Spesso molto deboli, esse portavano con sé le loro fragilità, i loro disagi, ma allo stesso tempo diventavano “strumenti” nelle mani di Dio che, nonostante la non considerazione da parte degli uomini e le sofferenze che dovevano subire, non si è mai dimenticato di loro, come non si dimentica di noi malgrado le nostre debolezze e fragilità; anzi anche attraverso i nostri sbagli opera grandi cose, «Non temere, perché non dovrai più arrossire; non vergognarti, perché non sarai più disonorata…» (Is 54,4).

Maria non è sterile, ma vergine, in lei la debolezza diventa la sua povertà in cui il Signore agisce e compie cose meravigliose.

San Luca quando scrive ha davanti a sé tutto l’Antico Testamento, conosce bene come il Signore ha operato con il suo popolo.

Pensiamo alla prima donna Eva, canto di gioia per Adamo (Gen 2,23), che poco dopo si lascia coinvolgere nel peccato: qui c’è un canto d’amore, c’è una creazione, ma c’è anche il peccato dell’uomo; il serpente infatti interviene per ostacolarne la relazione con il Creatore: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gen 3,4). Esso distoglie lo sguardo della prima donna dalla contemplazione delle meraviglie della bontà di Dio e la dirige verso un appetito di cose traditrici; Eva allora dimentica il suo Creatore e si lascia sedurre dal creato. Maria invece canta unicamente il Signore, meravigliata da ogni opera che compie, in cui vede solo bontà,

sapienza, misericordia, attenzione verso i piccoli, i poveri, gli ultimi. Il Magnificat è l’anti-dialogo di Eva e apre la porta alla benedizione di Dio.

Pensiamo a Sara donna sterile e piena di vergogna che, sebbene sposa di un patriarca della fede, si mostra incredula e deride la promessa di Dio, il quale non si ferma però davanti alla difficoltà.

Pensiamo infine a Maria. Quale gioia avrà provato il Signore nel trovare una ragazza come lei che, a differenza di Eva, si lascia affascinare dal Suo amore?

Maria è la nuova Eva: mentre in quest’ultima avvengono la rottura, lo scontro, la divisione, l’accusa, con Maria si ristabilisce una comunione perduta, una gioia nuova che si espande per tutta l’umanità. La prima donna ha portato la maledizione e partorito una discendenza, l’uomo-Adam-terra, destinato al sudore e alla morte; la nuova Donna ha portato la benedizione e partorito il nuovo Adamo, Gesù redentore, attraverso il quale tutta l’umanità è benedetta. Eva per il suo orgoglio partorisce nel dolore, Maria, grazie alla sua umiltà, nell’esultanza.

Anche ogni persona è portatrice di bene quando, attraverso la presenza di Dio, agisce nell’interesse degli altri, «ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto…» (Lc 6,44). Mentre il Signore porta infatti la comunione, la gioia, la bellezza; il peccato porta l’accusa reciproca, la tristezza, la divisione. Si fronteggiano sempre queste due realtà: da un lato c’è la presenza di Dio nella vita del popolo come nella vita di ognuno, dall’altro c’è sempre il tentatore (il serpente, il faraone, ecc).

Il canto del Magnificat non nasce a caso. Maria è il concentrato di tutta la speranza di un popolo che desidera la salvezza e che esplode in questo canto di gioia. Nell’Antico Testamento vi sono altre figure femminili di cui Dio si serve per liberare e salvare il suo popolo.

Ricordiamo:

Miriam, sorella di Mosè e di Aronne, che loda Dio danzando e accompagnandosi con tamburelli «cantate al Signore, perché ha mirabilmente trionfato: cavallo e cavaliere ha gettato nel mare!» (Es 15,21).

Rebecca, sposa di Isacco, donna sterile la cui maternità però è collegata all’adempimento della promessa divina della discendenza (Gen 25).

Ester, che non esita a mettere a rischio la propria vita intercedendo per il popolo. La sua esistenza è pervasa di fede e di preghiera «salvaci con la tua mano e vieni in mio aiuto, perché sono sola e non ho altri che te, Signore!» (Est 4,17).

Giuditta, donna che, nel riconoscersi umile strumento nelle mani di Dio vero liberatore, vince il nemico con l’arma che ha a disposizione «…lodate Dio perché non ha allontanato la sua misericordia dalla casa di Israele, ma in questa notte per mano mia ha colpito i nostri nemici» (Gdt 13,14).

Anche la Madonna vince il nemico con la sua arma migliore: la forza del suo “sì”.

L’arma più potente infatti è il “sì” al Signore.

Maria possiamo definirla figura corporativa, non tanto perché è una persona povera e umile del popolo d’Israele, ma perché, come rappresentante di esso, ne ricapitola in sé l’intera storia. È anche una donna con una forte personalità, può sembrare dolce, carina, ma in realtà ha il carattere molto forte; è lei che ha vinto il nemico, che gli ha schiacciato la testa. L’avversario infatti lo si vince solo con il “sì” pieno ed esclusivo a Dio.

La donna di Dio, quando poi riceve una grazia o un dono, lo mette sempre a disposizione del Signore stesso e conseguentemente dei fratelli: pensiamo ancora ad Anna (1Sam 2,1-10), Deborah (Gdc 4,4-16), Rachele (Gn 30), tutte figure che, nonostante le loro fragilità, sono sempre state portatrici di salvezza per gli altri.

Tutto il Magnificat intreccia questi due aspetti: la vita di Dio e la nostra vita, la grandezza di Dio e la nostra sterilità, povertà, fragilità; c’è sempre un meraviglioso e gioioso intreccio tra la vita di Dio e quella dell’uomo, di cui Maria è la figura più grande.

La lode al Signore che si è protratta “di canto in canto” non si è mai spenta nonostante il peccato, e questo perché Dio ha sempre suscitato persone portatrici di salvezza.

Il canto di Maria non avrà mai fine, perché lo canteremo nell’alto dei cieli in eterno.

Per entrare veramente nel tema del Magnificat è necessario fare un esame di coscienza per riconoscere i propri limiti, ringraziare chi ci aiuta a metterli a fuoco, tutto questo per non piangersi addosso, ma per esaltare la grandezza di Dio.

Lo scopo del Magnificat non è studiarlo per poi spiegarlo, ma è poterlo cantare con il cuore ogni sera, ricolmi di gioia e gratitudine.

Il Magnificat è, come si è detto, letteralmente molto semplice, ma occorre un cuore sincero ed umile per potersi immettere nelle “cose” di Dio, la cui realtà è silenzio, preghiera, intimità.

Preghiamo il Signore affinché ci aiuti a capire quello che Maria “sente”, ciò che “la fa gioire”, ciò che “l’aiuta a vivere” e soprattutto il grande amore che lei prova verso il Padre per poter anche noi, conoscendo così il suo cuore, soddisfarne i desideri.

Il Contesto del Magnificat

Il Magnificat è inserito nel Vangelo di Luca insieme al Benedictus (1,68-79), al Gloria (2,14) e al Nunc Dimittis (2,29-32).

San Luca esprime l’intervento di Dio nella storia dell’uomo con questi quattro canti che manifestano l’esultanza con cui la Chiesa è chiamata a cantare tutti i giorni: il canto infatti è la risposta dell’uomo a Dio per ringraziarlo del suo mirabile intervento.

Maria, dopo aver detto “sì” è spinta dallo Spirito Santo a recarsi a visitare la cugina Elisabetta e di fronte a lei esulta attraverso il Magnificat, il primo canto del Nuovo Testamento che una donna rivolge al Signore.

La Madonna è dunque in cammino, così come lo è Gesù. Ella anticipa il grande viaggio che farà il Signore sulla faccia della terra, per annunciare l’amore del Padre verso l’umanità.

Il cammino di Maria esprime non tanto la visita verso una persona anziana, quanto piuttosto qualcosa di molto più grande: ella porta e preannuncia la salvezza.

Anche l’uomo di Dio è in continuo viaggio, perché è portatore di salvezza.

Maria, tabernacolo di Dio, ne porta in sé la presenza, come ogni uomo attraverso il battesimo, è arca dell’alleanza, tabernacolo di Dio, annunciatore salvifico.

Il cammino di Maria, madre nella fede, comincia qualche millennio prima già con Abramo, padre nella fede, che viene invitato dal Signore ad uscire e ad andare. Anche noi siamo chiamati ad intraprendere questo viaggio; in ogni cammino spirituale infatti c’è il bisogno di uscire da se stessi ed andare a portare la benedizione di Dio. Occorre riscoprirlo!

Ad Abramo è stata fatta la promessa che in Maria si realizza, ella infatti racchiude in sé tutto quanto viene promesso al Patriarca e alle altre figure dell’Antico Testamento.

Una volta accolto il Verbo, la Madonna si alza e parte. Il termine alzarsi richiama la risurrezione: «si alzò ed andò…» (Mt 9,7), di cui anche Maria Maddalena, una volta accolta la persona di Gesù, è annunciatrice. Colui che riceve la Parola e la fa propria, diventa una persona nuova e si mette subito in viaggio.

Quando invece rimaniamo nelle nostre comodità e nel “nostro mondo”, il peccato ci porta a rimanere fermi ed anche se camminiamo fisicamente, giriamo a vuoto.

Maria invece non cammina a vuoto, ma ha una meta, l’uomo di Dio non fa niente a caso: c’è la Parola che, come la stella “illumina i magi”, lo spinge verso il luogo giusto.

Maria sa dove andare: deve recarsi da Elisabetta. Anche noi sappiamo cosa e come fare certe scelte, ma, non dando importanza all’insegnamento di Gesù, perdiamo di vista il nostro traguardo.

L’intervento di Dio e la sua Parola donano sempre chiarezza ad ogni situazione: sono il collirio per gli occhi che permettono di vedere meglio e più in profondità.

Nel momento in cui si mette in viaggio, Maria sceglie anche di diventare serva del Signore; è il cammino stesso che porta a mettersi a servizio dell’intera umanità. La Madonna si pone così davanti per servire, ma nello stesso tempo è pronta a mettersi dietro per scomparire e non essere protagonista, poiché in ogni uomo vede la presenza di Gesù suo Figlio, del quale sente la voce quando viene invocata.

La Parola ci mette nelle mani di Dio per il bene degli altri, per cui le scelte fatte con lui portano solo gioia alla persona stessa e ai fratelli.

Quando Maria arriva da Santa Elisabetta la casa diventa luogo di festa, di esultanza, quasi un piccolo cenacolo riempito dalla presenza dello Spirito Santo. È lo stesso giubilo che troviamo nelle beatitudini: «…quando vi insulteranno, vi perseguiteranno… per causa mia. Rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5,11-12); come a dire che persino nella prova ci sono gioia e letizia.

Una volta giunta a destinazione, Maria saluta Elisabetta e non Zaccaria, gesto molto particolare essendo quest’ultimo il capo famiglia, ma nello stesso tempo emblematico, perché ci fa comprendere che alla Madonna non interessano le buone maniere e la buona educazione, ma arrivare al cuore delle cose.

Quante volte per buona educazione non diciamo la “verità”? Quante volte per buona educazione rinneghiamo Dio? Il modo corretto per educare è tirare fuori il bene, il buono dalle persone, non chiamiamo quindi buona educazione ciò che in realtà non lo è affatto!

Elisabetta, il cui nome significa “Dio è fedele alla sua alleanza”, è la sintesi di tutte le donne sterili, essendo l’ultima donna dell’Antico Testamento su cui Dio interviene per renderla feconda e per questo Maria va da lei. Anche in noi, quando viviamo con Cristo, non vi sono né condanna né sterilità, ma tutto è buono e benedetto.

La scrittura ci dice che Elisabetta tiene nascosta la gravidanza per qualche mese a motivo della vergogna. Questa donna, che riceve la grazia da Dio di rimanere incinta nell’anzianità, inizialmente prova vergogna, per quale motivo?

Decide di restare nascosta agli occhi delle altre donne forse perché, rendendosi conto dell’intervento grande dell’Altissimo, non vuole dare adito al pettegolezzo. Essendo la sua vita sotto lo sguardo divino, rifugge lo sguardo degli uomini e vive questa sua gravidanza come un mistero grande del Signore: dove c’è l’intervento di Dio l’uomo ha bisogno di tacere. Anche Gesù stesso invita i suoi discepoli a non raccontare molte cose, ma a conservarle nel silenzio.

L’effetto del saluto di Maria è straordinario: «il bambino sussultò» (Lc 1,41).

Quando arriva Maria, Giovanni esulta. Le due cugine, portando ambedue dentro di sé la presenza di Dio, permettono che l’incontro si realizzi pienamente.

Elisabetta esclama: «Benedetta tu fra le donne» (Lc 1,42). Maria è chiamata la “benedetta da Dio” perché è grande, è la figlia da lui amata, è colei che gli ha “rubato il cuore”, come l’amato del Cantico dei Cantici: questo fa sì che la Vergine esulti e canti di gioia e tutta la creazione giubila e partecipa con lei. La presenza di Dio coinvolge e genera sempre gaudio, come ricorda il brano del Libro di Samuele quando viene riconquistata l’Arca dell’alleanza.

Anche Davide nel riportarla a Gerusalemme organizza una grandissima festa a cui tutto il popolo partecipa e, non curante degli sguardi delle donne, danza nudo e salta di gioia per il suo Signore. Solo la moglie Mikal, rimproverandolo per gelosia, non partecipa alla festa e non gioisce, venendo così punita da Dio con la sterilità. In realtà non è la punizione divina, ma è lei stessa che, con il suo gesto, rende il suo cuore sterile e incapace di generare la vita.

Così come l’Arca dell’alleanza, anche la presenza di Maria ricolma la casa di ogni bene e chiede di entrare nella vita di ciascun uomo per farlo diventare portatore dell’amore di Gesù.

Il contesto del Magnificat, come si è visto, è un contesto gioioso grazie alla presenza di Dio che, nell’incontro tra Maria ed Elisabetta, trasforma l’esplosione di gioia di queste due donne piene di grazia in una bellissima preghiera, canto d’apertura della nuova era, del mondo nuovo, che è speculare al paradiso terrestre perduto.

Il Magnificat è cantato non solo da Maria, ma anche da Elisabetta e, con loro, da tutta l’umanità, da tutta la Chiesa. Forse la Madonna lo ha pronunciato con un tono di voce basso, con le guance rigate dalle lacrime, in un abbraccio in cui vi erano amore, intimità, tenerezza, come i più veri e

profondi “ti amo”!

Pensiamo per un attimo a San Giuseppe e ad Elisabetta che hanno avuto la grazia di poter vedere il sorriso e lo sguardo della Vergine, che santa Bernardette desiderava ardentemente rincontrare, e cerchiamo anche noi di portare, per essere gioia negli altri, questo suo luminoso sorriso.

Meditiamo il Magnificat

“L’anima mia magnifica il Signore

e il mio spirito esulta in dio, mio Salvatore” (v. 46-47)

Come già è stato anticipato, il canto del Magnificat permette di conoscere il cuore di Maria e i suoi pensieri, attraverso però l’esaltazione di Dio e non di se stessa. Santa Elisabetta, a sua volta, conferma la vocazione della Madonna ed il suo “sì”: la chiamata di Dio passa infatti attraverso la conferma di altre persone.

Ecco perché ora Maria può esplodere in questo canto di festa, di lode e di esultanza.

Quando non portiamo la presenza di Gesù non possiamo essere nella gioia, ma se crediamo che lui è il Salvatore, il Redentore, come possiamo essere nell’angoscia? Se lo lasciamo agire nella nostra vita, il cuore è per forza immerso nella gioia, anche se ci sono da affrontare e sopportare le sofferenze.

È proprio il riconoscere dentro di noi l’agire di Dio che ci porta a cantare la sua lode ed il cuore esulta colmo di gratitudine, nonostante la nostra vita non sia adeguata ad un Mistero così grande o a ricevere tanto bene. Il Magnificat è la canzone d’amore per eccellenza, è il canto della vocazione, del “sì”; è infatti difficile cantarlo per coloro che non dicono il “sì” totale a Dio, per coloro che non fanno scelte di vita adeguate, per coloro che rimandano l’incontro con lui.

Il Magnificat non è un canto mariano, perché Maria non canta né esalta se stessa, ma canta la grandezza di Dio che è l’Amore vero, con tutta l’anima, con tutte le forze, con tutto lo spirito: cantarlo è unirsi a lei.

Ella inizia così la sua lode: “L’anima mia magnifica”.

Il verbo magnificare vuol dire fare grande, esaltare il Signore, perché ha guardato e amato l’umiltà della sua serva.

Possiamo anche noi glorificare e “fare grandi” le opere di Dio, solo se siamo a lui grati.

Maria donna umile riesce, attraverso il suo “sì”, a rendere grande e a magnificare l’Infinito, a cui nessuna preghiera può togliere o dare niente.

Questo ci permette di capire quanto sia immenso il desiderio del Padre di entrare nel finito, nell’umanità. L’Infinito che entra nel finito! Pensiamo all’Eucarestia: nell’ostia abbiamo tutto l’Infinito; tutto ciò che non riusciamo neanche ad immaginare decide di entrare dentro la nostra semplice vita. La Grandezza si fa sempre umile e piccola!

Quanti invece sono coloro che, pur essendo piccoli, si vogliono fare grandi, si auto-esaltano, si auto-incensano per mettersi in mostra!

Il cuore dell’uomo non è buono, eppure Dio ha deciso di entrarvi dentro:

è la grandezza di un Padre che ama senza misura.

Magnificare non è tanto accrescere Dio che è già grande, ma è scoprire il dono che lui ci fa, riempiendoci di sé in modo da rendere, attraverso lo Spirito, le nostre “tasche” colme delle sue grazie. Una persona che non loda, che non adora Dio non può essere felice; stolto è colui che, pur avendo una fonte immensa di bene e di grazia, non la cerca e non la desidera.

Maria, la piccola, fa grande “il Grande”. Dio ha bisogno di ogni sua più piccola creatura per esprimere la propria grandezza che si rivela nel suo immenso Amore e, nel momento che ha deciso di amare l’umanità, desidera comunicarglielo. Eppure l’avvento di Gesù sulla terra, umanamente parlando, è stato un insuccesso!

La Vergine quindi canta l’intervento di Dio che l’ha resa madre di un figlio che salverà il suo popolo; lei, che attingendo la forza anche dalla fede e dal grido delle donne di Israele, come Anna (1Sam 2,1-10) e Myriam (Es 15,21), che cantavano l’intervento divino nell’Antico Testamento: «mia forza e mio canto è il Signore» (Es 15,2), ne diviene la più alta espressione.

Il Signore, a differenza delle altre divinità, non è un dio astratto, ma è un Dio-Salvatore e Maria è mediatrice di questa salvezza. Non è lei che salva, così come nessuno può arrogarsi il potere di essere salvatore di qualcuno (né del marito/moglie, né dei figli).

Il magnificare e l’esultare descrivono anche la gioia di Gerusalemme, di Sion, quando Dio libera il popolo e lo riconduce nella Città Santa ridandogli nuova dignità. Allo stesso modo, dopo ogni confessione anche noi, liberati dal peccato, dovremo cantare il Magnificat, per riconoscere e ringraziare l’intervento di Dio nella nostra misera vita. Papa Francesco ha affermato che il Signore ha una debolezza verso l’uomo: non può non amarlo!

Nei rapporti umani, occorre allora stare molto attenti ai propri sentimenti, per capire se l’amore che proviamo è fatto solo di emozioni (ad intermittenza o di breve durata), oppure è impregnato della grandezza di Cristo, un amore pronto sempre a perdonare e ad accettare.

Il Dio di Maria quindi porta giubilo, letizia, induce alla danza, perché compie in chi lo accoglie dentro di sé, grandissime cose: questo è il segreto della gioia, una gioia legata alla Parola incarnata di Dio dentro ogni uomo che fa esultare lo spirito e tutta la persona. È ciò che c’è nel cuore che permette di essere gioiosi e non viceversa.

Il non saper vivere questa felicità, il non saper vedere la bellezza della vita, significa rinchiudersi e pensare solo a se stessi, rallegrandosi magari solo delle cose futili e pagane.

Perché Maria e re Davide gioiscono così? Perché nel cuore della Trinità c’è una danza continua di gioia, c’è una grazia indicibile.

La Chiesa, attingendo alla grande fede di Maria, fa cantare tutte le sere il Magnificat, per esprimere l’esultanza di un Dio che ha sconfitto il male e per esaltarne la grande vittoria insieme a lei. È anche l’inno della realizzazione delle promesse di Dio: nel giorno dell’Epifania infatti si annuncia che la sua Gloria si è manifestata e sempre si manifesterà. Per questo il Magnificat è il canto del “sì” e non del “no o del ni, del forse, del vedremo, del se mi conviene, del se ce la faccio”. È il canto della battaglia personale contro il peccato, chiedendo aiuto a Dio per vincerlo: è il canto dei vittoriosi!

Oggi la nostra preghiera di ringraziamento e di lode si esprima con le parole della Vergine: “l’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore”, per cantare la vittoria di Dio ed il “sì” di Maria, che ha permesso al Padre di essere il nostro Salvatore.

“Perché ha guardato l’umiltà della sua serva.

D’ora in poi tutte le generazioni

mi chiameranno beata” (v. 48)

La lode di Maria scaturisce e si innalza per il fatto che Dio l’ha guardata.

Egli ha rivolto lo sguardo verso una donna umile, semplice, fragile e nel compiere questo gesto si è preso cura della sua povertà, della sua umiltà e, attraverso lei, dei poveri, di Israele, di ogni uomo.

Dio si è curvato, si è chinato su di lei - questo è il significato del verbo guardare - fino a toccare la terra, fino a toccare tutta l’umanità, perché ha deciso di prendersene cura.

Guardare e curvarsi, sono gli stessi termini che, nella Lettera agli Ebrei, vengono usati per indicare la funzione dei sacerdoti. Così come Dio si è curvato per prendere Maria, per abbracciarla e accarezzarla, così il sacerdote sta curvo per ricevere la benedizione di Dio e portarla così a tutti gli uomini.

L’uomo di Dio sta curvo di fronte alla Presenza divina benedicente. Il curvarsi del Signore su Maria non è una cosa momentanea, limitata ad un preciso momento storico, ma è guardarla, è prendersi cura di lei, è amarla per l’eternità.

Dio ci guarda perché ci ama, noi ne abbiamo timore a causa del nostro peccato, ma lo sguardo di Dio è solo per amarci. Un autore diceva che: “non ci è bastato che Dio si fosse piegato su di noi, ma abbiamo dovuto abbattere l’albero”.

Egli ha scelto una povera, una umile, una semplice per poter fare qualcosa di grande, al contrario dell’uomo che sceglie sempre i primi, mai gli ultimi;

eppure il cristiano è chiamato a distinguersi dagli altri proprio per il suo stare sempre dalla parte degli ultimi. Quando infatti si scelgono i primi, tutto il resto viene escluso, ma se la scelta ricade sugli ultimi nessuno è rifiutato e viene abbracciata l’intera umanità.

Ogni gesto di amore è un essere piegato su qualcuno, pensiamo al buon samaritano: chi è curvo scompare e diventa colui di cui si prende cura.

Guardare è amare. Nel vangelo, quando si parla delle vocazioni, si dice sempre che Gesù «vide due fratelli... vide un uomo… seduto al banco delle imposte» (Mt 4,18; 9,9).

La vocazione è dunque essere guardati da Dio, essere amati da lui, il suo sguardo infatti non è mai di condanna, ma di benedizione ed amore. Eppure noi rispondiamo a questa chiamata con grande paura, con dei rifiuti e dei rimandi continui; questo non lo confessiamo mai, ma è una grave mancanza.

Quando il Signore ci propone uno stile di vita bello, nuovo, povero e noi lo rifiutiamo, questo è peccato.

Il Signore ha guardato quindi l’umiltà della sua serva: egli guarda sempre i poveri con tenerezza e misericordia, sono loro i privilegiati; si è chinato per risollevare ogni uomo dall’abisso della propria vita, portandolo a sé «su ali di aquile» (Es 19,4).

Ecco perché Maria può cantare di gioia, perché Dio l’ha guardata; lei aveva tanti motivi per preoccuparsi: era una donna incinta, non sposata, in mezzo a dinamiche familiari poco favorevoli, nonostante tutto è piena di esultanza, perché il Signore è rimasto abbagliato non dalla sua condizione sociale o bellezza esteriore, ma dalla sua umiltà, grazia e semplicità.

Dio ha visto la bellezza che Maria aveva dentro di sé, una bellezza derivante dalla grazia e non dal trucco o altri espedienti. Pensiamo quale fascino incredibile trasmette Santa Madre Teresa di Calcutta attraverso tutte le sue rughe e le sue mani rovinate!

Diceva Simon Weil: “L’anima, il meglio che può fare di fronte a Dio, è essere povera”.

Il canto di Maria essendo il canto dei miseri, dei sofferenti, delle sterili, degli abbandonati non verrà mai proposto sui rotocalchi.

Quando si narra infatti la storia di un popolo non si scrivono mai le vicende dei poveri, ma quelle dei potenti. Il vangelo della vedova che dona i suoi spiccioli viene non a caso inserito prima che Gesù dica: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta» (Lc 21,6) riferendosi alla distruzione del tempio, del quale ciò

che resterà nel cuore di Dio, sarà alla fine solo il gesto d’amore umile, semplice e nascosto di questa povera donna. Cerchiamo anche noi di scrivere non una storia di apparenza, evidenza, eclatante, ma una storia d’amore!

C’è un’assonanza tra il canto del Gloria e quello del Magnificat: il cielo canta con il Gloria e Maria con il Magnificat, le cose belle devono avere sempre una corrispondenza nell’alto dei cieli.

Il Signore guarda ciò che gli altri non vedono e il momento privilegiato è quello della preghiera in cui, volgendo lo sguardo verso l’uomo, lo benedice.

Preghiamo perché Dio ci guardi, consapevoli che non sono importanti le preghiere in sé, ma quello che il Signore ha in mente per noi, riempiendo la nostra vita del suo amore.

Questa è la beatitudine di Maria: farsi riempire da Dio, lei ha scelto questo.

Facciamo anche noi scelte in risposta alle sue chiamate, perché sono le uniche che restano e ci accompagneranno sempre.

Attraverso Gesù che ci guarda e si china su di noi, siamo immessi nella realtà del Padre. Sant’Agostino faceva dire al buon ladrone: “mi ha guardato e nel suo sguardo ho capito tutto!”.

Al buon ladrone è bastato uno sguardo per capire e chiedere di essere amato «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,42) ...e a noi? Quante volte il Padre ci ha guardato e non ce ne siamo accorti! Eppure continua ad aspettarci perché ci ama così tanto da non poter fare a meno dei propri figli. L’uomo può rinunciare a Dio, ma Dio non sa stare senza l’uomo, ne è così innamorato da non esitare a cingersi il grembiule e passare a servirlo “…si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Lc 12,37).

D’ora in poi tutte le generazioni

mi chiameranno beata” (v. 48)

Maria è semplice, vive in modo nascosto, eppure ha la beatitudine eterna grazie alla presenza di Dio, grazie alla sua risposta a lui.

La strada del vero successo è la strada dell’umiltà ed ha come fondamento la benedizione del Signore: Maria è felice perché l’ha ricevuta.

La gioia non dobbiamo andarla a cercare, ma va recuperata dentro di noi, perché ce l’abbiamo già grazie a Maria.

Difficilmente un padre è preoccupato perché suo figlio è nel peccato, magari lo è per un po’ di febbre, ma non per la sua morte interiore!

Eppure Gesù ha detto che quando è malato il cuore, è malato tutto l’uomo!

“Tutte le generazioni” ...si riferisce non solo a quelle future, ma richiama anche quelle precedenti che hanno portato in sé tutte le sofferenze del male, del peccato, della sterilità. Con Maria inizia una nuova creazione: la benedizione che Dio ha dato sin dal principio (Gen 1,28), in lei è rinnovata e trova il suo pieno compimento.

La povertà che il Signore ha guardato in Maria, è ben lontana dalla nostra vita; pensiamo alla giovinezza, alla forza fisica, all’estetica, cose su cui l’uomo confida molto, per non parlare poi delle possibilità economiche.

Il fatto che confidiamo sempre su tutto e su tutti meno che sul Signore, porta a non fare scelte di vita serie e radicali.

L’affidarsi a Dio, come si è detto, spesso mette grande paura e sembra mandarci apparentemente a fondo, per cui le scelte che facciamo hanno sempre alla base una sicurezza umana.

La vedova e il povero invece non avendo nessuno su cui confidare, vanno diretti al cuore del Padre, sperano e si rivolgono solo a lui. Quando infatti il povero grida: «Volgiti a me e abbi pietà, perché sono povero e solo. Allarga il mio cuore angosciato, liberami dagli affanni» (Sal 25,16-17), il Signore non tarda a rispondere.

Nella Bibbia, egli si presenta addirittura come “Goel”, il parente stretto del povero, della vedova e di tutti coloro che sono privi di ogni sicurezza; ne diventa il loro difensore, l’avvocato che li protegge sempre. Essere quindi amici degli ultimi è avere dalla nostra parte Dio stesso.

Anche i momenti di solitudine sono fondamentali nella vita spirituale, perché ci spingono a confidare solo in lui per richiederne l’intervento.

Maria, nella sua umiltà e povertà, rappresenta tutti i poveri, ma nello stesso tempo è ricca dell’amore del Signore avendone il cuore ricolmo.

Noi che siamo ricchi, elemosiniamo continuamente gesti d’amore, gesti d’affetto che aumentano solo la nostra solitudine, la nostra angoscia, la nostra povertà interiore e non ci permettono di esultare e cantare le lodi di Dio.

Cerchiamo allora di essere poveri, per diventare ricchi di lui! Purtroppo rifiutiamo di dipendere dal Padre e spesso sostituiamo il Creatore con una misera creatura: così facendo il nostro Magnificat non sarà mai vero.

Maria è chiamata beata perché ha deciso di essere serva: chiamarsi serva del Signore vuol dire accettare di essere umiliata, disprezzata e reietta, essere disposta a soffrire e a pagare un prezzo per il proprio Dio.

Anche per l’uomo, diventare servo, significa dipendere completamente da lui, non cercare compensazioni per stare bene con se stesso, ma lasciarlo entrare nel proprio cuore per ritrovare dignità e vita in tutte quelle situazioni tragiche in cui la speranza è finita, la voglia di vivere ed il sorriso non ci sono più e tutto sembra avvolto da un lutto incredibile ed eterno.

Il Signore infatti ci esorta a confidare in lui per ritrovare la gioia «Ma io gioirò nel Signore, esulterò in Dio, mio salvatore. Il Signore Dio è la mia forza…» (Ab 3,18-19).

“Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente

e Santo è il suo nome” (v. 49)

Maria prende coscienza, con questa espressione, delle meraviglie che Dio ha operato per mezzo di lei ricolmandola di tutti i beni e lo ringrazia.

Il volto di Dio che è impresso nel cuore di Maria è straordinariamente bello, esprime la dolcezza, la tenerezza, l’amore, la bontà, la verità, è il motivo per cui lei esplode nel canto del Magnificat.

È quel volto che l’uomo non ha ancora scoperto, per questo è incapace di comprendere le meraviglie divine presenti e operanti nella propria vita.

La grandezza di Maria sta nella grandezza di Dio che l’ha guardata e scelta «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). È l’opera divina che le ha permesso di essere chiamata beata per l’eternità.

L’uomo invece vuole essere protagonista della propria vita, non considerando che il successo umano è fine a se stesso, così che il proprio nome mai potrà essere scritto nell’alto dei cieli. Eppure l’essenziale è che tutte le nostre opere vengano scritte nel cielo e ciò avviene solo se le realizziamo nel Signore.

Non cerchiamo dunque l’approvazione dell’uomo né il successo, ma desideriamo piuttosto di mettere la nostra vita nelle mani di Dio per poter così esclamare: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia» (Sal 126,3).

Maria, umanamente parlando, non ha alcun motivo di vantarsi: di cosa dovrebbe compiacersi? È povera, vergine, nativa di Nazareth quindi della Galilea (terra disprezzata dai giudei per la presenza di più etnie conviventi fra loro), non è ricca né piena di sé: tutti fatti che allora non erano motivo

di vanto! Eppure il Signore la sceglie proprio per questo e la riempie del suo amore che è la ricchezza per eccellenza, compiendo in lei cose stupende, meravigliose, grandi, infinite, inaudite. Maria è una donna comune, ma è un “pezzo unico” perché traboccante della grazia di Dio. Anche ogni persona, generata tramite la maternità spirituale della Madonna, nel ricevere la grazia

divina diventa realmente un “pezzo unico” pregiato.

Sappiamo che Maria riceve tutto da Dio, è ricolma di lui! E noi di cosa ricolmiamo la nostra vita? Abbiamo sempre bisogno di riempirci la “pancia”, ma non andiamo mai a riempire l’anima di fronte a Dio, per cui anche le nostre scelte sono la conseguenza di quello che abbiamo dentro. Se nel nostro cuore non c’è Gesù, esse non saranno mai fatte in modo conforme al suo

insegnamento.

“Grandi cose ha fatto in me”, grandi cose ha sempre fatto il Signore a favore del suo popolo (pensiamo al primo esodo, al secondo da Babilonia, ecc.) che, pur piccolo e di poco valore, è stato scelto per essere un segno per tutte le genti della terra.

Anche Maria, che nelle mani del Signore è diventata un’opera d’arte, incarna il segno della testimonianza di Dio in mezzo al popolo, come lo è Israele per il mondo. Come loro, anche noi siamo chiamati ad essere testimoni delle opere meravigliose di Dio, quelle stesse opere che non le realizzano i grandi, ma solo gli umili, i poveri, i fragili.

In Maria, come nei tempi antichi, il Signore opera in favore del popolo attraverso il perdono, gli offre sempre un’altra possibilità, quella stessa che noi dovremmo dare al Padre per compiere opere meravigliose. Le opere meravigliose poi sono sempre rivolte a beneficio degli altri, ogni servizio deve infatti essere svolto per i fratelli a gloria di Dio: in famiglia, fra sposi, fra

fidanzati, in una comunità dobbiamo starci accanto, amarci, stimolarci ed aiutarci a vedere reciprocamente le opere di Gesù ed arrivare a lui.

Maria possiede anche quella qualità che noi abbiamo smarrito, lo stupore «hai fatto di me una meraviglia stupenda» (Sal 139,14).

In forza della sua purezza, della sua verginità, ella riesce a stupirsi continuamente di come il Signore possa compiere opere grandi e belle a favore dei suoi figli. Quando vede che Gesù agisce nella vita di un povero, di un discepolo, ringrazia sempre nel suo intimo e ne gioisce, perché il suo cuore è puro, senza invidia, senza orgoglio, senza vanagloria; nello stesso tempo però è curiosa, si stupisce amando comunque e sempre in modo incessante.

In Maria avviene il terzo ed ultimo esodo, si compie la liberazione definitiva dal peccato e dalla schiavitù; Gesù infatti con la sua incarnazione ci ha liberati per l’eternità.

Non c’è una vita in cui il Signore non agisca! Certo se siamo presi continuamente da noi stessi, dalla nostra vita, dalla ricerca di successo non sapremo mai stupirci, non sapremo mai ringraziare non solo Dio, ma anche tutte le persone che ci stanno vicino.

Maria, nel contemplare l’opera divina in lei, riesce a vederla anche negli altri e questo le permette di essere sempre nella gioia. La stessa cosa le accadeva quando, non soffermandosi sulle difficoltà da affrontare, guardava come il Signore agiva per il suo popolo.

Anche l’uomo deve imparare a non soffermarsi sulle proprie sofferenze e difficoltà, che sempre faranno parte della vita, ma a cercare di viverle con uno sguardo proiettato verso la gioia, verso l’opera che Dio sta intessendo in lui «perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo…» (Is 43,4). Riuscirà però nell’impresa solo se vivrà in comunione con il Signore, solo se lo cercherà, ma soprattutto se si lascerà trovare da lui.

Il Magnificat non è il canto di chi non crede, di chi è preoccupato di sé o il canto del “domani”, ma è il canto dell’“oggi”, di colui che sa stupirsi ogni giorno della vita.

Maria come definisce Dio? “Santo è il suo nome”. Non lo chiama Padre, non lo chiama Signore, ma Santo e di fronte al Santo c’è solo un atteggiamento: mettersi in ginocchio e adorare!

L’atteggiamento di Maria è perciò quello di stare in ginocchio, di essere prostrata di fronte a Dio: tutta la sua persona dipende da lui ed è trascinata dalla sua Santità. Ancora una volta la Vergine scopre che tutto il suo essere creatura è intriso di fragilità e miseria umana, pur esente dal peccato. Prendere coscienza di questo le fa sperimentare due abissi: la Santità di Dio e il nulla di sé, ecco perché desidera mettersi in adorazione del Padre.

Davanti al Santissimo anche noi, nel riconoscere queste due realtà, dobbiamo capire che non possiamo né decidere né gestire il comportamento attraverso cui adorarlo, ma dobbiamo lasciarci guidare e trascinare da lui mettendo la nostra esistenza nelle sue mani e, vivendo pienamente il nostro battesimo, saremo santi attraverso un modo di vivere semplice, povero, umile. L’uomo che adora non cerca di capire, anzi si rallegra di non capire e gioisce per essere avvolto dal torrente in piena d’amore di Dio. Come diceva San Giovanni della Croce: “All’amore che ti travolge, non chiedere dove va”.

Di fronte alla Santità di Dio la nostra vita si consacra e questo significa che apparteniamo completamente a lui. Gli uomini infatti non sono proprietà l’uno dell’altro, ma del Padre; anche gli sposi non si appartengono fra loro, ma sono il regalo che il Signore fa reciprocamente per poter essere nella sua gioia.

“Di generazione in generazione

la sua misericordia per quelli che lo temono” (v. 50)

Dio crea tutto dal niente, sceglie la piccolezza e la povertà per manifestarsi, e dal niente e dalla povertà genera sempre qualcosa di grande; per questo non ama i superbi, gli eccentrici, i vanitosi, coloro che si credono gli “dei” di se stessi.

Quando infatti una persona pensa di sapere, quando ha ormai raggiunto un “titolo”, quando culturalmente procede e si pone su un altro piano, quando insomma “si sente troppo”, è impossibile costruirci un dialogo, una storia, una crescita spirituale. Poiché, avendo perso l’umiltà, ha abbandonato il desiderio di essere plasmata da Dio, pensa di essere arrivata e non riuscirà

mai ad avere un cuore docile, pronto all’ascolto e all’amore. «È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell’uomo» (Sal 118,8).

L’essenza delle grandi cose che Dio realizza verso gli uomini è la misericordia:

lui è Santo e Misericordioso, è un Padre.

Perché Dio fa grandi cose? Perché tutte le mattine rinnova il suo amore?

Perché è pronto a perdonarci sempre? Perché è misericordioso. La misericordia è compassione, è povertà, è estremo bisogno di avere vicino tutti isuoi figli, tutti senza escludere nessuno.

Il Signore è povero perché ha bisogno di ogni uomo!

Quando siamo nel peccato egli soffre con noi perché ci ama. Cerchiamo allora di tornare a lui con il cuore in mano dicendogli “Scusa babbo, ti ho fatto soffrire... ho pensato solo a me... perdonami!”.

Il Signore non guarda il nostro peccato, ma guarda il nostro ritorno e si immagina già la festa che preparerà: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi… mangiamo e facciamo festa…» (Lc 15,22-23).

La misericordia è forse la qualità più grande di Dio, l’ha sempre usata di generazione in generazione: dal primo peccato ad oggi, attraverso il sacramento della Riconciliazione.

Il Signore è misericordioso anche quando celebriamo la Santa Messa, poiché il suo gesto più grande è il sangue versato nell’Eucarestia, in cui amore e misericordia si uniscono incarnandosi nel sacrificio di Cristo che ama, soffre e dona tutto se stesso per noi.

Celebrare la Misericordia quindi è vivere concretamente con lui, è partecipare alla Santa Messa come figli che amano il Padre.

La misericordia di Dio è stata usata anche e soprattutto verso un popolo testardo, ostinato, disobbediente, ribelle e “prostituto”; da questo traiamo insegnamento per essere misericordiosi anche verso le persone ostili e meno amabili: «Canterò in eterno l’amore del Signore… edificato per sempre… rendi stabile la tua fedeltà» (Sal 89,2-3).

Nel libro dell’Esodo, il segno della presenza di Dio era rappresentato dalla nube «Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui (Mosè) e proclamò il nome del Signore» (Es 34,5). Anche la misericordia, come una nube avvolge, protegge, abbraccia con il suo mantello di amore ogni uomo, aldilà di quello che può essere il suo comportamento. Allora, nel riconoscere

il nostro peccato, come non unirsi a Maria per elevare un canto al Padre, la cui misericordia non verrà mai meno per tutta l’eternità! Attraverso la compassione, cioè il patire con e per noi, Dio mostra la sua fedeltà all’uomo; il segreto di tale fedeltà (sia essa fra coniugi che in qualsiasi genere di rapporto umano) non dipende dalla bravura della persona, ma dalla consapevolezza che, in quanto figli di Dio, siamo da lui amati e perdonati sempre, in eterno. È importante quindi vivere sotto lo sguardo del Signore per piacere a lui più che agli uomini, nella consapevolezza che se è giudice del nostro agire, lo è in quanto Padre desideroso del bene del figlio e l’atteggiamento

che deve tenere un figlio per corrispondere all’amore del Padre è quello di timore. Questa è la vera caratteristica dell’affetto filiale, da non intendere però come paura, ma come rispetto e consapevolezza che Dio è l’Onnipotente, l’Altissimo. Il timore infatti, come dice il Siracide (1,11 ss), è il principio della sapienza, è gloria, vanto, gioia, corona ed esultanza; è il fascino e l’incanto

del Signore che avvolge e rende grandi. La paura invece non porta a cercare il volto divino, ma a nascondersi da lui. Il timore di Dio, la cui radice è l’umiltà ricolma d’amore, colloca sul sentiero della carità l’uomo, che sarà così benedetto. L’umiltà è una forza armoniosa ed è propria di chi ha la conoscenza di se stesso.

“Ha spiegato la potenza del suo braccio,

ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore (v. 51);

ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili” (v. 52)

Con il versetto 51 inizia la seconda parte del Magnificat, perché dalla figura di Maria si passa a quella di Israele, alla storia di salvezza che il Signore ha compiuto e continuerà a compiere. Non vengono infatti cantati dei fatti passati, ma si esaltano le opere che Dio ha fatto, sta facendo e farà entrando nella storia con la sua logica rivoluzionaria, già manifestata nelle beatitudini.

Non dobbiamo quindi guardare la storia divina come una storia trascorsa, ma come una storia di salvezza di cui ogni uomo è co-protagonista e rispetto alla quale deve dare delle risposte positive, rivoluzionando prima di tutto la propria mentalità.

Le opere meravigliose di Dio sono iniziate con la storia di Abramo, ma in lui c’era già il desiderio di arrivare fino ad oggi.

Ricordiamo il primo esodo in Egitto, il secondo in Babilonia e ricordiamo l’ultimo esodo di Maria che si concretizza con la morte e resurrezione salvifica di Gesù.

Questa salvezza è eterna: tutti possiamo dire di essere uomini e donne salvati da Gesù Cristo – non a caso la notte di Pasqua cantiamo la salvezza del popolo d’Israele – fermo restando la risposta personale che ognuno è chiamato a dare in piena libertà.

Gesù è venuto a liberarci, sta a noi accogliere o rifiutare questa salvezza che è già pronta per ogni persona.

Il braccio teso di Dio rinnova in modo definitivo l’esodo messianico, che si è realizzato con la venuta di Gesù Cristo. La forza del suo braccio, usata per salvare chi era perduto, è ben evidente e visibile nelle braccia del Figlio distese e inchiodate sulla croce: sono inchiodate perché resteranno sempre aperte per salvarci.

Il braccio è disteso per tutti, anche per i superbi: il Signore non li rifiuta, ma vuole dare loro l’opportunità di essere salvati. Quando Dio rimprovera i farisei e gli scribi lo fa per dare loro la possibilità di ravvedersi e di cambiare il cuore; così agisce anche verso ogni uomo, mettendogli davanti il proprio peccato.

Dio con il suo braccio teso ha vinto l’arroganza, ha vinto i cuori orgogliosi e presi dal proprio io che fanno fatica a cantare il Magnificat: spesso lo si canta solo con la bocca, per questo risulta sempre stonato, perché con la bocca non è sintonizzato il cuore. Senza questa sintonia di cuore diventa

difficile cantare il Magnificat!

“Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore...” pensiamo alla vanità, pensiamo ai pensieri che ci passano per la testa. Quante volte, di fronte a Dio o alle parole di chi ci vuole correggere e aiutare a capire, ringraziamo e chiediamo “mi aiuti a comprendere cosa sta accadendo nella mia vita?”.

O piuttosto manifestiamo meraviglia e pensieri negativi, scandalizzandoci e mormorando nel nostro cuore! «Principio della superbia infatti è il peccato… Perciò il Signore ha castigato duramente i superbi e li ha abbattuti fino ad annientarli» (Sir 10,13). Ma chi è il superbo? È colui che è innamorato di sé; si sente superiore agli altri dai quali si aspetta sempre un riconoscimento; è alla ricerca interiore di affermarsi continuamente e della sua identità; è

individualista, si sente unico e quando non riesce ad esprimere se stesso, la vanagloria tende a venir fuori; si conosce poco, ma è talmente infatuato di sé che non ammette contraddizioni e gradisce gli adulatori; si oppone ad ogni trasformazione interiore; fa di tutto per non riconoscere il buono che c’è nell’altro; non perdona, non esprime le proprie emozioni o sentimenti; fa poco per la crescita personale; si ritiene insostituibile e non accetta di essere separato dagli altri dei quali ha bisogno e con i quali deve sempre essere in relazione per alimentare il proprio io; è servile, ma invidioso. Contrapposta alla superbia è l’umiltà, la consapevolezza dei propri limiti; tale virtù però

deve essere autentica, perché la sua simulazione è, come dice S. Agostino, peggiore della superbia stessa. Nel mondo di oggi c’è poco orgoglio e tanta superbia, poca dignità e molta apparenza.

Alla presenza di Dio quindi non sono ammessi né superbi, né ricchi, né potenti, ma verranno accolti quei superbi, potenti e ricchi che, una volta abbattuti, chiederanno la forza per rialzarsi con un cuore nuovo, umile e povero.

«Il Signore è mia forza e mio scudo» (Sal 28,7): questo è il povero, colui che confida solo in Dio, non ha altra ricchezza se non Dio stesso e per questo lo esalta. Maria appartiene a questa categoria di persone e forte dell’amore del Signore non tace, ma rivolge un atto di accusa verso i potenti, verso i ricchi proclamando con forza che loro non possono stare alla presenza del Padre.

Maria spiega la premura che Dio rivolge verso un popolo affamato, costantemente in crisi e spesso accusatore: nella sua misericordia, egli cerca sempre di essergli madre e padre, pur sapendo che come popolo non vale niente ed ha messo in croce suo figlio.

Eppure se il popolo è riuscito a raggiungere l’obiettivo della terra promessa, è perché Dio non si è mai arreso, ha sempre cercato di trovare una strada nuova per amarlo; questo è l’atteggiamento usato anche verso ogni uomo, verso ogni figlio.

Mentre però è misericordioso verso i deboli, non sopporta i tiepidi, non tollera l’iniquità, la vanagloria, l’ambiguità: comportamenti che spesso si nascondono dietro una finta timidezza e chiusura.

Anche le sofferenze non sono motivo di preclusione anzi, come i peccati redenti, possono essere ferite meravigliose, aperture stupende!

La superbia, dice Maria, si annida nei pensieri del cuore, pensieri che non permettono di vivere in comunione. Come fare allora per superarli? C’è una sola strada: la preghiera, per chiedere al Signore che non conformi i nostri pensieri, la nostra mentalità a quella di questo mondo, ma alla sua, quella dell’Amore.

Quando Maria canta: “ha rovesciato i potenti dai troni...”, vuol dire che io sta ricostruendo l’umanità, attraverso lei sta nascendo un’umanità nuova che canta il Magnificat, perché desidera il bene di ogni persona: questo è il canto di tutta la Chiesa!

Il ricco che ha sempre costruito e contato sulle proprie forze, quando si trova in difficoltà, non lo accetterà mai e perderà così la sua dignità; il povero al contrario non perderà mai la sua onorabilità se, come Maria, pone la sua fiducia esclusivamente in Dio, su colui che ha reso possibile l’impossibile.

Il Signore sa che quando costruiamo la nostra vita su noi stessi, al primo ostacolo saremo spazzati via. Pensiamo ai facili guadagni, alle vie più brevi e più agevoli per raggiungere un obiettivo!

I potenti sono i nemici di Dio. Chi è però il potente? Subito viene da pensare a statisti, grandi industriali, politici, ma non sono questi i soli potenti o coloro che hanno i soldi, possono esserlo anche tutte quelle persone che, forti e piene del proprio io, non comprendono niente e non si accorgono dei piccoli gesti e delle attenzioni che ricevono. Può esserlo ogni uomo che è orgoglioso di ciò che è, di ciò che ha raggiunto e continuamente incensa l’idolo che è in lui.

È facile essere potenti e salire sul trono di noi stessi, per alimentare quel super-io che si nasconde bene in qualsiasi nostra scelta: dalla ricercatezza del cibo, del vestire e dello stesso linguaggio.

Solo Cristo però è il nostro “tutto”, solo lui che ci avvolge con la potenza del suo amore.

“Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (v. 53)

Ancora una volta in questa espressione c’è tutto l’amore preferenziale per i poveri e per le persone semplici, intendendo per semplicità non la sciatteria, ma la dignità. In questo contesto il termine “affamato” richiama colui che ha bisogno della Parola di Dio, non solo chi ha fame in senso materiale «…un animo affamato ha ricolmato di bene» (Sal 107,9).

“Ha rimandato i ricchi a mani vuote”, solo i poveri restano fedeli a Dio, per questo sono i nostri maestri, insegnandoci che il Signore svuota le nostre mani per riempirle di grazie meravigliose e sante.

Ogni uomo ha un compito nella vita, al di là di come e dove potrà trovarsi ha solo uno scopo: essere profumo di Cristo in mezzo alle persone!

Il superbo generalmente vuole essere ricco e potente, per questo Dio non solo lo manda a mani vuote, ma lo svuota dal di dentro, lo rende cioè inutile, incapace di fare ogni cosa e, mentre viene svuotato, il povero viene arricchito. Nella lettera ai Filippesi, San Paolo afferma di Gesù: «pur essendo nella condizione di Dio… svuotò se stesso...» (Fil 2,6-7). Anche il Signore si svuota, ma questo svuotamento divino avviene per arricchire ogni uomo.

Il Magnificat è il canto delle persone libere in Cristo, chi è libero grazie a lui infatti, riesce a vedere l’opera grande del Padre e canta di vero cuore il Magnificat.

«…ha saziato un animo assetato, un animo affamato ha ricolmato di bene» (Sal 107,9), c’è nell’uomo una fame del corpo, ma c’è soprattutto una fame e una sete dell’anima e questa solo Dio può soddisfarla: «Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna…» (Gv 6,68).

Anche nell’Apocalisse troviamo: «sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo» (Ap 3,17). Il miserabile è una persona gretta d’animo, è uno che, pensando di bastare a se stesso e non aver bisogno di nessuno, non vale niente pur essendo ricco. Sant’Agostino diceva: “Ci hai fatti per te Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te!”. Non pensiamo dunque di costruire la vita sulle nostre forze, altrimenti saremo dei miserabili agli occhi del Padre! «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo… benedetto l’uomo che confida nel Signore» (Ger 17,5-8). L’autore della nostra vita è Dio e tutto ciò che lui costruisce diventa un’opera meravigliosa.

Ha soccorso Israele, suo servo,

ricordandosi della sua misericordia (v.54),

come aveva detto ai nostri padri,

per Abramo e la sua discendenza, per sempre” (v. 55)

I versetti 54 e 55 devono essere letti insieme, essi rappresentano il motivo per cui Maria canta il Magnificat. Lei ha visto in azione il Signore che da sempre ha preso per mano Israele e lo ha portato in salvo, ricordandosi la promessa fatta ad Abramo, «Non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il tuo Dio» (Is 41,10).

Dio ha sempre soccorso Israele, il verbo soccorrere significa aver cura, proteggere, circondare di amore: Israele infatti è stato sempre circondato di attenzioni da parte del Signore, come lo sposo si comporta con la propria sposa e viceversa.

Dio non solo lo ha circondato, ma lo ha “tirato su”, lo ha allevato, lo ha purificato, gli ha donato la dignità, la regalità, lo ha custodito (cfr. Ez 16); tuttavia il popolo si dimentica dell’amore divino. Il Signore continua però ad amarlo e non si scorda mai di lui: «Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato, le tue mura sono sempre davanti a me» (Is 49,15-16).

Nonostante quindi il peccato e il rifiuto dell’uomo, Dio persiste a soccorrerlo, a colmarlo di benedizioni, a consolarlo, in poche parole ad amarlo, poiché il suo cuore è esclusivamente buono. Ogni giorno, pensa a come inventarsi una nuova storia d’amore nei confronti dell’umanità e, attingendo alla sua misericordia, cerca un progetto, una via diversa per salvarla. È questo che canta Maria: la storia d’amore che Dio ha sempre avuto e avrà nei confronti d’Israele, nei confronti di un popolo che poi rappresenta tutta l’umanità, «il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione» (Os 11,8).

L’amore è vero quando è “salvezza”, per questo è bello camminare insieme, sostenersi l’un l’altro! Non per essere una associazione a delinquere complice nel peccato, ma - sotto la guida dell’Amore vero - preoccupata a non far “morire spiritualmente” coloro che ci stanno accanto e dei quali siamo responsabili e dobbiamo rendere conto al Signore. Ricordiamoci dunque che una storia d’amore, per essere chiamata tale, è sempre una storia di salvezza.

I pensieri d’amore di Dio sono sempre azioni concrete, egli ha pagato un prezzo pesante per amarci; i gesti concreti hanno sempre un prezzo.

Quando infatti non siamo disposti a rinunciare, a rimetterci di persona, non valiamo niente e le nostre azioni sono solo vanità!

L’Amore genera in sé pensieri, capaci a loro volta di generarci come persone nuove, allontanandoci da una storia di peccato e portandoci alla salvezza.

Nel versetto “ha guardato l’umiltà della sua serva”, troviamo un’inclusione teologica:

“ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,48)

“ha soccorso Israele suo servo” (Lc 1,54)

In ambedue i casi, Dio ha guardato e ha soccorso.

Nel guardare Maria infatti, Dio vede Israele suo popolo, povero, umiliato dai potenti, dai ricchi, dai superbi e con esso l’intera umanità misera, semplice, sfinita. Guardando e trovando perciò una ragazza così umile, pura e semplice, decide che quell’anima è il luogo ideale dove abitare per poter

così raggiungere, soccorrere, salvare e benedire tutti gli uomini. E lei obbedisce: i poveri del Magnificat sono anche coloro che obbediscono.

Quando il Padre vede un’anima bella come Maria, la benedizione arriva a tutti; lo stesso avviene con il Figlio Gesù: guardando lui ama ogni uomo.

E tutto questo si rinnova di generazione in generazione: attraverso il proprio stile di vita infatti, ogni cristiano diventa fonte di benedizione per tutti.

La nostra vita è come un’acquedotto in cui Dio riversa la sua grazia (S. Bernardo parla così di Maria, acquedotto di Dio), se lo blocchiamo e ne interrompiamo la fuoriuscita, molti moriranno di sete!

Il popolo è umiliato dai ricchi, dai potenti e dai superbi, cerchiamo anche noi di invertire la rotta come il Signore ci chiede e di metterci sempre dalla parte dei poveri e degli ultimi; il che non vuol dire vivere nel lusso per poi fare laute offerte, ma significa condividere uno stile di vita semplice, sobrio, umile, che non si lamenta, che si accontenta e che rinuncia veramente a qualcosa di suo, rimettendoci magari con sofferenza.

“Ricordandosi della sua misericordia”, ricordare vuol dire risalire al cuore, Dio ricorda continuamente di essere Padre misericordioso.

Chiediamo allora di avere il suo cuore, per essere sempre pronti a generare una vita nuova; chi usa misericordia dà sempre una nuova possibilità!

Se infatti una persona decide di amare veramente, deve accettare anche il tradimento e il relativo perdono, altrimenti non sta amando. Dio non si lega al dito le nostre mancanze, le nostre infedeltà, i nostri peccati, ma ci perdona e ci genera a vita nuova.

Nella misericordia non dobbiamo dimenticare che troviamo anche giustizia e rispetto.

Ricordare vuole dire ancora che “Dio è fedele alle sue promesse”. Quando due persone decidono di sposarsi, promettono di essere fedeli in Dio, quindi non è la loro fedeltà, ma è quella di Dio che deve concretizzarsi in loro.

Tutto quello che il Padre ha promesso fin dagli inizi della storia dell’uomo lo ha realizzato, pagando come prezzo la morte del figlio; anche noi quando amiamo dobbiamo essere disposti a soffrire per l’amato/a.

Dio è forte e costante, è l’Amen; costruiamo la vita su di lui e non sulle nostre deboli forze o sui nostri sentimenti così instabili: lui solo è la roccia!

Quanta tristezza quando le persone, dopo tanti anni di matrimonio, si separano e, nonostante una vita trascorsa insieme, parlano male l’uno dell’altro, si accusano a vicenda e non hanno alcun rispetto reciproco!

La storia della salvezza possiamo dunque sintetizzarla così:

“Dio dimentica sempre il peccato del suo popolo e, attingendo alla sua misericordia, interviene per salvarlo, per condurlo alla vera libertà!”.

Ricordare è un verbo molto importante, lo troviamo per la prima volta in Genesi «Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra» (Gen 9,13), dove l’arcobaleno rappresenta il ricordo dell’alleanza di Dio.

Nella Santa Messa, partecipando con cuore contrito e umiliato, dobbiamo ricordare al Signore di dimenticare il nostro peccato e di continuare ad amarci per la nuova ed eterna alleanza, stipulata con il sangue del Figlio.

Anche Maria alle nozze di Cana ricorda ai discepoli una cosa molto semplice:

«Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5). Dio è più grande del nostro cuore, è più grande dei nostri pensieri, del nostro peccato, dobbiamo solo fidarci e confidare in lui, ma per riuscire in questo occorre essere profondamente poveri in spirito!

“Come aveva detto ai nostri padri,

per Abramo e la sua discendenza, per sempre” (v. 55)

La promessa, come è stato detto, inizia con Abramo e trova il suo compimento con Maria, pensiamo ad un arco con queste figure alle due estremità.

Dio promette ad Abramo tre cose: la terra, la discendenza e la benedizione «Farò di te una grande nazione e ti benedirò» (Gen 12,2) «Tutta la terra che tu vedi, io la darò a te e alla tua discendenza per sempre»

(Gen 13,15). In Abramo dunque si realizzano i primi due aspetti, mentre la benedizione vera e propria per tutta l’umanità, si concretizza con Gesù Cristo.

Abramo è un grande padre perché si è sempre fidato di Dio; quando cantiamo il Magnificat ricordiamoci la fede di questo patriarca e, attraverso il canto, quella di tutto il popolo.

Sia Maria che Abramo hanno trovato grazia presso l’Altissimo.

La fede però non è una cosa personale, ma appartiene alla Chiesa, in cui si trova quella di tutta la comunità cristiana. Se quindi la fiducia nel Signore diminuisce, non è solo colpa del Papa, dei vescovi e dei sacerdoti, ma di ogni credente.

La nostra fede deve essere fonte e motivo di gioia per gli altri: più cresce la nostra fiducia in Dio, più aumenta la gioia di tutto il popolo!

Dove si vede una vita cristiana bella, vera, fatta di scelte concrete e importanti troviamo intorno sempre un “grande bene”, una gioia ed una bellezza contagiose.

La fede di Maria ha generato Gesù, la fede di Abramo ha generato una discendenza numerosa, la nostra fede cosa sta generando?

Dio si ricorda della sua misericordia “come aveva detto ai nostri padri, ...per sempre” e in nome di essa, è disposto a non ricordare il rifiuto del popolo a rispettare le varie alleanze stipulate nella storia. Anche due persone che si sposano si promettono un “per sempre”, che non si fonda sull’amore umano, ma su quello del Signore, per cui la loro forza e il loro impegno, anche coniugale, deve basarsi nel “per sempre di Dio”. Solo attingendo da lui

possono scambiarsi tali promesse.

Il “per sempre” indica un qualcosa che non è parziale, non è ad intermittenza, non è a tempo, richiama un andare avanti con amore, succeda quello che succeda!

Troppo spesso parliamo di Dio senza fare un’autentica esperienza di lui, rimaniamo solo su un piano teorico e non ci chiediamo se la nostra vita è veramente pronta a dire “per sempre” al Signore. Quanto siamo disposti ad essergli fedeli, considerando che, rispetto all’eternità, non viviamo nemmeno un’ora? «Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è

passato» (Sal 90,4).

Difficilmente ci preoccupiamo di far crescere la nostra risposta verso Dio e di rimanergli fedeli qualunque cosa accada, eppure lui si è dimenticato che lo abbiamo messo in croce e ha deciso di rinnovare il suo amore per noi, disposto a sacrificare tutto.

Maria canta il Magnificat, perché il suo cuore vede “qualche cosa” che va oltre il pensiero umano! Forse non ha avuto nemmeno la cognizione di quello che stava cantando, ma, mossa dallo Spirito, dona agli uomini dei messaggi meravigliosi!

Le promesse di Dio, cantate nel Magnificat da Maria, si realizzano pienamente nel momento in cui Gesù è sulla croce e lei sta ai suoi piedi.

«25Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. 26Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. 27Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé. 28Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: “Ho sete”. 29Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. 30Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: “È compiuto!”. E, chinato il capo, consegnò lo spirito» (Gv 19,25-30).

In quel momento la Madonna rivive totalmente i due aspetti fondamentali della sua vita e della nostra salvezza: una seconda Annunciazione e un nuovo Magnificat.

Il primo annuncio l’ha avuto dall’angelo quando le ha chiesto di diventare madre del Figlio di Dio e lei, rispondendo “sì”, ha dato inizio alla nostra salvezza; il secondo annuncio l’ha avuto sul Golgota non più dall’angelo, ma dal Figlio stesso: “Donna, ecco tuo figlio”.

Questo figlio, espressione del discepolo amato, rappresenta tutti noi, per cui Maria, come desidera Gesù, diviene nostra madre. Sotto la croce ella riceve dal Figlio il dono dei figli, completamento del “sì” pronunciato a Nazareth: così la nascita di Gesù implica anche la nostra nascita.

E proprio perché il Magnificat viene cantato da Maria mentre ha in grembo Gesù, possiamo pensare che nel ricevere anche noi come figli, ella abbia intonato un nuovo Magnificat.

Un Magnificat intriso di dolore per la crocifissione del Figlio, ma nello stesso tempo aperto alla gioia per la nascita dei nuovi figli, l’umanità intera.

“Donna, ecco tuo figlio …ecco tua madre!”. In ogni parto sappiamo ci sono sofferenza e gioia.

Maria non ci ha partorito biologicamente nel suo grembo, ma nel dolore del Figlio, dal cui cuore squarciato, come un utero di donna, escono sangue ed acqua. Siamo dunque nati dal cuore di Cristo e dalla sofferenza indicibile della madre.

Lo stesso Gesù dice che quando una donna partorisce si dimentica del dolore e si apre alla gioia di una vita nuova. Questo è vero: anche Maria perde il Figlio, ma nello stesso tempo trova i figli, per cui intona il Magnificat.

Si realizzano così in quel momento le promesse fatte “ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre”.

Il Vangelo di Giovanni continua con Gesù che pronuncia, prima di morire, ancora due espressioni: “Ho sete” ed “È compiuto!”.

Proseguendo sulla stessa linea, possiamo desumere che egli ha sete non di aceto o di acqua, ma di noi e con il suo “è compiuto” ci dice che la salvezza si è realizzata pienamente. Affidàti così alle meravigliose cure di nostra madre Maria, la gioia può sprigionarsi in cielo fino ad arrivare ad inondare la terra, e farci cantare il Magnificat tutte le volte che vediamo l’opera del Signore realizzarsi nelle persone che ci stanno vicine o che incontriamo.

Preghiamo infine Dio Padre di far diventare anche noi strumenti nelle sue mani affinché gli altri, grazie alle nostre piccole e semplici opere, possano cantarlo!

 

Puoi scaricare il libretto qui

 15dicembre2  

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